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Trash, bum, bang ovvero la parola che ci salverà-Intervista a Sergio Talamo

Trash, bum, bang ovvero la parola che ci salverà-Intervista a Sergio Talamo

Trash, bum, bang ovvero la parola che ci salverà-Intervista a Sergio Talamo
Trash, bum, bang ovvero la parola che ci salverà-Intervista a Sergio Talamo
venerdì 5 maggio 2006
di Veronica Flora

L’inglese – lingua potentemente onomatopeica, come si nota dalla varietà dei versi eloquenti che popolano i fumetti – sa esprimere in poche sillabe, come nessuna altra lingua, una stato dell’anima, del corpo, del mondo.
Non è un caso che trash faccia rima con crash.
Nel termine trash c’è tutto il fragore, il caos, la distruzione di uno scontro automobilistico.
Più la "t" di "terrible", "terribile" anche in italiano.

Contro corrente.
In un paese che, nonostante l’elevata densità di intelligenza e l’eleganza dell’immensa, più o meno insanguinata, eredità culturale, è riuscito a toccare negli ultimi tempi picchi difficilmente raggiungibili di volgarità ostentata e inumanità condivisa, Sergio Talamo scrive un libro contro corrente, Guida anti trash appunto, una bussola per orientarsi verso lidi più lontani, e vivificanti, possibile dalla deriva italiana verso il trash.
A fargli percepire l’urgenza di dar forma a questa guida sono stati i momenti di riflessione di un percorso di vita e di lavoro proteso verso l’universo wellesiano del "Quarto Potere".
Laurea in giurisprudenza e iter di studi connesso alla professione giornalistica, con approfondimenti nell’ambito della sociologia della comunicazione, nelle tendenze della comunicazione contemporanea e nelle tecniche giornalistiche e di scrittura, Sergio Talamo è giornalista professionista, editorialista e si occupa di comunicazione pubblica per un ente pubblico.

Questa è la tua "prima volta" come scrittore?
Ho 43 anni e, alle spalle, una vasta produzione giornalistica e diverse esperienze come direttore di giornale, editorialista, notista politico. Ho pubblicato un volume sulla comunicazione d’impresa nei rapporti col mondo dell’informazione, adottato come testo universitario.
Ma questa è la prima volta che metto insieme delle storie in un’opera saggistica per cercare di comunicare qualcosa che vada oltre la cronaca del singolo evento.

Questo libro si muove tra la forma del saggio e la raccolta di scritti giornalistici, come lo definiresti?
Il libro si chiama Guida anti trash-50 storie da ricordare, e credo che questa sia anche la sua definizione migliore. In sostanza si tratta di una collana di storie che si potrebbero ascoltare come i racconti attorno al fuoco dei nostri nonni, e che salvano dalla cronaca ciò che merita di restare nella memoria. Oggi, il modo di raccontare degli organi di stampa e dei mass media è apparentemente ricco, ma in realtà impoverisce perché ha uno stile che tende a uniformare tutto secondo i canoni dello scandalismo e del sensazionalismo. Ad esempio, se Terry Schiavo va in prima pagina, viene spontaneo dire… "Toh, Terry Schiavo è stata nominata".
Non facciamo più distinzione tra tragedie e cose importanti. Possiamo tranquillamente confondere i morti di Nassirya con Loredana Lecciso, perché entrambi fanno notizia per un giorno ed entrambi dopo un giorno vengono dimenticati. Questo libro racconta le storie dei morti di Nassirya come dei bambini della scuola crollata in Molise, ma anche di Alberto Sordi, Fabrizio De André e di tante persone sconosciute che hanno meritato di stare nella cronaca per un giorno ma che meriterebbero di restare nelle nostra mente per sempre.
Nel libro, ad esempio, si racconta di due bambini che sono nati nonostante si fosse deciso di farli morire: la loro storia può sembrare una curiosità, invece sono qualcosa di più importante.
La Guida anti trash è un modo per capovolgere le priorità del giornalismo contemporaneo, che mette sullo stesso piano tutto e che spesso da più importanza alla cosa che fa spettacolo rispetto a quella che merita di restare nelle nostre emozioni.

