IL MEGLIO
In questa sezione pubblichiamo gli articoli ed i video “antitrash” (cioè contenenti notizie autentiche, raccontate in modo asciutto e senza forzature, storie belle che vale la pena di ricordare e che trasmettono qualcosa di autentico al pubblico) selezionati dai visitatori del blog.
Se vuoi segnalare un articolo o un video che ritieni “antitrash”, inviane il testo (in versione integrale o parziale) o il link, assieme ad una breve motivazione, al seguente indirizzo: antitrash@libero.it
MARIACHIARA ci segnala questo articolo tratto da La Stampa.it del 12/07/09 con questo commento:”Interessante intervista col premio nobel per la poesia. Vi è una poetica descrizione del paesaggio che invoglia alla lettura. Attraverso le parole dei due scrittori viene a crearsi da se un saggio sulla bellezza della natura e della poesia”.
Le piccole crudeltà della mia poesia
Abbiamo davanti a noi, come uno squarcio di incanto, il verde paesaggio toscano. Cetona, dove Mariella Cerutti Marocco ha voluto che nascesse una nuova festa della poesia, un premio capace di coinvolgere autori affermati e giovanissimi, grandi stranieri e figure centrali della letteratura italiana d’oggi. L’amore per la poesia di Mariella, una signora gentile e sensibilissima, ci ha portato quest’anno ad avvicinare Seamus Heaney, premio Nobel, intellettuale di altissimo livello e persona adorabile e modesta. Conversare con lui di poesia e cose del mondo è stato un piacere e un arricchimento.
MAURIZIO CUCCHI. Cetona, il verde della Toscana, il paesaggio naturale. La poesia si è nutrita tantissimo, per secoli, di queste forti visioni. La natura è dunque non solo lo sfondo ma la protagonista di tanta poesia indimenticabile, e la natura è anche un momento chiave, un tema della tua poesia, anche se il tuo mondo, le tue origini, l’Irlanda, ce ne propongono un’immagine molto diversa da questa.
SEAMUS HEANEY. Quando vedo questo paesaggio, quando penso alla natura, in realtà, penso soprattutto alle Georgiche di Virgilio. Di fronte a questo scenario penso a una terra lavorata dall’uomo, penso che questi luoghi si prestano alla bellezza profonda di un’osservazione attenta, ravvicinata del particolare. La mia idea di natura non ha niente a che fare con certo romanticismo. Ripeto: penso a Virgilio, anche se la sua natura è diversa, d’accordo, da quella della mia Irlanda, come diversa è questa che abbiamo davanti adesso. In ogni caso non mi interessa il pittoresco, non mi interessano le suggestioni facili.
CUCCHI. Se mi permetti di autocitarmi, mi è capitato di pensare alla natura, e di scriverne, definendola una pianta carnivora. Beninteso con tutto il grande amore per la sua varietà immensa e per la sua immensa bellezza. Ma la crudeltà meccanica della natura, di noi stessi …
HEANEY. Non mi stupisce e non mi disturba per niente un pensiero del genere. Già nel mio primo libro riflettevo scrivendo sulle tante occasioni di smarrimento che offre la natura: parlavo dei gattini annegati, di un magnifico raccolto di more che in breve appassiscono e marciscono. Cose piccole, certo, piccoli disastri e piccolissimi dettagli che però in qualche modo riflettono, nella loro crudeltà, qualcosa di più ampio, del sistema planetario. Ma non dobbiamo dimenticare il contributo negativo dell’uomo al decadimento della natura. Penso al Mincio di Virgilio, oggi inquinato. Penso all’inquinamento del mio Moyulla.
CUCCHI. La poesia, il ricordo, la materia. Un verso della nostra ospite, Mariella Cerutti Marocco, ci dice che ciò che viene da lontano, non è tanto nel ricordo quanto nel nostro sangue e nel nostro corpo, che non mente. «Ti vivi dentro di me», dice. E poi, ancora più bello: «saprò che tu sei ancora / esile traccia in me di sangue e luce». Tutto questo ci porta a considerare a forza del passato e delle nostre origini nel nostro corpo, e dunque la presenza, anche, della tradizione in noi costante. Parlavi di Virgilio, ma nella tua poesia e vivo, forte, il senso di appartenenza, pur nel personale rinnovamento, di una grande tradizione.
HEANEY. È vero, e abbiamo una grande eredità da rispettare e da rivivere, anche sul piano della forma. Ti faccio un esempio: la cultura americana non ha, non potrebbe avere, un vero e proprio legame ombelicale con le origini della letteratura in lingua inglese, con la tradizione poetica e con la forma della poesia di lingua inglese. Per noi è diverso. La grande poesia della tradizione ce l’abbiamo un po’ nel corpo e nel sangue da sempre, anche perché l’abbiamo imparata a memoria sui banchi di scuola …
CUCCHI. Mi sembra, in questo senso, che rispetto alla poesia italiana, quella di lingua inglese abbia ben più forti rapporti con la metrica tradizionale, e perciò con le forme classiche.
HEANEY. È vero, e ci sono casi in cui alcuni poeti importanti mostrano esiti di vero e proprio virtuosismo nella creazione del verso. Straordinario, in questo senso, Muldoon, tradotto ora anche in Italia. Nella poesia il ritmo è tutto. Spesso, invece, ci troviamo di fronte a testi in cui prevale una forma di «prosa tagliata», con poco o niente ritmo e poca musica.
CUCCHI. La bellezza del verso deve essere anche la bellezza della parola, la bellezza della lingua che si esprime in poesia. Mi sembra che oggi la lingua corrente sia di qualità scadente. Un tempo la creazione linguistica veniva dal basso. Oggi viene da un alto non autorevole, soprattutto dal linguaggio televisivo, e la gente non crea linguaggio ma lo subisce e riproduce. Questo, almeno, capita da noi.
HEANEY. Non solo. È un fenomeno che riconosco perfettamente anch’io. La poesia deve contrapporsi all’imbarbarimento della lingua, al suo uso improprio, banale. Figurati che ci sono persone abituate alla lingua standard di oggi che hanno dei problemi con le mie poesie, nelle quali non pratico certo un linguaggio astruso o astratto.
CUCCHI. Sei d’accordo, dunque, sul fatto che la poesia possa e debba compiere un servizio a favore della lingua?
HEANEY. Certo, e con attenzione nell’uso di certi strumenti, che possono ulteriormente condizionarla. Io per esempio, non uso e-mail. Ma non voglio per questo essere considerato un «vecchio» e un «antico». Piuttosto mi sento conservatore - non un nostalgico - nell’uso di una lingua che non perda onestà e buon gusto. D’altronde la lingua muta. Parole, per esempio, legate al quotidiano di un tempo, alla mia stessa esperienza, come «pozzo», «raccolto», «pane», «focolare», sono ormai diventate estranee alla realtà e pressoché appartenenti a una mitologia. Ma io, quando scrivo, voglio che la cosa mi appaia, mi sia quasi visivamente presente. Altrimenti vedo che perde spessore e realtà, mi sfugge. È bello il titolo di Cesare Viviani, Credere nell’invisibile. Ma non bisogna mai cominciare dall’invisibile.
MARIACHIARA ci segnala questo articolo tratto da La Stampa.it del 12/07/09 con questo commento:”Una critica pulita, asciutta e obiettiva di un originalissimo film, in cui viene esposta tanto la trama quanto le curiosità e le motivazioni che hanno portato a concepire un simile soggetto. Diverte e incuriosisce, invogliando alla visione del film”.
Camilleri immagina uno Shakespeare siciliano
E se Shakespeare fosse nato in Sicilia? Se il suo nome, in origine, fosse stato un altro, fosse fuggito dall’isola alla volta dell’Inghilterra e solo qui avesse preso il nome che lo rese celebre nei secoli?. Sono i quesiti sui quali si fonda Troppo trafficu ppi nenti, una versione riveduta e corretta della nota commedia shakespariana Molto rumore per nulla, firmata da Andrea Camilleri e Giuseppe Di Pasquale, con la regia di quest’ultimo, in scena al Globe Theatre di Roma dal 14 al 22 luglio prossimi. Lo spettacolo parte dall’insinuazione di un dubbio: che dietro il nome e le opere di William Shakespeare si nascondesse, in realtà, un esule siciliano, Michele Agnolo Florio Crollalanza, giunto in Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni religiose contro i quacqueri. Nel suo lungo peregrinare, da Messina a Venezia, da Verona a Londra fino a Stratford on Avon, Florio Crollalanza scrisse molte opere teatrali, tragedie e commedie, come Troppo trafficu ppi nenti in dialetto messinese che, cinquant’anni dopo, si sarebbe trasformata in Molto rumore per nulla.
Giunto a Stratford, infatti, il drammaturgo siciliano sarebbe stato ospite di un oste che lo chiamava William, in ricordo del figlio morto. Ben presto il cognome Crollalanza, interpretato come «scrolla la lanci», sarebbe stato tradotto come «Shake the speare». Da qui il nuovo cognome «Shakespeare». Un esilio e la traduzione di un cognome: sarebbero questi gli ingredienti del mito secolare di William Shakespeare, il personaggio grazie al quale Michele Agnolo Florio Crollalanza potè fuggire alle persecuzioni e vivere, tenendo segreta la sua vera identità. L’esotismo, la vivacità e il mistero della città di Messina, luogo nel quale si svolge l’azione teatrale, vengono proposti dal regista Giuseppe Di Pasquale come le chiavi d’interpretazione dell’intrigo amoroso di Molto rumore per nulla che quindi, a buon diritto, può essere chiamato Troppo trafficu ppi nenti.
MARIACHIARA ci segnala questo articolo tratto da La Stampa.it del 10/07/09 con questo commento:”Un pezzo che offre spunti di riflessioni sul concetto di democrazia, giustizia e potere, consegnandoci un’analisi socio-politica ed economica degli ultimi decenni, esposta in maniera chiara e semplice e consentendo così, anche ai lettori meno esperti, di capire e soffermarsi a riflettere”.
