L’inglese – lingua
potentemente onomatopeica, come si nota dalla
varietà dei versi eloquenti che popolano i fumetti
– sa esprimere in poche sillabe, come nessuna
altra lingua, una stato dell’anima, del corpo, del
mondo. Non è un caso che trash faccia
rima con crash. Nel termine trash
c’è tutto il fragore, il caos, la distruzione di
uno scontro automobilistico. Più la "t" di
"terrible", "terribile" anche in italiano.
Contro corrente. In un paese che, nonostante
l’elevata densità di intelligenza e l’eleganza
dell’immensa, più o meno insanguinata, eredità
culturale, è riuscito a toccare negli ultimi tempi
picchi difficilmente raggiungibili di volgarità
ostentata e inumanità condivisa, Sergio Talamo
scrive un libro contro corrente, Guida anti
trash appunto, una bussola per orientarsi
verso lidi più lontani, e vivificanti, possibile
dalla deriva italiana verso il trash. A fargli
percepire l’urgenza di dar forma a questa guida
sono stati i momenti di riflessione di un percorso
di vita e di lavoro proteso verso l’universo
wellesiano del "Quarto Potere". Laurea in
giurisprudenza e iter di studi connesso alla
professione giornalistica, con approfondimenti
nell’ambito della sociologia della comunicazione,
nelle tendenze della comunicazione contemporanea e
nelle tecniche giornalistiche e di scrittura,
Sergio Talamo è giornalista professionista,
editorialista e si occupa di comunicazione
pubblica per un ente pubblico.
Questa è la tua "prima volta" come
scrittore? Ho 43 anni e, alle spalle, una
vasta produzione giornalistica e diverse
esperienze come direttore di giornale,
editorialista, notista politico. Ho pubblicato un
volume sulla comunicazione d’impresa nei rapporti
col mondo dell’informazione, adottato come testo
universitario. Ma questa è la prima volta che
metto insieme delle storie in un’opera saggistica
per cercare di comunicare qualcosa che vada oltre
la cronaca del singolo evento.
Questo libro si muove tra la forma del
saggio e la raccolta di scritti giornalistici,
come lo definiresti? Il libro si chiama
Guida anti trash-50 storie da ricordare,
e credo che questa sia anche la sua definizione
migliore. In sostanza si tratta di una collana di
storie che si potrebbero ascoltare come i racconti
attorno al fuoco dei nostri nonni, e che salvano
dalla cronaca ciò che merita di restare nella
memoria. Oggi, il modo di raccontare degli organi
di stampa e dei mass media è apparentemente ricco,
ma in realtà impoverisce perché ha uno stile che
tende a uniformare tutto secondo i canoni dello
scandalismo e del sensazionalismo. Ad esempio, se
Terry Schiavo va in prima pagina, viene spontaneo
dire… "Toh, Terry Schiavo è stata
nominata". Non facciamo più distinzione tra
tragedie e cose importanti. Possiamo
tranquillamente confondere i morti di Nassirya con
Loredana Lecciso, perché entrambi fanno notizia
per un giorno ed entrambi dopo un giorno vengono
dimenticati. Questo libro racconta le storie dei
morti di Nassirya come dei bambini della scuola
crollata in Molise, ma anche di Alberto Sordi,
Fabrizio De André e di tante persone sconosciute
che hanno meritato di stare nella cronaca per un
giorno ma che meriterebbero di restare nelle
nostra mente per sempre. Nel libro, ad esempio,
si racconta di due bambini che sono nati
nonostante si fosse deciso di farli morire: la
loro storia può sembrare una curiosità, invece
sono qualcosa di più importante. La Guida
anti trash è un modo per capovolgere le
priorità del giornalismo contemporaneo, che mette
sullo stesso piano tutto e che spesso da più
importanza alla cosa che fa spettacolo rispetto a
quella che merita di restare nelle nostre
emozioni.
Un momento di rottura – che può aver fatto
intuire a te come ad altre persone questa specie
di paradosso del sistema giornalistico – è stata
le guerra nella ex-Jugoslavia, perché era in
qualche modo una tragedia vicina, di cui noi
avevamo notizia in modo molto frequente, ma al
tempo stesso veniva filtrata dalla quarta parete
televisiva che ne sottolineava la distanza. Tu
stesso racconti la storia del ponte di
Mostar… Il ponte di Mostar che univa la
parte bosniaco-musulmana della città con la parte
cristiana fu distrutto durante la guerra nel 1993,
e da solo ricorda i fatti drammatici di quegli
anni in un modo a mio parere più profondo, storico
ed epico al tempo stesso di qualsiasi
altro. Credo che attraverso determinate
tecniche di lettura e di scrittura, diverse da
quelle abituali, i fatti che accadono tornano ad
avere all’interno della nostra anima una
differente importanza. Siamo esseri pensanti,
la nostra peculiarità è quella di guardare,
giudicare e assimilare solo ciò che è importante.
