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Cosa salvare dal mondo dell’informazione
di Eleonora Rao
Nell’era della televisione-spazzatura siamo sempre più bersagliati
da notizie che non riusciamo ad assimilare, e che generano ormai
frequentemente confusione tra ciò che è finzione e ciò che è reale
In una società consumistica come la nostra che distrugge ancor prima di creare, che ci bombarda di immagini e di suoni, sembra che tutto sia destinato a passare. Il rischio che si corre è quello di dimenticare i fatti importanti che hanno segnato il nostro tempo e di vivere in un mondo che non ci appartiene.
Sergio Talamo, giornalista professionista, ci propone una Guida anti-trash. 50 storie da ricordare (1995-2005) (Rubbettino, pp. 210, € 13,00) che, come si legge nell’Introduzione dell’autore, «non vuole insegnare a vivere, ma solo a ricordare. Una nuova arca di Noè che non contiene animali ma volti e scene dell’epoca in cui viviamo».
Quando si parla di trash non si intende esclusivamente il fenomeno culturale che porta questo nome, ma anche tutto un insieme di operatori della comunicazione che lavorano tanto in ambito cinematografico e televisivo, quanto in ambito artistico e letterario che mirano a banalizzare ogni cosa. In assenza di valori forti non rimane, allora, che far emergere le istantanee di un passato dimenticato troppo in fretta.

Trash: istruzioni per l’uso
Fu probabilmente Andy Warhol, artista statunitense della pop art, che per primo utilizzò il termine trash, che letteralmente vuol dire spazzatura, come titolo di un suo film prodotto nel 1970 che tentava di metterci in guardia dai rischi a cui si può andare incontro vivendo in una società nella quale si consuma producendo scorie sotto diverse forme: cinema, giornalismo, letteratura, libri, musiche, parole, teatro.
Si tratta in realtà dell’applicazione di modelli che, per così dire, viaggiano senza copyright, senza un’avventura personale, ma sull’onda della moltiplicazione e della ripetizione. E «così come noi siamo quelli che ci ricordiamo», scrive Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della comunicazione de “La Sapienza”, nella Prefazione al testo di Talamo «anche il nostro mondo ridefinisce la propria identità in funzione di quello che la memoria collettiva riesce a mantenere attivamente».
Le 50 storie individuate dall’autore della Guida rappresentano un tentativo di educazione per fissare i giudizi nel futuro, modelli positivi a cui guardare e da far rientrare nella memoria collettiva, in opposizione all’immenso palcoscenico di spazzatura che il mondo della comunicazione oggigiorno ci offre.
I racconti sono stati divisi in tre sezioni. La prima è dedicata agli Eroi per un giorno, che non sono i calciatori super pagati impegnati a lottare per la salvezza della loro squadra o i partecipanti di qualche reality show costretti a sopravvivere in mezzo a mille difficoltà, bensì gente comune che, come scrive il giornalista, «ama la vita, se la tiene stretta o magari l’ha persa nell’attimo che serve a versare una lacrima».
E le lacrime vengono davvero, tra le tante vicende riproposte in questa sezione, soprattutto leggendo il primo paragrafo che l’autore ha voluto dedicare ai bambini di San Giuliano, sepolti nell’autunno del 2002 dal crollo di una scuola. Come dice Talamo «per una volta il palcoscenico non è una fiction» e gli attori non sono belli o vestiti a festa, ma sono volti normali di un’Italia normale, che in un solo istante ha perso tutto, perché quando sono i bambini a morire anche il futuro cessa di esistere.
Lo stesso vale per Desirée, adolescente che si affacciava alla vita, uccisa da «mini uomini che diventano grandi solo per un attimo – osserva l’autore – quello che serve per far diventare vero il film della loro mente». E la vera tragedia è che proprio su di loro si accendono i riflettori, come quelli puntati su Pietro Maso, impegnato ora a recitare in un musical, o su Erika, Omar e il loro presunto amore.

Il vero divertimento non è trash
Di diversa portata emotiva è invece la seconda sezione della Guida, intitolata Amici miei, in cui rientrano personaggi che, come lo stesso autore sottolinea, «ridono o sono derisi». Ci sono un po’ tutti: dagli attori ai capi di stato, dai responsabili internazionali del terrorismo ai presidenti degli Usa, dai riti italiani alle «fanta-professioni del Sud».
Aneddoti che vale la pena di ricordare e di tramandare, come quello di Alberto Sordi che raccontava, a proposito dei suoi esordi, di quando, a soli quindici anni, disse ai genitori intorno ad una tavola apparecchiata, che per fare l’attore doveva andare a vivere da solo. La mamma «mi diede uno schiaffetto sulla nuca e mi disse: ma ’ndo vai? Io continuai a mangiare chiedendomi la stessa cosa: ma ’ndo vado? E non mi mossi mai più da casa».
Storie che fanno ridere, che fanno commuovere, o che ci rendono orgogliosi di essere italiani, come ad esempio quando, nel marzo del 1999 a Hollywood, una emozionata Sofia Loren gridava a tutto il mondo: «Robertoooo!». La vita è bella aveva vinto tre “Oscar” ma la cosa più importante è che, come scrive Talamo, «nel mondo di celluloide irrompe un modo tutto italiano di ridere e di interpretare la vita».
La terza e ultima sessione si intitola A guardar le stelle «perché perdere tempo – come lo stesso giornalista sostiene – non è tempo perso». Stelle che brillano nel firmamento e che poi, all’improvviso si spengono. Come Enzo Tortora, ucciso dal sistema giudiziario italiano e dalla incapacità nostrana di ribellarsi verso un’ingiustizia plateale. O come Marco Pantani, lasciato da solo a convivere con la paura dell’emarginazione e con la voglia disperata di credere nelle bugie di un falso paradiso che solo la droga ti può regalare.
E tra le stelle Talamo inserisce anche Mikhail S. Gorbaciov e Renato Dulbecco, «due grandi uomini che nella loro vita hanno sfidato due nemici terribili: la dittatura comunista, il tumore. Hanno sognato un mondo pervaso dalla perestrojka e libero dal più feroce dei mali. Sono finiti a far spettacolo sul palcoscenico di Sanremo 1999, con il loro sogno ridotto ad attrazione da circo».

Eleonora Rao

(www.scriptamanent.net, anno IV, n. 33, luglio 2006)