Non è lo sviluppo che fa la democrazia
A partire dalla fine della Guerra fredda il tentativo di tracciare una «geografia della democrazia» ha comportato la necessità di affrontare due questioni distinte e correlate: quella dell’esaurimento della forza propulsiva della «terza ondata» di democratizzazioni (descritta da Samuel Huntington) e quella dei limiti culturali e sociali che possono ostacolare, ritardare, impedire la transizione e il consolidamento democratico al di fuori di quelle aree in cui le democrazie si sono per lungo tempo attestate (in buona sostanza, l’Occidente).
Oggi, mentre la crisi economica e finanziaria è sembrata giungere a un passo dal far vacillare le stesse fondamenta del mercato globale, torna però d’attualità un interrogativo che sembrava ormai marginale nel dibattito politico e culturale, e cioè quello dell’eventuale attrito tra capitalismo e democrazia. Sono precisamente questi i temi principali affrontati dall’eccellente volume di Angelo Somaini Geografia della democrazia, Il Mulino (pp. 560, euro 32). Giovandosi anche dell’aiuto di Francesco Mareggini, Somaini, che con Angelo Panebianco e Leonardo Morlino ha dato vita tre anni or sono alla Società per lo Studio della Diffusione della Democrazia, raccoglie, elabora e confronta in maniera davvero sistematica una mole ragguardevole di dati e di ipotesi sulla democratizzazione.
Così, in questi mesi di geremiadi globali, quando lo spirito di Cassandra sembra essersi ridestato, giova rammentare una semplice, per quanto scomoda, verità: le istituzioni democratiche hanno storicamente dimostrato una straordinaria capacità di convivere con alti tassi di diseguaglianza economica, riuscendo semmai a ridurla nel tempo, proprio attraverso la propria azione. Al contrario, quelle forme politiche che hanno collocato l’eguaglianza come obiettivo e premessa di una «democrazia sostanziale» hanno finito per rendere impossibile anche la «democrazia formale», cioè quella che si accontenta di postulare l’eguaglianza di fronte alla legge, la rule of law, la responsabilità dei governanti di fronte ai governati, la separazione dei poteri, la rappresentanza e la selezione elettorale delle leadership (i diritti politici e civili nell’accezione di Marshall). Basti pensare al caso dell’India, che, ancorché presenti un livello di diseguaglianza tuttora elevato e a prescindere dall’organizzazione sociale per caste, è, nel mondo extra-occidentale, una democrazia tra le più antiche.
Proprio il caso indiano permette di sviluppare due considerazioni ulteriori. La prima è rammentarci che laddove sorse originariamente - in Inghilterra, Francia e Stati Uniti - la democrazia dovette sfidare e sconfiggere nemici agguerritissimi: il tradizionalismo sociale, l’idea che l’esercizio del potere fosse riservato esclusivamente a determinati ceti e legittimato per via ereditaria, condizioni brutali di sfruttamento e un radicato pregiudizio favorevole alla naturalità della diseguaglianza, ingiustizia sociale e arretratezza culturale. E nonostante tutto ciò, incredibilmente, verrebbe da aggiungere, sopravvisse e si affermò. Sarebbe perciò opportuno rivedere il diffuso scetticismo che circonda la possibilità che le istituzioni democratiche possano consolidarsi laddove esse non sono mai state sperimentate in precedenza, spesso rafforzato dall’argomentazione che, proprio in Occidente, lo stesso processo ha richiesto decenni, quando non secoli. La realtà è affatto diversa, ci ricorda Somaini, poiché, «molte delle condizioni necessarie per una democrazia e che hanno impiegato tanto tempo a maturare in paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna sono già presenti non solo nelle nuove democrazie, ma anche nei paesi che ancora democratici non sono»: dalla parità di genere allo sviluppo tecnologico, dall’accesso ai mass media al ruolo non necessariamente conservatore ricoperto oggi delle grandi religioni.
La seconda considerazione è che, in barba ai più triti luoghi comuni, la democrazia è compatibile con una serie molto ampia di tradizioni culturali, al punto che non esiste paese per il quale essa possa essere esclusa a priori. L’instaurazione democratica può cioè avere chances anche in società estremamente poco sviluppate e dove essa non ha precedenti storici, perché non esiste praticamente cultura in cui i principi democratici «siano completamente estranei e nella quale non possano essere trovate ragioni per affermarli» (esemplare in tal senso il caso del Botswana). Detto altrimenti, in ogni cultura, compresa quella islamica, esistono gli enzimi che consentono di metabolizzare le istituzioni democratiche. Evidentemente questo non garantisce il successo dei tentativi in corso in Iraq o in Afghanistan, mentre induce a seguire con partecipe interesse l’esperimento della Turchia di Erdogan.
Ma, che cosa consente che il processo di democratizzazione abbia successo, che le nuove istituzioni mettano radici? E, domanda quanto mai attuale, tra i fattori interni e quelli esterni (la cosiddetta promozione della democrazia) quali risultano essere decisivi? Ancora una volta l’ampia casistica ormai disponibile suggerisce una risposta. Senza dubbio, lo sviluppo culturale e sociale interno sono fattori tutt’altro che irrilevanti per il buon esito conclusivo della transizione democratica. Ma se l’ambiente internazionale non presenta le circostanze favorevoli la democratizzazione non può consolidarsi e, molto spesso, neppure essere avviata: in tal senso si pensi, in negativo, al fallimento dei regimi liberali nell’Europa della Restaurazione e della Santa Alleanza e, in positivo, all’effetto del crollo dell’impero sovietico e alla successiva azione di promozione e tutela delle nuove democrazie garantita dall’allargamento dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea dopo il 1989.
CHIARA ci segnala questo articolo tratto da La Repubblica del 04/07/09 con questo commento:”Vorrei segnalare tra il meglio questo articolo perchè traccia in maniera sintetica una breve panoramica dei vari motivi per cui l’Istat potrebbe scomparire, delineandone meriti e demeriti. Una notizia importante, che spinge ad agire…”.
Istat: “Censimenti a rischio” Scontro Brunetta-Tremonti
ROMA - Censimenti a rischio. L’Istat non ha i soldi per effettuare i prossimi - tra cui quelli della popolazione e dell’agricoltura - e chiede l’approvazione della legge che stanzia le risorse. L’allarme è stato lanciato ieri dal Consiglio dell’istituto di statistica. Un’iniziativa inedita che finisce per arricchire il “dossier-Istat” aperto una decina di giorni fa con le dichiarazioni del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sulla inaffidabilità dell’indagine sulle forze lavoro. Che, dopo quattordici anni, segnalava il calo del tasso di occupazione e la crescita di quello della disoccupazione. Insomma, con i numeri, raccontava la gravità della crisi nel mercato del lavoro.
Dopo Tremonti hanno preso in successione la parola altri ministri, Claudio Scajola (Sviluppo economico) e Maurizio Sacconi (Lavoro), sempre in funzione anti-Istat. Troppe stime e troppo frequenti - secondo il governo - tali da non riuscire a offrire un quadro reale della crisi economica. Alle indagini campionarie (quelle che fa l’Istat) andrebbero affiancati e rafforzati - è sempre la tesi del governo - i dati amministrativi ricavabili dalla fisco e dall’Inps. Da qui l’annuncio di istituire una banca dati Inps-Agenzia delle Entrate con l’intento, non dichiarato, di ridurre il ruolo dell’istituto. Non sarebbe così se i nostri dati amministrativi, come accade in paesi come l’Olanda o la Finlandia, fossero davvero affidabili. Ma con i tassi di evasione che registra l’Italia molte statistiche sarebbero largamente compromesse.
In Via Cesare Balbo i ricercatori (sono oltre 700 su 2.160 dipendenti) si sentono sotto tiro. Sul web è stata lanciata una petizione-appello indirizzata al Capo dello Stato perché - si legge - “la credibilità della statistica ufficiale è un bene pubblico del paese”. Il presidente Luigi Biggeri, scaduto il 27 giugno e in prorogatio fino al 10 agosto, ha dovuto difendere l’autonomia e la serietà suo istituto per ben due volte in una settimana: prima per sottolineare (a Tremonti) il rigore scientifico delle indagini sulle forze lavoro e poi per ricordare (a Scajola) che il calendario delle rilevazioni è fissato a livello europeo.
Ma in questa partita ci sono anche altri giocatori perché, appunto, c’è da nominare il nuovo presidente e, subito dopo, anche il nuovo direttore generale (l’attuale, Giovanni Fontanarosa è ad interim). Nel passato, a poche settimane dalla scadenza del mandato si sapeva chi era il candidato. Questa volta no, tanto che ha preso a girare l’ipotesi di un commissariamento. Dietro le quinte pare si sia consumato uno scontro tra il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, e il titolare dell’Economia Tremonti. Brunetta, su delega della presidenza del Consiglio, è il ministro vigilante sull’istituto; Tremonti, va da sé, ha un suo interesse sull’Istat. La nomina del presidente, comunque, spetta al Consiglio dei ministri su proposta del premier. Brunetta aveva intenzione di suggerire l’economista Fiorella Kostoris, anche perché la tradizione dell’istituto prevede l’alternanza alla presidenza tra un economista e uno statistico. Ma tra Kostoris e Tremonti ci sono antiche ruggini risalenti all’epoca in cui l’economista guidava l’Isae.
L’alternativa potrebbe allora essere Carlo Andrea Bollino, professore di economica e attuale presidente del Grtn (il Gestore del sistema elettrico), nonché assiduo frequentatore dei seminari dell’Aspen di cui Tremonti è presidente. Forse ci sono anche alcune soluzioni interne. Ma la battaglia - è evidente - prima che sui nomi, è sulla ruolo che si vuole affidare all’Istat che potrebbe essere costretta anche a esternalizzare per mancanza di risorse (umane e finanziarie) le rilevazioni delle forze lavoro. Casualità?