Invece, nella società di oggi, non riusciamo più a
farlo perché l’overdose di informazioni
appiattisce e rende indistinto il messaggio. In
questo caso la guerra in ex-Jugoslavia dovrebbe
diventare qualcosa che scava nel nostro profondo
in modo doloroso, ma poetico; non può rimanere
semplicemente una delle tante pagine del caos
contemporaneo. Infatti nella prefazione al libro,
Mario Morcellini, noto massmediologo, scrive che
si tratta di "un modo di provare a selezionare
l’enorme mole di spazzatura che il giornalismo
contemporaneo produce, superando i limiti di
quella che Umberto Eco ha definito la
"storiografia dell’istante". La cronaca, in
effetti, ci propone chiavi interpretative ben più
efficaci e interessanti.
È possibile dire che la televisione è un
mezzo di comunicazione trash mentre la carta
stampata mantiene ancora una certa volontà di
andare oltre. O anche la carta stampata si sta in
qualche modo imbarbarendo? No, purtroppo
non si può più dire, perché oggi è tutto un
inseguimento degli stessi obiettivi. I giornali,
la televisione ma ormai sempre più anche i siti o
le altre forme di comunicazione seguono una
tendenza ad uniformarsi non soltanto nei contenuti
ma anche nel modo di presentarli: stesso
argomento, praticamente stesso titolo, in evidenza
la stessa caratteristica. E questo a mio parere è
deleterio. Negli anni ’70 nacque la teoria
dell’"agenda setting", secondo cui i giornali
fissano l’agenda delle priorità per il
cittadino. Il problema oggi è che i media non
fissano solo le priorità ma anche il modo di
recepirle, come se a definirsi fosse una agenda
dell’anima e non solo della mente. E poiché in
questo modo tutto diventa simile alla pubblicità,
alla moda, allo scandalo, ci viene sottratta la
capacità di pensare, di emozionarci, di sognare,
di ridere.
Nel libro offri dei rifugi anti trash anche
nello scenario musicale, culturale,
cinematografico. E non può non affiorare il forte
legame affettivo con la tua terra, con Taranto.
Oltre agli "amici tuoi" più grandi – Sordi,
Benigni – citi anche una nuova generazione, con
Avati, Virzì ed Edoardo Winspeare (autore tra gli
altri di Pizzicata,
Sangue
vivo e Il
miracolo, presentato alla Mostra
del Cinema di Venezia 2003. In che modo questo
regista è anti trash? Nel libro ricordo
alcuni registi perché il cinema riesce più di
altri mezzi di comunicazione a mantenere intatta
una sua autenticità nella ricerca della qualità
formale e dei contenuti. C’è un capitolo dedicato
a Roberto Benigni, al suo "La vita è
bella, un famoso film che una volta tanto è
famoso perché lo merita e non semplicemente perché
è di moda. Poi si parla anche di altri registi,
come Virzì, Avati e Winspeare. Winspeare fa
esattamente il contrario di ciò che accade oggi.
Oggi si prende la realtà, la si deforma e la si
rende ridicola e spettacolare. Lui va invece nei
punti della realtà dove c’è la vita di tutti i
giorni e riesce a coglierne la poesia.
Costruisci una specie di tessuto connettivo
che tenta di elevarsi rispetto al magma della
miseria dilagante in vari campi. Ma tra tutti
questi personaggi chi è il personaggio che in
assoluto rappresenta l’anti trash? I
personaggi anti trash sono le persone che riescono
a vivere al di fuori dei richiami di questo blob
contemporaneo, che riescono a essere se stessi
indipendentemente da questa recita complessiva che
ci coinvolge tutti. Nel libro ci sono storie
che riguardano un bambino o un ragazzo o un uomo
sconosciuto che riesce a non diventare un nemico
giurato dei musulmani. Anche questo è un fatto
anti trash, perché nel mondo d’oggi pare che se
non siamo impegnati in una guerra civile contro
un’altra religione non siamo dentro la
Storia. E poi sono anti trash personaggi che
hanno saputo stare nel mondo dello spettacolo
senza diventare dei pagliacci. E quindi cito
nell’antologia persone come Carlo Verdone e
Lorella Cuccarini, oppure "il PM che nessuno
conosce", il pubblico ministero che fa il suo
lavoro in modo eccezionalmente serio ma di cui non
si conosce neanche il nome, mentre si conosce
quello di tutti coloro che usano il loro alto
magistero come la giustizia per diventare delle
star.
In che modo, con la forma della raccolta di
scritti, questo libro parla di te? Credo
che non ci sia niente di più personale di
un’agenda che raccoglie tutte le cose belle da
ricordare; un agenda soggettiva, naturalmente.
Sono sicuro che abbiamo tutti nel cuore cinquanta
storie che vale la pena di ricordare. Se
raccontassi la mia infanzia, il mio modo di vedere
l’amore o il sesso non sarebbe forse altrettanto
efficace come ciò che emerge di me raccontando
queste storie.
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