Un momento di rottura – che può aver fatto intuire a te come ad altre persone questa specie di paradosso del sistema giornalistico – è stata le guerra nella ex-Jugoslavia, perché era in qualche modo una tragedia vicina, di cui noi avevamo notizia in modo molto frequente, ma al tempo stesso veniva filtrata dalla quarta parete televisiva che ne sottolineava la distanza. Tu stesso racconti la storia del ponte di Mostar…
Il ponte di Mostar che univa la parte bosniaco-musulmana della città con la parte cristiana fu distrutto durante la guerra nel 1993, e da solo ricorda i fatti drammatici di quegli anni in un modo a mio parere più profondo, storico ed epico al tempo stesso di qualsiasi altro.
Credo che attraverso determinate tecniche di lettura e di scrittura, diverse da quelle abituali, i fatti che accadono tornano ad avere all’interno della nostra anima una differente importanza.
Siamo esseri pensanti, la nostra peculiarità è quella di guardare, giudicare e assimilare solo ciò che è importante. Invece, nella società di oggi, non riusciamo più a farlo perché l’overdose di informazioni appiattisce e rende indistinto il messaggio. In questo caso la guerra in ex-Jugoslavia dovrebbe diventare qualcosa che scava nel nostro profondo in modo doloroso, ma poetico; non può rimanere semplicemente una delle tante pagine del caos contemporaneo. Infatti nella prefazione al libro, Mario Morcellini, noto massmediologo, scrive che si tratta di "un modo di provare a selezionare l’enorme mole di spazzatura che il giornalismo contemporaneo produce, superando i limiti di quella che Umberto Eco ha definito la "storiografia dell’istante". La cronaca, in effetti, ci propone chiavi interpretative ben più efficaci e interessanti.

È possibile dire che la televisione è un mezzo di comunicazione trash mentre la carta stampata mantiene ancora una certa volontà di andare oltre. O anche la carta stampata si sta in qualche modo imbarbarendo?
No, purtroppo non si può più dire, perché oggi è tutto un inseguimento degli stessi obiettivi. I giornali, la televisione ma ormai sempre più anche i siti o le altre forme di comunicazione seguono una tendenza ad uniformarsi non soltanto nei contenuti ma anche nel modo di presentarli: stesso argomento, praticamente stesso titolo, in evidenza la stessa caratteristica. E questo a mio parere è deleterio.
Negli anni ’70 nacque la teoria dell’"agenda setting", secondo cui i giornali fissano l’agenda delle priorità per il cittadino.
Il problema oggi è che i media non fissano solo le priorità ma anche il modo di recepirle, come se a definirsi fosse una agenda dell’anima e non solo della mente. E poiché in questo modo tutto diventa simile alla pubblicità, alla moda, allo scandalo, ci viene sottratta la capacità di pensare, di emozionarci, di sognare, di ridere.

Nel libro offri dei rifugi anti trash anche nello scenario musicale, culturale, cinematografico. E non può non affiorare il forte legame affettivo con la tua terra, con Taranto. Oltre agli "amici tuoi" più grandi – Sordi, Benigni – citi anche una nuova generazione, con Avati, Virzì ed Edoardo Winspeare (autore tra gli altri di Pizzicata, Sangue vivo e Il miracolo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2003. In che modo questo regista è anti trash?
Nel libro ricordo alcuni registi perché il cinema riesce più di altri mezzi di comunicazione a mantenere intatta una sua autenticità nella ricerca della qualità formale e dei contenuti. C’è un capitolo dedicato a Roberto Benigni, al suo "La vita è bella, un famoso film che una volta tanto è famoso perché lo merita e non semplicemente perché è di moda.
Poi si parla anche di altri registi, come Virzì, Avati e Winspeare. Winspeare fa esattamente il contrario di ciò che accade oggi. Oggi si prende la realtà, la si deforma e la si rende ridicola e spettacolare. Lui va invece nei punti della realtà dove c’è la vita di tutti i giorni e riesce a coglierne la poesia.

Costruisci una specie di tessuto connettivo che tenta di elevarsi rispetto al magma della miseria dilagante in vari campi. Ma tra tutti questi personaggi chi è il personaggio che in assoluto rappresenta l’anti trash?
I personaggi anti trash sono le persone che riescono a vivere al di fuori dei richiami di questo blob contemporaneo, che riescono a essere se stessi indipendentemente da questa recita complessiva che ci coinvolge tutti.
Nel libro ci sono storie che riguardano un bambino o un ragazzo o un uomo sconosciuto che riesce a non diventare un nemico giurato dei musulmani. Anche questo è un fatto anti trash, perché nel mondo d’oggi pare che se non siamo impegnati in una guerra civile contro un’altra religione non siamo dentro la Storia.
E poi sono anti trash personaggi che hanno saputo stare nel mondo dello spettacolo senza diventare dei pagliacci. E quindi cito nell’antologia persone come Carlo Verdone e Lorella Cuccarini, oppure "il PM che nessuno conosce", il pubblico ministero che fa il suo lavoro in modo eccezionalmente serio ma di cui non si conosce neanche il nome, mentre si conosce quello di tutti coloro che usano il loro alto magistero come la giustizia per diventare delle star.

In che modo, con la forma della raccolta di scritti, questo libro parla di te?
Credo che non ci sia niente di più personale di un’agenda che raccoglie tutte le cose belle da ricordare; un agenda soggettiva, naturalmente. Sono sicuro che abbiamo tutti nel cuore cinquanta storie che vale la pena di ricordare.
Se raccontassi la mia infanzia, il mio modo di vedere l’amore o il sesso non sarebbe forse altrettanto efficace come ciò che emerge di me raccontando queste storie.

 

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