FABIANA ci segnala questo articolo tratto da La Repubblica del 29/06/09 con questo commento:”Ottimo articolo, interessante, scritto bene e informativo. Utile inoltre a noi studenti di scienze delle comunicazioni per tenerci aggiornati sulle nuove frontiere della promozione pubblicitaria”.
Benvenuti nel reality book: e il libro continua su internet
Cosa diavolo possiamo metterci “in più”? Con le librerie sovraffollate da decine di novità al giorno, la domanda è diventata ossessione per chiunque, autore o editore, tenga un romanzo a battesimo. Perché da “quell’extra” può dipendere il successo sul mercato.
“In più”, Il ladro di anime di Sebastian Fitzek, 500mila copie vendute in Germania e pubblicato ora in Italia dal piccolo editore Elliot (anche nella convinzione dei grandi che un best seller tedesco da noi capita ogni morte di papa) ha un post-it: cinque centimetri per quattro, giallo standard, appiccicato una a una su 15mila copie di tiratura, tra pagina 288 e 289.
Quando il lettore se lo trova davanti al naso, dovrebbe ormai essere pronto ad abboccare: per arrivare fin lì è passato attraverso gli spaventi e gli incubi a ripetizione di uno psychothriller senza risparmio, figlio di atmosfere alla Stephen King (omaggiato a pagina 186), che si dipana per un’interminabile notte della vigilia di Natale in una clinica psichiatrica berlinese isolata da una tempesta di neve. Chiusi lì dentro, tre pazienti con vari squilibri, due infermieri e due dottori sospetti giocano a un sanguinoso acchiapparello con un serial killer psicopatico che ipnotizza le sue vittime fino alla morte apparente irreversibile, seminando indovinelli macabri per rendere più appassionante la caccia.
Sembra un videogame? Fuochino. Perché in realtà il videogame (per gli esperti, più esattamente l’”Alternate reality game”) sta solo per cominciare: sul post-it giallo c’è un indirizzo e-mail, scrivendo al quale si ottiene la parola d’ordine per entrare in un sito dove Fitzek e una squadra di informatici hanno allestito una clinica della morte virtuale. E lì la sfida al killer, tra nuove paure e indovinelli sempre più difficili, continua.
Funziona, il complicato meccanismo di “fidelizzazione”? In Germania lo ha fatto così bene che Fitzek è diventato un fenomeno dell’anno (è appena uscito il suo nuovo titolo, “Splitter”) e inventato un sottogenere: il neuro-romanzo dove l’arcicattivo manipola la mente tanto delle vittime che dei lettori, mentre decine di blog dissertano sulla possibilità di nascondere ordini post-ipnotici tra le righe di un romanzo. Ma qualcosa di simile, nel campo del marketing librario, ha cominciato a succedere con una certa frequenza negli Stati Uniti, anche se ogni caso fa un po’ storia a sé. Il primo è stato quasi due anni fa Thirteen reasons why, romanzo per “young adults” di Jay Asher sul suicidio della sedicenne Hannah Baker, che si è lasciata dietro tredici audiocassette di accuse ai compagni di scuola. Abbastanza scabroso e d’attualità da finire in qualche settimana in classifica, ma soprattutto da far venire all’editore Razorbill, marchio di Penguin group, l’idea di una campagna pubblicitaria che ha invaso YouTube: video con un registratore che recita i messaggi post-mortem della ragazzina con la voce dell’attrice Olivia Thirlby (quella che faceva la migliore amica della protagonista in “Juno”). Risultato: 158 mila copie vendute e ritorno trionfale in classifica, al terzo posto.
Più vicina al caso Fitzek e già un passo oltre YouTube, la carriera di best seller di Cathy’s book, giallo per teen ager sulla scomparsa dell’adolescente Cathy, che i lettori sono stati invitati a rintracciare attraverso un “Alternate Reality Game” che inizia su internet ma continua nella vita concreta: si può chiamare telefono della casa di Cathy per far domande su particolari utili all’indagine, lasciare messaggi e dar consigli agli amici che nel libro la stanno cercando. In breve, 1000 giocatori on line, settimo posto tra i best seller del New York Times, un sequel nel 2008 e un terzo episodio, Cathy’s Ring, uscito da poche settimane. Ultimo caso, di questo mese, Personal effects: Dark art di J. C. Hutchins, thriller sovrannaturale su un sensitivo che forse vede delitti o forse li commette con la mente, garantito come ispirato “un terzo a Dottor House, un terzo a CSI, e un terzo a X-Files”, copertina imbottita di numeri di telefono da comporre, cartoline da scrutare per carpire indizi e indirizzo del più perfezionato (finora) alternate reality game in campo.
Un modo di costruire sul web una sorta di sequel, come fa il cinema, così come, tra i modi per promuovere un libro, c’è anche quello di anticipare il primo capitolo (una sorta di prequel), distribuendolo gratuitamente. Per far affezionare i lettori e invogliarli all’acquisto dell’opera completa. L’ultimo caso, il più clamoroso, è quello di Zia Mame di Patrick Dennis: l’Adelphi ha distribuito 10mila libretti con il primo capitolo in librerie e locali. In una settimana il libro è già arrivato a 20mila copie. La Bompiani l’ha fatto con Il lupo di Joe Smith allegando ad alcune riviste. E l’aveva fatto anche Fazi con Mia sorella è una foca monaca di Frascella. Ma qui il marketing si ferma alla carta.
Ciò che distingue Il ladro di anime di Fitzek dai predecessori, è tuttavia un dettaglio non trascurabile: giurano gli editori tedesco e italiano che se funziona è perché non è stato inventato a tavolino dai maghi dell’informatica, ma è cresciuto da solo, con la sola spinta del post-it. All’inizio dietro c’era appena un risponditore automatico che sfornava indovinelli aggiuntivi a quelli del libro, poi la quantità di mail arrivate si è fatta così imponente, e YouTube così pieno di filmati realizzati spontaneamente dai fan, che la casa editrice Droemersche si è convinta a investire nel game. Per dire che anche l’alternate reality game più sofisticato sotto sotto ha qualcosa del vecchio gioco dell’oca: sondando le ragioni del suo successo arrivi alla casella “torna all’inizio”, e all’inizio c’è l’antico passaparola, l’araba fenice dell’editoria di tutti i tempi.
Simone Caltabellotta, l’editor di Elliot che ha comprato Fitzek, non se lo nasconde: “Speriamo che scatti. Pronti anche noi a incrementare l’impegno on-line man mano che le vendite procedono, passando magari dal game nel sito tedesco a una versione tutta italiana”. Intanto, per propiziare l’incantesimo, sono partiti con blitz di sapore situazionista: venerdì in una ventina di librerie in sei città si sono presentate coppie di figuranti vestite da psichiatra e paziente, per distribuire post-it gialli e inviti alla lettura. Nelle principali città tedesche, Fitzek l’anno scorso lo faceva di persona, presentandosi sporco di sangue finto e fasciato da una camicia di forza, su una sedia a rotelle spinta da nerboruti infermieri. Roba da far passare per timido Federico Moccia, che in questi giorni per lanciare il suo nuovo Scusa ma ti voglio sposare (Rizzoli) invita on line i fan a partecipare a “feste di nozze” in discoteca a Roma, Bari e Milano.
MARIACHIARA ci segnala questo articolo tratto da Il Giornale.it del 25/06/09 con questo commento:”Secondo me questo articolo descrive le sinfonie eseguite durante la serata al Duomo quasi raccontandole e si riesce quasi a immaginarle e sentirle, anche se non si è stati presenti allo spettacolo”.
Muti entusiasma con il «Requeim» di Paisiello e la «Jupiter» di Mozart
I concerti nelle chiese non servono tanto per ascoltare bene la musica, quanto per vedere finalmente bene illuminate le chiese.
Poi della musica conta se offre evidenze di grande comunicativa, effetti sonori che si possano districare dall’insieme papposo di suoni che si deposita in alto, fra echi e risonanze, e una forte personalità nel direttore, che si fa per istinto ed esperienza interprete dalla situazione d’emergenza e convoglia l’ascolto verso la capacità degli ascoltatori di capire e distinguere i percorsi e goderli nella straordinarietà del luogo e dell’incontro.
A Monza, in duomo, è andato tutto bene. Quanto al vedere, il monumento, splendido di per sé, con le luci che valorizzavano tutte le pareti e i soffitti ci facevano sentire in un mondo di figure dipinte con armonioso accanimento, con grande festa e felicità. Quanto agli interpreti, il gruppo fresco, simpatico, genuino dei giovani dell’orchestra Cherubini ha la sua bella fragranza, e il direttore, Riccardo Muti, era attentissimo a darci i segni decisivi delle composizioni.
Così, le arie del Requiem di Paisiello hanno navigato intense e rasserenanti, libere come canzoni, sapienti come invenzioni d’un maestro di grande scuola. Ce n’è una, Quaerens me sedisti lassus, dove l’emozione al pensiero di Dio che si fa uomo per noi - cercando me, proprio me - si esprime in tre note discendenti, come se iniziasse un ampio discorso, poi resta come nella confidenza, intenerita, e indugia nella piccola sequenza, e vorremmo che non ne uscisse mai. Una preghiera che non chiede, un canto che si insinua subito in noi: che cosa preziosa.
La sinfonia Jupiter di Mozart è più sacrificata dall’acustica, ma si difende da sola. Muti calcola esattamente i colori differenti dei temi trascinanti, solenni o buffi che entrano in gioco, nel primo tempo, stempera i contrasti in effusione lirica nel secondo e dopo aver creato sornione un’attesa nel terzo tempo, convoglia tutti nel tema raccolto e trionfale dell’ultimo.
