10 Luglio 2010

Da Niccolò Fabi che perde una figlia a Cristiano Ronaldo che annuncia l’arrivo di un figlio. Dall’infanticida di Lecce all’aspirante suicida di Taranto, fino al suicida vero di Treviso. Sono tutti discepoli di Facebook. Hanno tutti usato questo mezzo per raccontare i loro drammi, il loro dolore ma anche la loro felicità. Per non dire di chi ogni giorno su Facebook si lascia e si innamora, sogna e si dispera, ricorda il mondo perduto o progetta un mondo nuovo.
E’ evidente che il rapporto con la realtà virtuale va ripensato. Nessuno può più credere che sullo schermo del pc ci si vada per svagarsi. La morte di un figlio non è materia per social network e così la propria voglia di uccidere o di farla finita; ma anche di divorziare e di amare di nuovo. Se sempre più persone “vivono” in quello spazio, vuol dire che in quello spazio per loro c’è molto di più di un gioco di gruppo. Ma cosa? Per qualcuno, semplicemente la certezza che “lì” qualcuno ti ascolta, ti risponde. Nel mondo reale no: tutto troppo veloce, troppo effimero. Per qualcun altro, Facebook è la possibilità di parlare di tutto e con tutti, superando il senso di solitudine dell’epoca moderna, regalandosi l’illusione che la propria voce buchi il frastuono, l’indifferenza, la congestione di suoni altrui.
Tutte ipotesi suggestive che probabilmente colgono un pezzo della verità. Però c’è una parola che tiene insieme anche gli altri pezzi: facilità. La vita di Facebook è facile. Scorre via leggera, come si vorrebbe fosse quella “di fuori”. Talmente facile che “lì e solo lì” diventa possibile dire ciò che normalmente non si direbbe: non lo amo più, vorrei tornare bambino, fa tutto schifo, un giorno mi butto giù, vorrei essere come in quella canzone, avrò un figlio, sono maledettamente solo. Diventa possibile ed anche “vero”. (leggi tutto)
di SERGIO TALAMO, 7 luglio 2010
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2 Luglio 2010

Gentile Pierluigi Celli,
lei che è un patito delle lettere aperte sarà lieto, una volta tanto, di esserne il destinatario.
Noi le scriviamo con profondo rispetto per le sue sante prediche. Da tempo impartisce al Paese lezioni molto giuste. Per esempio, ricorda a tutti che in Italia “comandare è meglio che fottere” (titolo di un suo pregiato libro). E per fare al meglio entrambe le cose, fornisce alcuni suggerimenti. 1) Essere “figli di”; 2) procurarsi le necessarie spintarelle; 3) circondarsi di persone incapaci che non ti “fotteranno” ma ti elogeranno sempre; 4) non condividere mai il potere ma al massimo farlo annusare… Poi scrive una lettera apertissima a suo figlio Mattia, esortandolo a lasciare l’Italia perché “non è più un posto in cui si possa stare con orgoglio”, perché ormai “è una società pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili, di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”. Infine, giusto in questi giorni, ci fa sapere che ormai in Italia “la raccomandazione è un obbligo morale”.
Qualcuno, dottor Celli, si è chiesto se un notabile ex Rai, Eni, Omnitel, Wind, Unicredit ed Enel, oggi direttore dell’università della Confindustria, fosse un pulpito attendibile. Ma su questo sorvoliamo pure: se uno indica la luna, non si può star lì a fare commenti sul dito. La questione vera la pone lei stesso quando dice che “l’Italia è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti”. (leggi tutto)
di SERGIO TALAMO, 1 luglio 2010
Dite la vostra…
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25 Giugno 2010

Cosa interessa, ad un operaio di Pomigliano che ha votato “sì”, delle polemiche sull’eliminazione dell’Italia ai Mondiali? Oggi è il giorno dell’“io l’avevo detto”, cioè di quelli che parlano sempre e solo a cose fatte. Lui, invece, nel votare ha rischiato di suo. Ha parlato senza aspettare di sapere chi vince e chi perde.
E cosa gli può importare, a quell’operaio, se nel Pd ci si chiama compagni o meno? Lui ha scelto di lavorare comunque. Lui ha già scelto di essere compagno vero dei suoi colleghi. Ha scelto di credere nel futuro, di essere compagno persino della sua azienda.
E cosa gli cambia se nel Pdl ogni volta che uno parla scatta il reato di “tentata corrente”, perché “non permetteremo che si sfasci il partito?”. Lui il dibattito se l’è sorbito tutto, fra i sindacati e in fabbrica, e poi in famiglia e con gli amici. Un dibattito con tante idee, polemiche ed anche scontri. Un dibattito sulle cose vere, però, non su chi è più di destra o chi è meno fedele al capo. Un dibattito che gli ha permesso di decidere così come decide un uomo libero.
E cosa gli sposta se Bossi va dicendo in giro che la Padania esiste, e se mai non esiste il Mezzogiorno? Per lui - per questo operaio che nei giornali è sempre senza nome e nelle vignette ha la tuta sporca e la barba lunga - il Sud Italia esiste, eccome. E’ la sua vita, il suo passato, il suo futuro, l’orizzonte che vuol dare ai suoi figli. Un orizzonte che val bene tre turni di 8 ore ciascuno, il sabato lavorativo, lo straordinario senza preavviso e i controlli sulle assenze. (leggi tutto)
di SERGIO TALAMO, 25 giugno 2010
Cosa ne pensate
?
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18 Giugno 2010