Duomo gremito, applausi caldi e calorosi. Ma soprattutto facce orgogliose e contente. Non bisogna avere paura di offrire al grande pubblico i grandi eventi: al di là di culture e preparazioni, c’è nelle persone un intuito per cogliere la bellezza e l’importanza degli avvenimenti maggiori. Una ripresa di primi piani degli sguardi tesi, dei sorrisi contenuti, della voglia di partecipare di quella gente così naturale che avrebbe potuto inserirsi tra i volti degli affreschi e dei quadri, in una luce di autenticità.
LUANA ci segnala questo articolo tratto da La Repubblica.it del 24/06/09 con questo commento:”Anche se nell’ultimo periodo questo caso viene trattato in maniera trash da tanti giornali, questo articolo, per me, è da considerarsi buono. In effetti ci parla dell’inchiesta e ci fornisce degli elementi interessanti riguardo ad essa. Il giornalista non marcia su nomi di persone importanti per suscitare curiosità e scalpore, ma spiega in che modo e su quali elementi procedono le indagini”.
E dopo le feste, tutti al tavolo verde
Un nuovo filone d´indagine: nell´inchiesta della procura di Bari sul presunto giro di squillo e cocaina, ora spunta il gioco d´azzardo, le partite a poker, che Gianpaolo Tarantini avrebbe organizzato dopo le feste e le cene. Gli uomini della guardia di finanza, ora, cercano riscontri, partendo dagli spunti investigativi, contenuti nelle intercettazioni telefoniche.
L´imprenditore barese, al telefono, parlava di affari e di donne. Pensava alle feste, al modo, raccontano gli investigatori, per ingraziarsi politici e medici. E intanto non disdegnava il gioco d´azzardo. Anche ai suoi ospiti molto spesso piaceva il rischio delle carte. Ascoltando le intercettazioni, i militari del nucleo di polizia tributaria sono riusciti a ricostruire questo altro pezzo dell´inchiesta. Secondo l´accusa, Tarantini, a volte, nella villa di Giovinazzo e nell´appartamento, affittato a Bari, si sarebbe intrattenuto con i suoi ospiti: professionisti, imprenditori, rappresentanti politici. Con loro giocava a carte, a poker. Le puntate erano alte, sino a tremila euro. Il rischio elevato. Le partite, ipotizzano gli investigatori, sarebbero state organizzate, sempre dopo le cene o le feste alle quali molti baresi in vista hanno partecipato. Alle serate, organizzate da Gianpaolo Tarantini, in altri termini, circolavano molti soldi.
L´inchiesta del sostituto procuratore Giuseppe Scelsi diventa sempre quindi più articolata. Il presunto giro di squillo del quale, almeno con Patrizia D´Addario avrebbe beneficiato anche il presidente del Consiglio, è solo una parte del fascicolo. Il filone d´indagine più delicato è quello della droga, della polvere bianca circolata, secondo la guardia di finanza, negli ambienti di Gianpaolo Tarantini: per questo ora l´obiettivo dell´inchiesta è capire chi abbia e dove abbia introdotto la sostanza stupefacente. Le intercettazioni non sempre sono state decisive perché il telefonino BlackBerry dell´imprenditore sarebbe stato impostato in modalità Voip almeno fino ai mesi scorsi, quando l´utenza mobile era costantemente sotto controllo. Un particolare sotto la lente di ingrandimento della procura che vuole accertare se e perché l´imprenditore avesse deciso di impostare il suo cellulare con la modalità che sfrutta la comunicazione con il protocollo Ip tramite internet o su rete Lan. Il sospetto è che fosse un modo per evitare che telefonate o conversazioni sospette venissero intercettate. Come è accaduto per i colloqui intercorsi tra Tarantini e il premier: sono agli atti degli inchiesta, ma non sono ritenuti fondamentali. E intanto il trans Manila Gorio aggiunge dettagli e conferma le sue ipotesi: «Sono amica di Patrizia da dieci anni e penso che lei non sia capace di fare questo da sola, qualcuno l´ha indirizzata in modo sbagliato».
CHIARA ci segnala questo articolo tratto da Il Mattino.it del 19/06/09 con questo commento:”Segnalo questo articolo per il Meglio, perchè mi sembra una notizia importante, data, nonostante la drammaticità, in maniera asciutta e ricca di dati oggettivi e analizzabili”.
Fao: più di un miliardo di persone nel mondo soffre la fame
ROMA - Per la prima volta nella storia umana, oltre un miliardo di persone in tutto il mondo risultano sottonutrite. Lo rende noto la Fao, che ha rivisto al rialzo le stime per il 2009 sul numero di persone che soffrono la fame, indicando la cifra di 1,02 miliardi. Tale cifra supera di oltre 100 milioni il livello dell’anno scorso e rappresenta circa un sesto della popolazione mondiale.
Questo aumento della fame a livello mondiale - spiega la Fao - non è la conseguenza di raccolti insoddisfacenti, ma della crisi economica mondiale che ha ridotto i redditi e aumentato la disoccupazione. E anche nelle nazioni sviluppate la denutrizione è divenuta un problema crescente, riguardando 15 milioni di persone. La fame nel mondo - sottolinea l’agenzia delle Nazioni Unite - ha mostrato un trend di lenta ma continua crescita nell’ultimo decennio.
Quest’anno il numero di persone vittime della fame è previsto crescere globalmente dell’11%, secondo le stime della Fao basate su analisi del Dipartimento per l’Agricoltura degli Stati Uniti. Quasi l’intera popolazione sotto-nutrita vive nei Paesi in via di sviluppo ma una fetta di 15 milioni riguarda i Paesi sviluppati. In Asia e nel Pacifico circa 642 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica; nell’Africa Sub-Sahariana 265 milioni; in America Latina e nei Caraibi 53 milioni; nel Vicino Oriente e nel Nord Africa 42 milioni.
LUANA ci segnala questo articolo tratto da Il Corriere della Sera del 18/06/09 con questo commento:”L’articolo, a parer mio, può essere considerato buono. In effetti tratta un tema che riguarda da vicino la nostra società, e lo tratta in maniera diretta, fornerndo dati interessanti e senza tanti forzature o racconti di aneddoti lacrimevoli che aiuterebbero ad impietosire il lettore”.
Alcol, vendita vietata ai minori di 16 anni «Troppi rischi per la salute e la sicurezza»
MILANO - «Vietato vendere alcol ai minori di 16 anni» nei supermercati, nei bar, nei locali pubblici: Milano è pronta a fare propria l’ordinanza adottata ieri dal comune di Monza. E il giro di vite meneghino non si ferma allo slogan «no alcol». C’è chi sottolinea la necessità di controlli estesi anche «alla qualità » delle bevande in commercio: «Pur di alimentare il vizio, ai giovanissimi vengono propinati mix di sostanze, micidiali cocktail di superalcolici di pessima qualità dice lassessore Giampaolo Landi Di Chiavenna. Sto acquisendo copia dell’ordinanza di Monza. Sono orientato a seguirla».
Perché i dati sull’abuso di alcol da parte dei minorenni «sono impressionanti. Fotografano una situazione esplosiva per numeri e conseguenze sul piano della salute e della sicurezza sociale ». E perché «va colmato un vuoto normativo: in quasi tutti gli altri Paesi europei il divieto è già in vigore»: Che l’alcol dia alla testa è dato acquisito. In quanto tempo “ cioè 6 minuti esatti, con la concentrazione di sostanze a protezione delle cellule celebrali che diminuisce all’aumentare dei livelli di alcol assunto” è un dato reso noto in questi giorni da una ricerca pubblicata sul Journal of Celebral Flow and Metabolism.
Il vicesindaco Riccardo de Corato è convinto della «positività della soluzione adottata, anche se è cosa diversa applicare un’ordinanza a una città che ha 1,3 milioni di residenti rispetto a Monza che ne ha 120 mila». E ricorda, poi, che a Milano vige già «un’ordinanza che sanziona gli abusi relativi al consumo d’alcol allorché creano condizioni di pericolo» (59 le sanzioni da 500 euro inflitte da inizio anno). Il capogruppo della Lega, Matteo Salvini, si spinge oltre e propone che i commercianti chiedano un documento di identità a chi si presenta alla cassa con alcolici: «Siano minorenni o clandestini» precisa. Mentre Giovanni Terzi, assessore alle Attività produttive, commenta: «Non è proibizionismo ma un modo di tutelarne la salute».
I commercianti assicurano piena collaborazione: «Il divieto sarebbe un fatto di civiltà e l’Unione del commercio è sempre a favore delle battaglie di civiltà» spiega il portavoce Giorgio Montingelli. La campagna «no alcol» è partita dalla città di Teodolinda, il cui sindaco leghista Marco Mariani ha detto di esser «stanco di vedere i giardini pubblici mezzi distrutti da ragazzetti ubriachi». L’ordinanza entrerà in vigore dal 1 luglio e coinvolgerà tutti gli esercizi commerciali della città, super compresi. Presto potrebbe anche diventare un provvedimento su base provinciale. Per chi sgarra, le nuove regole, che di fatto hanno recepito le disposizioni contenute nel decreto legge Maroni, prevedono sanzioni fino a 400 euro, con controlli random sia nei negozi sia nella grande distribuzione. «Non risolveremo il problema alla radice ‘ dice Mariani ‘ ma speriamo di risvegliare il senso di responsabilità dei gestori e soprattutto le coscienze sopite di molti genitori».
FABIANA ci segnala questo articolo tratto da La Repubblica del 17/06/09 con questo commento:”Informazioni utili e dubbi legittimi. Ecco ciò che riporta un buon articolo”.
I primi “exit poll” del ministero. Boom di bocciati alle superiori.
Aumentano i bocciati alle superiori. E il costo dell’insuccesso scolastico schizza alle stelle. Gli scrutini sono ancora in corso in moltissimi istituti italiani ma i primi risultati raccontano di un forte incremento di studenti che non ce l’hanno fatta a superare l’anno scolastico. Tanto tuonò che piovve, recita un antico adagio. Insomma: il pugno di ferro auspicato dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, sta producendo i primi effetti. Un risultato che può essere interpretato in diversi modi.
Ieri pomeriggio, contrariamente alla tradizione, viale Trastevere ha fornito alla stampa un primo assaggio dei dati che le scuole stanno inviando al cervellone del ministero dell’Istruzione. Su un campione del 10 per cento degli istituti di istruzione superiore, la percentuale di non ammessi alla maturità è aumentata dell’1,6 per cento. Della stessa quota si è incrementato il numero di bocciati nelle classi intermedie.
“Non è mai bello - ha dichiarato il ministro Gelmini al Tg1 - che un ragazzo perda l’anno però io credo che questo aumento delle bocciature stia a significare il ritorno ad una scuola dell’impegno, ad una scuola del rigore, ad una scuola che prepara i ragazzi alla vita”. L’assunto è quindi: più bocciati, maggiore rigore e serietà. Esattamente l’opposto di quello che pensano illustri pedagogisti ed esperti del settore che prendono come paradigma dell’insuccesso dell’intero sistema la cosiddetta dispersione scolastica: bocciature, evasioni e abbandoni.
Se verranno confermati i primi ‘exit poll’ ministeriali, i numeri raccontano un mezzo disastro. Oltre 372 mila bocciati, pari al 15,4 per cento, nelle classi che vanno dalla prima alla quarta. E un numero di non ammessi agli esami mai registrato da quando è stata ripristinata l’ammissione: quasi 6 per cento, pari a 28 mila non ammessi. Le novità introdotte quest’anno per l’ammissione alla maturità sono due: voto di condotta e media del 6 per accedere alle prove d’esame. Per le classi intermedie l’unica novità è il voto di condotta. Cambiamenti che da soli non giustificano un incremento di bocciature. Probabilmente, a determinare l’impennata di non promossi è stato il clima di rigore “auspicato” dal governo e fatto proprio da una parte dei docenti italiani. Ma lo scopo del pugno di ferro non era quello di indurre gli studenti ad un maggiore impegno e ridurre le bocciature?
Basta trasformare in euro i numeri dell’insuccesso scolastico per comprendere la gravità della situazione. I 372 mila bocciati e i 28 mila non ammessi alla maturità consegnano all’anno scolastico, ormai agli sgoccioli, 400 mila insuccessi. Cui andrebbero aggiunti i ritirati e coloro che si sono iscritti ma che non hanno mai frequentato. Quattrocento mila ragazzi che con tutta probabilità rifrequenteranno la scuola statale stazionando in classe almeno un anno in più. E siccome il costo di uno studente della scuola superiore supera i 7 mila e 600 euro l’anno, va da sé che l’insuccesso scolastico grava sulle casse dello stato per 3 miliardi di euro, con un incremento nel solo 2008/2009 di 300 milioni. Anziché tagliare cattedre e finanziamenti e contemporaneamente spendere di più per la dispersione, non si potrebbero investire maggiori risorse per cercare di aumentare il successo scolastico?
MARIA VITTORIA ci segnala questo articolo tratto da La Repubblica del 03/06/09 con questo commento:”Questo mi sembra un buon articolo perché la notizia viene riportata usando uno stile asciutto, senza esprimere giudizi e la trasposizione di alcuni passi del provvedimento di concessione degli arresti domiciliari è secondo me giustificata dall’eccezionalità dell’evento”.
Presunto boss mafioso è “depresso”. Passa dal 41 bis a Parma ai domiciliari
CATANIA - Era “fortemente depresso” a causa del regime di 41 bis. Con questa motivazione il Tribunale di Catania ha concesso gli arresti domiciliari a Giacomo Maurizio Ieni, 52 anni, indicato come il capo della cosca mafiosa Pillera. Detenuto dal 26 giugno del 2006, il presunto boss era sottoposto al carcere duro nel centro clinico del penitenziario di Parma.
Nella precedente udienza di uno stralcio del processo, Ieni era scoppiato in lacrime davanti ai giudici, sostenendo di “essere fortemente depresso e di non riuscire a stare in carcere”. Il tribunale, accogliendo la richiesta del suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera, adesso gli ha concesso gli arresti domiciliari per “gravi motivi di salute”, ritenendo che “l’affetto dei familiari” sarà per lui la terapia migliore per riprendersi e guarire.
“Il Tribunale - è scritto nel provvedimento con il quale si concedono gli arresti domiciliari a Ieni - stima inutile esperire un ulteriore accertamento che finirebbe col confermare quanto è stato ripetutamente acclarato, col seguito di raccomandazioni che non è possibile tradurre efficacemente lontano dall’ambiente familiare, come ben sa chi ha un minimo di esperienza in materia. L’ambiente familiare appare allo stato insostituibile”.
Il tribunale ha tassativamente escluso che Ieni stia recitando: “La lunga osservazione e numerosi accertamenti lo hanno escluso”. Nel provvedimento i giudici hanno sottolineato come “il fatto che in tre anni ci sia stata una cronicizzazione del disturbo dà la misura della insufficienza della struttura carceraria a superare la condizione di patologia”. “La cronicizzazione della malattia - hanno scritto i giudici - è più che un aggravamento”.
La decisione è stata però “fortemente contestata” dalla Procura di Catania, che si dice “estremamente sorpresa e sgomenta” sia “per la pericolosità sociale del soggetto” sia in considerazione del fatto che “nella perizie redatte non ce n’era alcuna che stabilisse che il suo stato di salute fosse incompatibile con la detenzione in un centro medico, così come si trovava ristretto”.
SILVIO ci segnala questo articolo tratto da Il Foglio del 25/05/09 con questo commento:”Caro Elefantino, ti diamo un incarico, a te che conosci Giuliano Ferrara: portagli i ringraziamenti del Blog dell’Antitrash per aver, con ironia, messo un pezza al giornalismo più scandalistico e osceno degli ultimi anni”.
Ecco le risposte del Cavaliere alle 10 domande. In sogno
ROMA (25 maggio) - In una manchette su fondo giallo a tutta pagina, sotto la testata, oggi Il Foglio spiega che Berlusconi ha deciso di rispondere alle dieci domande di Repubblica mostrandosi in sogno all’Elefantino. Aggiungendone un’undicesima, “la domanda giusta del giornalismo investigativo, quella da gran signori”: «Lei è fidanzato segretamente con la signorina Noemi Letizia?». «No». Domande e risposte sono accompagnate da una serie di vignette di Vincino contro Repubblica.
Così l’Elefantino a domanda si risponde, non senza pepate sottolineature all’indirizzo del quotidiano romano:
1) Berlusconi ha conosciuto il padre e la madre di Noemi Letizia un giorno qualsiasi di qualche anno fa e la cosa non ha importanza.
2) Berlusconi non ricorda e non dà importanza al numero di incontri con la famiglia Letizia.
3) La consuetudine di Berlusconi con la famiglia Letizia è un aspetto della vita personale del Cavaliere.
4) La discussione delle candidature con il padre di Noemi è una “bugia bianca” detta per essere lasciato in pace.
5) Berlusconi ha conosciuto Noemi qualche anno fa, non ricorda la data.
6) Noemi è stata frequentata sotto i flash dei fotografi in incontri pubblici e anche in privato, nelle feste che si sono svolte a casa Berlusconi.
7) Berlusconi dà una mano alla famiglia Letizia né più né meno di quanto faccia per altre conoscenze.
Berlusconi ha promesso di dare una mano a Noemi per una carriera nello spettacolo. Come a tanti e a tante.
9) Berlusconi non chiede il certificato anagrafico quando canta con Apicella a una festa con un coro di ragazze, ammette che dovrebbe stare più attento, non gli risultano altre minorenni tra le frequentazioni.
10) Berlusconi sta abbastanza bene, non è la prima volta che una moglie attribuisce i comportamenti del marito a una malattia.
ALESSIA ci segnala questo articolo di ALBERTO RONCHEY tratto da Il Corriere della Sera del 19/05/09 con questo commento:”I problemi dell’Africa, un bellissimo continente troppo spesso dimenticato, raccontati in maniera semplice ma soprattutto…raccontati!”.
La pressione dell’Africa
Fra le conseguenze della crisi finanziaria internazionale, si deve anche prevedere che sarà compromessa la disponibilità delle ingenti risorse necessarie per offrire più aiuti all’Africa. Il continente profondo e tragico, malgrado alcuni progressi degli ultimi anni e le iniziative imprenditoriali cinesi, da tempo gravita verso l’Europa con le sue masse di profughi. Gli africani oggi risultano 930 milioni. All’inizio del ’900, risultavano 170 milioni. Ora, se già da decenni le loro correnti migratorie apparivano irriducibili, nei prossimi anni saranno maggiori. Gli extracomunitari che arrivano con permessi di soggiorno a scadenza possono considerarsi clandestini solo quando non rispettano i termini consentiti. Vengono chiamati overstayers.
Ma il territorio italiano, avamposto meridionale dell’Europa proteso nel Mediterraneo, è investito più che la Grecia, la Spagna e il Portogallo dagli sbarchi dei migranti non legali. Arginare quel flusso, respingere gli extracomunitari senza diritto d’asilo, è un compito d’estrema difficoltà se non sono identificabili poiché spesso non presentano passaporti né altri documenti necessari per il rimpatrio. E senza dati sulle loro nazionalità, è anche difficile accertare il diritto d’asilo per quanti si dichiarano profughi da conflitti o perseguitati da governi tirannici. Scaduto il termine di permanenza nei centri d’identificazione, per espellere i fuori legge risulta del tutto illusorio il ricorso ai semplici «fogli di via».