E così, Facebook diventa ufficialmente il Diavolo del ventunesimo secolo. Un diavolo che, in quanto a capacità di perdizione, supera persino la categoria più tentatrice della Storia: le donne. Lo hanno stabilito i commissari tecnici delle squadre in ritiro per i Mondiali di calcio in Sudafrica. In qualche caso, infatti, gli autorevoli Ct ammettono persino il sesso (pare che Fabio Capello in persona abbia autorizzato i calciatori inglesi ad incontrare mogli e fidanzate): ma mai il terribile social network. E’ una novità assoluta, che sollecita domande inquietanti: cosa potrà mai accadere di letale ad un giocatore se incontra sul suo pc un amico di scuola? Se condivide le foto della vacanza alle Maldive? Se chatta con la vicina di condominio all’insaputa del di lei marito? E’ uno dei misteri del nostro tempo. Non a caso, siamo tutti in trepidazione per il destino dei big inglesi Rooney e Gerard che, si dice, sfidano Capello e si connettono di nascosto a Facebook. Finirà che i due, presi in castagna da qualche raid notturno dei fedelissimi di Capello, si difenderanno gridando: “Non è vero che eravamo su Facebook! In realtà siamo amanti!”.
Insomma, i valori tecnici delle squadre passano in secondo piano. Sarà per questo che la federazione calcio della Corea del Nord, come riferiscono le cronache, “ha alzato un muro insormontabile attorno ai giocatori i quali, scortati dalla polizia, si recano agli allenamenti in silenzio, a testa bassa, sguardo incollato a terra”. Il senso politico è chiaro. La Corea potrà anche essere eliminata al primo turno. Ma che il mondo sappia la verità: un buon coreano non ha nulla da spartire con browser, pennette usb e You Tube. Solo penne biro. Quando si dice il rispetto dei sani valori di una volta.
Un giorno qualcuno dovrà pur analizzare la curiosa regola monacale che da sempre accompagna i ritiri dei calciatori. Va ben oltre l’austerità, oltre il rigore richiesto allo sportivo, oltre la decenza che deve contraddistinguere un team. (leggi tutto)
di SERGIO TALAMO, 7 giugno 2010
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12 Giugno 2010

“Sono allibito: mentre il governo svolta a destra con una manovra terribilmente classista e minaccia di abolire l’articolo 42 della Costituzione (regola i rapporti tra Stato e imprese), le nostre opposizioni sembrano interessarsi solo al ddl intercettazioni. Un decreto che riguarda la professione dei giudici e dei giornalisti e in nessun altro modo la società italiana”. Piero Sansonetti, direttore del settimanale Gli Altri ( ma anche ex condirettore dell’Unità e ex direttore di Liberazione), da sempre schierato a sinistra, questa volta non se la sente di bastonare il governo. Per lui , che non ha mai rinunciato a denunciare l’estrema fragilità del sistema dell’informazione in Italia, il Partito Democratico e l’Italia dei Valori, opponendosi all’approvazione della legge, stanno sprecando energie che sarebbero potute essere più utili se utilizzate per difendere i tanti diritti che la classe operaia e i ceti medi rischiano di perdere dopo decenni di lotte sociali solo per sostenere “l’invadenza del potere giudiziario e - soprattutto - dei giornali e dei giornalisti sulla vita privata di tanti”, spiega.
Sansonetti, le sue libere uscite non sono piaciute a certa sinistra. Che l’accusa di “collaborazionismo e funzionalità alla causa berlusconiana”. Come si difende?
“Secondo me, il consiglio dei ministri non ha fatto una cattiva legge. Negli ultimi anni c’è stato un formidabile cambiamento dello Stato di diritto: i giornali si sono spesso arrogati il diritto di processare un sacco di gente. Senza prove, senza indizi, senza nient’altro che alcune intercettazioni: invertendo il principio della prova a carico dell’accusa, rovesciando il concetto che chiunque è innocente fino a prova contraria. Trasformando il diritto all’informazione in una sorta di gogna mediatica che assomiglia ogni giorno di più ai principi del linciaggio. L’idea che la vita pubblica e la moralità consiste nel prendere più colpevoli possibile (ma anche se non sono colpevoli non ha molta importanza), stanarli, colpirli e sottoporli al ludibrio pubblico è un’idea assolutamente reazionaria. Che sovverte i principi liberali e di sinistra che si sono affermati negli ultimi decenni”. (leggi tutta l’intervista)
di PAOLO SALVATORE ORRU’, 10 giugno 2010
Noi siamo pienamente d’accordo con il pensiero di Sansonetti. E voi?
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