Non partono, rimangono qui come clandestini. Se gli undocumented non vengono riconosciuti da qualche interprete secondo le lingue che parlano, e neanche accolti nelle presunte nazioni d’origine, si possono forse rimandare alle basi dei transiti? La Libia ha tollerato di recente che i clandestini migranti su alcuni barconi alla deriva nel canale di Sicilia fossero senza indugio ricondotti dalle motovedette italiane sulle coste dalle quali erano partiti. Casi controversi, per varie obiezioni di opportunità e di legalità. Rimane da verificare se davvero, secondo i reiterati accordi fra Tripoli e Roma, una congiunta sorveglianza nelle acque libiche respingerà il traffico gestito dal racket del contrabbando umano.
Gheddafi ha esitato nel procedere secondo l’impegno, anche dopo il «patto d’amicizia» firmato a Bengasi. Forse giudica rischioso accogliere le correnti migratorie transahariane fra i 6 milioni di cittadini libici, autoctoni al 57 per cento e poi egiziani, sudanesi, tunisini, berberi. Eppure, si tratta solo di migranti musulmani e in gran parte arabi. Ora, forse tende a deviare i transahariani verso altre coste d’imbarco. In Italia, è da ricordare, i residenti censiti risultano già oltre 60 milioni dopo il fenomeno immigratorio, dieci volte la popolazione libica. Non è poi da dimenticare che solo all’interno dell’Ue le frontiere sono state abbattute, secondo la Convenzione di Schengen. Le più generose concezioni dell’accoglienza non bastano a sottostimare, o ignorare, l’insostenibilità d’una pressione illimitata dell’Africa gravitante sull’Europa.
ANDREA ci segnala questo articolo di EDMONDO BERSELLI tratto da la Repubblica dell’11/02/09.
Il reality batte la realtà
Torniamo a lunedì sera, alle ore successive alla morte di Eluana Englaro. Proviamo a uscire per un momento dai confini del dibattito sull’etica e la cronaca e a varcare la soglia dell’iperspazio mediatico. Sono le ore in cui fra il conduttore di Matrix, Enrico Mentana, e lo stato maggiore di Mediaset scoppia una guerra inaudita. E per la prima volta, con un colpo a sorpresa, la realtà virtuale sostituisce la realtà effettuale.
È come assistere a un colossale gioco di prestigio. L’universo di Eluana, il teatro di una tragedia umana infinita, lo spazio di uno scontro istituzionale e di un’aspra discussione civile, vengono fatti sparire. Voilà. La scatola della realtà viene sostituita dal format del Grande Fratello. Le lacrime scaturite da un dramma di crudeltà accecante cedono il passo al pianto di un’ex modella, che singhiozza per essere stata squalificata (ha tirato un bicchiere a un compagno di reality) e deve abbandonare la Casa.
Le tirate moralistiche non servono a niente. Qui non è questione di buon gusto o di solidarietà corporativa con Mentana.
Non serve a molto stilare classifiche di qualità fra un reality e un talk show. Si resta senza fiato perché ad un tratto la rete ammiraglia della flotta televisiva di Silvio decide di abrogare la realtà, e di rifilare ai telespettatori la finzione esasperata del Grande Fratello.
Il direttore generale per l’informazione di Mediaset, Mauro Crippa, può raccontare la sua versione, magnificando «la lunga e impeccabile» diretta di Emilio Fede e aggrappandosi alla «finestra di Studio Aperto». Racconti quello che vuole. Ma sarebbe come spiegare con le leggi della fisica , un illusionismo spettacolare. Il mondo si smaterializza, si dissolve, scompare. C’è il trucco? Ma il trucco è infinitamente meno interessante dell’effetto; ciò che conta è il risultato. Lo sbalordimento, la meraviglia, lo stupore. Come nel film Matrix, il software costruisce e proietta nella mente un mondo “altro”. Noi vediamo ciò che l’impaginatore della realtà virtuale ha deciso di farci vedere.
Ciò che sbalordisce è la logica radicalmente autoreferenziale di questo processo. La televisione mostra soltanto se stessa. Il signore e padrone di Mediaset, Silvio Berlusconi, aveva tutto l’interesse a passare direttamente all’incasso politico, qui e ora, dopo che i suoi media si erano mobilitati strenuamente nella campagna «contro la morte di Eluana». L’impegno era stato fortissimo, prolungato, addirittura feroce. E continua ancora, per cogliere tutte le implicazioni istituzionali che si sono create, gli spazi da occupare.
Lunedì sera si era visto un assist formidabile per trasformare un convincimento morale in un ferreo principio di verità applicata, nell’invincibile dogma berlusconiano. Con quella conclusione segnata dal tragico si era spalancata un’opportunità irripetibile per approfittare politicamente degli eventi. E invece no, e invece niente. «Mentana conosce bene le regole della tv commerciale», conclude lo stratega dell’immaginario Crippa: e questo vuol dire che la realtà, gli eventi, la morte non possono toccare la sacralità del palinsesto, l’articolazione dei blocchi pubblicitari, la perfetta e fatua fusione di reality e spot.
Con questo, Alessia Marcuzzi vale Enrico Mentana, il pianto sguaiato di una figurante quanto la commozione di chi ha vissuto e seguito il caso Englaro. Perfetto: «The reality show must go on», è l’ultimo guizzo linguistico del conduttore di Matrix. E i numeri confermano: otto milioni di spettatori per il Grande Fratello, record stagionale, quasi il doppio del Porta a porta dedicato alla vicenda di Eluana Englaro (per l’impecca¬bile Fede, un milione e trecentomila spettatori).
Viene facile attribuire questi risultati a una sorta di ipnosi collettiva, esercitata dall’occhio magico e indagatore che campeggia nel teleschermo. Ma se esistono gli ipnotizzati, vuoi dire che c’è un ipnotista. C’è un Grande Fratello, non il reality show, che vuole davanti a sé quelle che il filosofo Carlo Galli definì «immense platee implose nella privacy», quindi aliene da ogni impegno o discorso collettivo. Opacità assoluta. Pubblica opinione senza opinione ma con diritto di voto via sms. Audience tramortita, in condizione vegetativa, a cui è negata la possibilità di un riscatto “politico”, cioè pubblico.
All’interno di questo circuito, la stessa velocità con cui le di¬missioni di Mentana Sono state accettate rivela che la qualità giornalistica, e anche semplicemente la velocità e il ritmo dell’informazione, appaiono doti del tutto inessenziali. A mano a che l’antropologia futile del reality si combina in modo stabile con lo sguardo attonito dello spettatore non reattivo, il giornalismo e l’informazione diventano merce senza qualità, notizia irriflessa, dato grezzo di cronaca, manipolabile senza problemi deontologici.
Per questo, poveri noi. Poveri noi che siamo chiamati a distinguere fra il reality show dei ragazzi tatuati, con le euforiche situazioni “hot” , il sesso malandrino, i pianti inutili e le trame irrilevanti, da un lato. E, dall’altro, il reality sulla vita e la morte, sul dolore fisico e la sofferenza etica, recitato su fondali elettorali posticci, con il singhiozzo manierato, e la lacrima che cola dalle palpebre bistrate.
Da questi format, verrebbe da dire, “libera nos Domine”.
ANDREA ci segnala questo articolo di FILIPPO CECCARELLI tratto da la Repubblica del 04/02/09.
Frattini e Chantal anche l’addio è a mezzo stampa
Aiuto. Il ministro degli Esteri Frattini ha lasciato Chantal, ma stavolta il comunicato non è stato emesso dall’agenzia pr di Bona Bonarelli, a cui nel settembre scorso la 39enne “dermatologa dei Vip” aveva chiesto di annunciare che con il titolare della Farnesina «era scoccata la scintilla». Come da corredo iconografico: foto di lei con schiena nuda in abito da sera e istantanea dei due autodefinitisi nel testo «giovani, bellie di successo» in vacanza. Bene, da oggi quella scintilla si è spenta.
Esito che certo non si poteva immaginare quando lei ha accompagnato il ministro nei suoi viaggi ufficiali (in Francia o in Medio Oriente). Ma succede.
Aiuto, comunque, e non solo perché alle prese con il Brasile (caso Battisti) e con l’Inghilterra (affare Irem) «font ivicine al ministro degli Esteri», questa la formula di vana informalità dietro la quale si intravedono sventurati portavoce e diplomatici, sono stati costretti a smentire che la rottura tra i due sia avvenuta, cme quella tra Sarkò e Cecilià, at¬traverso un sms. No, Franco non ha scaricato Chantal con un fulminante messaggino. «La prima parte di questa storia - prosegue questa nota destinata a segnare una pietra miliare nella storia dei sempre più complessi rapporti tra sfera pubblica e personale - è stata mediaticamente bulimica, la parte finale ora sarebbe anoressica». La ex coppia ha in seguito diffuso, su carta intestata dello studio legale Spadafora-De Rosa, una dichiarazione congiunta in cui si richiede «un po’ di riservatezza in ragione dei principi elementari del rispetto della privacy». Poi più nulla.
Ma già questo in fondo basta «e soverchia», come direbbe il vecchio Andreotti. L’iniziale e rinforzata invocazione di soccorso sta infatti nella possibilità o forse addirittura nella necessità, ormai, di tutelare in qualche modo i cit¬tadini dall’immane, sdolcinata, furbastra e insana pressione di intimità che, travolti gli argini dei rotocalchi e dei siti specializzati, sta per invadere definitivamente la vita pubblica italiana, con effetti ancora difficili da valutare.
E si dirà: è colpa dell’informazione - e in parte va così. Ma la novità vera è che, al corto com’è di idee e progetti credibili, il potere ha imparato a gestire il gossip per farsi tornare utili magagne, speranze, impicci, traumi infantili, sentimenti, storielle, smancerie, delusioni, scherzi, desideri, fobie, comingout, smancerie e pettegolezzi. Per cui, cronaca di ieri, il presidente Berlusconi ha reso noto di aver perso quattro chili. E l’altro giorno la Mussolini ha raccontato, con dettagli, di essere stata molestata sul bus, a 17 anni. E ancora prima la Boniver aveva ampiamente dato conto del suo incidente botulinico.
Così va avanti, fra ammissioni, confessioni, rivelazioni. Per chi non lo sapesse Sgarbi ha diversi figli ed è in bolletta. Mentre Brunetta sta mettendo su casa con Titti. La Finocchiaro usa gli slip, a differenza di altre sue colleghe senatrici proficuamente passate al perizoma. Il ministro Matteoli si è intossicato con un riccio di mare. Alemanno sostiene che la croce celtica ce l’ha al collo pure Cossiga. La Gelmini ha festeggiato il compleanno in commissione. Da un po’ di tempo nell’aula di Montecitorio Paola Concia riceve occhiate assassine da una bella collega del centrodestra. L’onorevole Bocchino fa sempre irresistibili scherzi alle matricole. La Meloni ha smesso di fumare e in gioventù ha fatto anche la barista. Da adolescenti, Barbara D’Urso e l’ex presidente Villari si amarono. La moglie di Storace era inizialmente gelosa della Santanché. D’Alema avrebbe pensato di acquistare un vigneto, di qualità su
per (diciamo). Il figlio di Bossi, quello grande, ha fatto pace con il papà che gli aveva negato un soggiorno all’isola dei famosi. Bassolino ha sbagliato tintura. Dopo il corso, Bondi non ha più paura di volare. E infine, abbandonando la dimensione delle umane relazioni: quando di primo mattino la sua padrona sta partendo per Roma, il somaro della Brambilla rompe in fragorosi ragli d’amore; così come il cane di La Russa si agita e abbaia quando sente alla radio l’imitazione di Fiorello.
Il lungo e straniante repertorio, frutto di un’osservazione sul campo di cui ci si può perfino vergognare, raggruppa episodi per così dire «privati» degli ultimi dodici mesi. Non contempla i massivi pianti, le scenate nei talk show, né altre saghe, anch’esse difficilmente definibili «personali», che pure hanno avuto un oggettivo impatto politico: le vicissitudini para-coniugali di Fini, per dire, gli sviluppi della paternità di Cofferati e l’intercetteide berlusconiana, con le debite ricadute a livello di scelta di ministre. In questo quadro la vicenda Frattini-Sciuto si connota come il classico autogol di chi, dopo aver sollecitato la più impicciosa attenzione da parte del pubblico, si trova a fronteggiarne i malevoli e spesso ipocriti giudizi.
Eppure il contrappasso, la nemesi, il combinato disposto pubblicità-vergogna è ben lungi dall’esaurire la faccenda dell’intimate politics che forse, al di là dei rischi paradossali, trascende la volontà dei singoli per trovare spiegazioni di sistema. Gli effetti di lunga deriva della personalizzazione; la necessità dei politici di mostrarsi il più possibile caldi e vicini a un pubblico sempre più distratto; o ancora l’entrata in campo di nuove categorie postpolitiche per cui gli esempi, i comportamenti e gli stili di vita sostituiscono le vecchie idealità. E un po’ sarà anche l’avanzata di nuove figure - vedi la Carfagna che invoca «coccole» istituzionali o la Santanché che «tanto io non gliela do». O il novissimo insediamento di professionalità alla Klaus Davi che nel suo confessionale on Une, settimana dopo settimana, fa confessare a Dell’Utri l’astinenza elettorale, a Pecorella e Berselli l’iniziazione sessuale, al senatore Salvi il corteggiamento da parte di due uomini, al sottosegretario Romani le molestie di un pedofilo. L’altro giorno Davi ha spedito un questionario bello morbosetto a tutti i deputati. Dieci anni fa sarebbe stato impensabile: come del resto la storia finita di Franco & Chantal, dai comunicati di Bona Bonarelli alla diffida in nome di una privacy che non si sa più che cos’è, né come, né quando, né dove e né perché.
ANDREA ci segnala un servizio tratto dal Tg de La7 del 03/02/09 visibile all’ indirizzo: http://www.la7.it/news/dettaglio_video.asp?id_video=22052&cat=cronaca. Di seguito nè riportato anche il testo del servizio.
Ciao, Eluana. Noi ci fermiamo sulla soglia del tuo ultimo viaggio
Da oggi, sulla storia infinita di Eluana Englaro - il coma, la battaglia del padre, gli interventi della chiesa, le prese di posizione di ministri, politici, teologi, intellettuali, giornalisti - il tg de La7 spegne le sue telecamere e i suoi microfoni, imboccando la faticosa strada del silenzio. E’ tutt’altro che una scelta di comodo. Se il primo dovere di chi fa questo mestiere è quello di informare, bisogna infatti intendersi sul significato e sul contenuto che a tale verbo intendiamo dare. Su questo dramma privato che è assurto a collettiva presa di coscienza (non si sa quanto interessata e strumentale, almeno da parte di alcuni), si è detto tutto quello che si poteva dire. si è dato conto delle diverse opinioni e si è raccontato e spiegato le diverse tappe che hanno condotto all’epilogo odierno. Il resto, d’ora in poi, rischia di apparire una forma di esasperato voyeurismo. Intendiamoci: questo è il nostro sentimento, non pretendiamo di insegnare o, peggio, di imporre ad altri tale punto di vista. ognuno si regolerà come crede giusto, comportandosi di conseguenza. ma noi riteniamo che sia meglio fermarsi sulla soglia dell’ultimo viaggio di eluana, perché altri collegamenti, altre dirette, altri resoconti non aggiungerebbero ulteriori elementi di conoscenza, piuttosto di confusione. Non siamo a vermicino, non c’è alcuna ultima disperata lotta per tirare alfredino fuori dal pozzo. C’è una tragedia, c’è una figlia, c’è un padre, c’è una sentenza emessa secondo le leggi degli uomini. Di tutto ciò, per chi crede, risponderanno secondo le leggi di dio al suo cospetto. Ma se non intendiamo partecipare oltre al dibattito sulla dimensione “fisica” della vicenda, figuratevi se intendiamo entrare nella disamina di quella “metafisica”. Ce ne sottraiamo, rispettosamente. Ecco perchè, secondo scienza e secondo coscienza, decidiamo di staccare la spina. La nostra. prima che l’alibi dell’informazione totalizzante non ci legittimi a trasformarci in protagonisti-spettatori non già del villaggio globale, ma dell’ennesimo Circo Barnum.
ANDREA ci segnala questo articolo di GIANGIACOMO SCHIAVI pubblicato su CorrieredellaSera.it del 04/11/08, con la seguente motivazione:”E’ un articolo scritto in maniera semplice ma elegante allo stesso tempo…proprio come era il giornalista di cui si parla, Enzo Biagi. Chissà se ha lasciato qualche erede…ne dubito!”.
Biagi, viaggio nel cuore dell’Italia - Sentimenti, immagini e ironia sul filo malinconico dei ricordi
Gli sarebbero piaciuti i posti, i nomi, le facce della gente: era lì che voleva andare, in qualche paese che non fa notizia, in una scuola di provincia, nei comuni dove il medico e il farmacista sono ancora qualcuno, nelle campagne dove adesso vivono tanti stranieri. Gli sarebbero piaciuti i ricordi, l’ironia di qualche racconto, le immagini dolci di un papà che tiene una bambina per mano: ed era lui, timido, impacciato, come nel giardino dell’Osservanza, a Bologna, quando faceva le notti in redazione e la mattina bisognava lasciarlo dormire. Ma più di tutto gli sarebbe piaciuto scoprire che ha lasciato qualcosa a quest’Italia, qualche sentimento che oggi un po’ ci manca: si chiama fiducia e forse è la certezza che in questo sgangherato Paese dove nulla è stabile fuorché il provvisorio, come diceva Prezzolini, c’è gente migliore di chi a volte la rappresenta, ci sono uomini e donne che non si arrendono e si aggrappano senza arrossire a parole che esprimono valori come coerenza, libertà, coraggio, solidarietà. Enzo Biagi se n’è andato un anno fa, con la sua biro, il bloc notes e il distintivo da partigiano nel taschino della giacca. Fino all’ultimo il suo sogno è stato un viaggio, un’altra traversata nell’Italia, però lontano dal potere, vicino alle lettere dei giornali. «Non la raccontate più» rimproverava noi cronisti. «Bisogna tornare in strada, in provincia, per vedere cosa cambia» ricordava ogni volta nel salotto di casa dove Loris Mazzetti, il regista del Fatto, aveva messo su uno studio speciale, su misura, per girare Rt, il rotocalco televisivo del ritorno in video del grande giornalista, cinque anni dopo l’editto bulgaro di Berlusconi.
E c’era Bice con lui, la figlia più grande, che si preoccupava o forse ci sperava in quel viaggio che Enzo Biagi non ha più fatto, non ha potuto fare. Motivi tecnici, avrebbe detto lui: avanti con la sigla e i titoli di coda. C’è un dolore intimo e privato nell’addio a un padre al quale si è voluto tanto bene: l’ultima notte in clinica è come un cerchio che si chiude. Ma il copione si riscrive di colpo davanti alla camera ardente, il giorno dopo la notizia della morte: una fiumana di gente assedia via Quadronno, Milano non sembra neanche Milano, c’è un popolo diverso in quella strada di case della buona borghesia, c’è l’Italia così com’è, che ringrazia un giornalista per averle fatto compagnia, per essere stato in qualche modo un amico. È lì che Bice Biagi cambia i suoi programmi e decide di farlo lei, quel viaggio tante volte rimandato da suo padre: un viaggio intenso, caldo come un abbraccio, che la porta a incontrare «gente straordinaria e a scoprire posti che prima non sapevo nemmeno dove collocare sulla carta geografica». In viaggio con mio padre (Rizzoli) è il diario pubblico di una vicenda privata, il racconto di un anno nel cuore della gente che di Biagi conosceva molto, ma ha voluto saperne di più. Ed è un itinerario nella memoria di due sorelle che aprono lo scrigno dei ricordi per parlare in pubblico di un personaggio che per loro «è soltanto un papà».
In una biblioteca, in un cinema, una piazza, un teatro, un salone parrocchiale, una scuola di giornalismo, una facoltà universitaria, tra i partigiani di Giustizia e Libertà o in un giardino col suo nome, Bice e Carla Biagi non elaborano il lutto, ma fanno rivivere i comandamenti di un padre che la sera, prima di uno dei suoi viaggi intorno al mondo, raccomandava: «Siate buone, non fate arrabbiare vostra madre». Ma parlano anche del giornalista di carattere che per un’idea pagava con il posto e per la libertà di scrivere non accettava compromessi. Lo testimonia un altro libro edito da Rizzoli, Io c’ero, ghiotta e indispensabile antologia del Biagi giornalista, dal dopoguerra ai nostri giorni, curata da Loris Mazzetti: cronache, incontri, interviste, polemiche nell’arco di quasi settant’anni. Di quel maestro, che gli voleva bene come a un figlio, Mazzetti ricorda che è stato «l’unico che ha saputo essere grande sia sui giornali che in televisione» e lascia un’eredità enorme per chi vuole fare questo mestiere: «Dalla politica bisogna farsi dare del lei». Biagi c’è riuscito: la gente per questo lo apprezza e per questo lo ricorda. In giro per l’Italia, Bice e Carla parlano però anche di un uomo normale, della sua semplicità.
E riescono persino a sorridere, anche quando la commozione è forte. Pensano a lui, a quello che avrebbe detto: raccontate la verità, senza aggettivi. «Dimmi se per caso ho fatto la figura della cretina» sussurra Bice quando finisce un intervento. «Alla nostra età non possiamo fare le orfane» confida Carla alla sorella. C’è una famiglia che si ritrova più unita in questo viaggio, arricchita dall’affetto inaspettato di un’Italia bella, pulita, «dalla gente semplice che crede nei proverbi e negli anniversari». E c’è un posto, Pianaccio, dove si ritrovano certe idealità nei cerchi della memoria. Quanti ricordi: una gita, una breve vacanza, i boschi dell’Appennino dove ci si perde, le piccole gelosie, le tenerezze di una mamma che c’è sempre, la sorellina più piccola tanto amata, i vuoti lasciati da un padre con la valigia. Nel cimitero, sulla collina dove «il vento prima si vede e poi si sente», Enzo Biagi ha una lapide nuova. Tra i fiori c’è ancora qualche biglietto: ci manchi, grazie. «Sembra ieri e si fa fatica a pensare che certi appuntamenti non si ripeteranno più» è il saluto di Bice. «La ricchezza — ha scritto Cesare Pavese — sono i ricordi che uno ha e poi lascia». Questo viaggio è un piccolo album, dentro i ricordi della gente.
SILVIO ci segnala questo articolo pubblicato su CorrieredellaSera.it del 02/07/08, con la seguente motivazione:”Leggere questi passi del libro scritto da Pistorius, con l’aiuto di Gianni Merlo, mi ha fatto venire semplicemente i brividi. E’ una storia davvero unica, raccontata magistralmente, di quelle che lasciano il segno…forse potrebbe albergare a pieno titolo nella Guida Antitrash di Sergio Talamo. E i giornalisti dovrebbero raccontare più spesso storie così…renderebbero ai lettori un servizio sicuramente maggiore che propinargli i soliti amorazzi estivi della Hunziger e company!”.
«Lascio buchi nella sabbia perché sono nato speciale» - L’ anticipazione «Dreamrunner», l’ autobiografia di Oscar Pistorius
Pubblichiamo in anteprima alcuni estratti dal libro «Dreamrunner» scritto da Oscar Pistorius con Gianni Merlo. «Chi perde davvero non è chi arriva ultimo nella gara. Chi perde davvero è chi resta seduto a guardare, e non prova nemmeno a correre» mi ha scritto mia madre in una lettera da leggere quando fossi diventato grande. Cinque mesi prima, a meno di un anno, avevo subito l’amputazione dei piedi. Io ho sempre provato a correre. E a nuotare, a giocare a cricket e a rugby, a guidare l’ auto e la moto. Ad avere una vita normale. A dire la verità, non penso mai a me stesso come a un disabile. Certo, ho dei limiti, come chiunque altro, e come chiunque altro ho anche un milione di talenti. È stata la mia famiglia a trasmettermi questa convinzione, fin da piccolo. «Questo è Oscar Pistorius, esattamente come dovrebbe essere. È perfetto così com’ è». Mio fratello, mia sorella e io siamo cresciuti con un principio: la frase «non ci riesco» non si dice mai. Forse è proprio per questo che la mia vita è speciale. In questi anni, parlando con tante persone e leggendo i loro messaggi, ho capito che il mio esempio può essere una fonte di ispirazione per chi, come me, ha un problema fisico ma non vuole arrendersi, ma anche per chi si trova ad affrontare ostacoli e difficoltà di natura diversa. Così mi sono deciso a raccontare la mia storia; la storia di un bambino circondato dall’ amore e dal coraggio della sua famiglia, di un ragazzo che ha dovuto sopportare il dolore più grande, la morte della madre, di un uomo che insegue un sogno: diventare un
atleta. Non un atleta disabile, semplicemente un atleta. (…) A 17 mesi ho avuto il primo paio di protesi. Erano fatte apposta per le mie gambe e per me erano supercomode. Da quel momento sono diventato invincibile, un selvaggio. Andavo a cercare i posti più incredibili per arrampicarmi o per correre, e via! Dovevo sfogare la mia carica vitale, e per me quelle erano le mie gambe, capaci
di portarmi dappertutto. Penso che in quel periodo si sia formata la mia personalità, e che sia stata la mia famiglia a gettare le fondamenta del mio carattere competitivo, dell’ uomo che sono diventato. (…) A due anni ero veramente una piccola peste, con i miei riccioli biondi lunghi sulle spalle e corti davanti (un taglio che mi fa ancora vergognare quando rivedo le foto!); in quel periodo avevo le prime gambine artificiali con il piede di legno rivestito di gomma. Negli anni 80 i bambini non portavano le Nike Total 90, ma io andavo molto fiero delle mie scarpine con Topolino che comunque mi sembravano molto fighe! Mi piacevano tantissimo e con quelle facevo mangiare la polvere a tante takkies, scarpe da ginnastica più serie. Solo intorno ai tre anni ho iniziato a capire che i miei piedi erano diversi. Non mi ponevo il problema se fossero migliori o peggiori degli altri, semplicemente diversi. (…) Ricordo che un’estate, a Plettenberg Bay, correvo su e giù per la spiaggia quando si sono avvicinati due bambini un po’ più grandi di me e mi hanno chiesto perché lasciavo solo dei buchi sulla sabbia,anziché impronte di piedi. E io: «Perché le mie impronte sono fatte così». «Ah» hanno risposto loro, e hanno cominciato a venirmi dietro correndo sui talloni per provare a lasciare impronte uguali alle mie. Quel giorno mi è sempre rimasto in mente: non ne ero ancora consapevole, ma è stato in momenti come quelli che ho capito che la gente ti vede esattamente nel modo in cui tu vedi te stesso. (…) In realtà da piccolo avevo già molti problemi ai moncherini anche senza andarmi a cacciare volontariamente e incoscientemente nei guai. Le protesi mi facevano venire non solo le vesciche, ma anche dei neurofibromi. Le terminazioni nervose crescevano, ma non avevano spazio per svilupparsi, e quindi comparivano dei fibromi. Allora i moncherini diventavano ipersensibili e non potevo più muovermi. In certi periodi non potevo uscire per tre, quattro mesi di fila, non andavo nemmeno a scuola. Studiavo a casa, da solo. Non ho mai amato la scuola come in quei giorni… (…) Mia madre mi insegnava altre tecniche molto sofisticate per difendermi dai bambini che mi prendevano in giro. Mi suggeriva come rispondere alle persone curiose, che mi facevano domande sulle mie gambe. Mi invitava a essere aperto sulla questione e a usare, se necessario, il senso dell’ umorismo. Così, quando gli altri bambini mi chiedevano delle mie gambe, io raccontavo che erano speciali, comprate da Toys’ R’ Us, e concludevo dicendo che forse, se i loro genitori fossero riusciti a mettere da parte abbastanza soldi, potevano regalarne un paio anche a loro. Oppure mi piaceva dire che era stato uno squalo a mangiarmi i piedi. (…) Ad Atene, qualche giorno prima delle mie gare alle Paralimpiadi, ho fatto un incontro straordinario, che ricorderò per tutta la vita. Seguivo da spettatore una gara di nuoto, credo fossero i 200 metri farfalla, e uno degli atleti, a cui mancavano un braccio e le gambe, impiegò il doppio degli altri ad arrivare in fondo. Ma non sembrava nemmeno notare gli altri nuotatori. Gareggiava per se stesso. Dopo la gara, sono andato a parlargli per dirgli che l’ avevo trovato straordinario. Quel giorno avevo i pantaloncini corti, quindi le protesi erano chiaramente visibili. Lui mi ha chiesto quale fosse la mia specialità: gli ho spiegato che ero un velocista e che partecipavo per la prima volta a una gara così importante per disabili. E lui mi rispose che non trovava niente di «disabile» in quello che faceva. Che per lui non c’ era nessuna differenza, che non pensava ai tempi degli altri atleti, ai tempi dei vincitori. La sua gara era contro se stesso: la cosa più importante era migliorare i suoi tempi. Quel giorno mi sono reso conto che anche per me era così. Il libro *** «Dreamrunner» è il libro che Oscar Pistorius ha scritto con Gianni Merlo, firma della Gazzetta dello Sport. Edito da Rizzoli, con una prefazione di Candido Cannavò, costa 16 euro e sarà presentato domani a Milano presso la Sala Buzzati, via Balzan 5, alle 18.30. Saranno presenti Pistorius e Cannavò. Prima, alle 13, Pistorius sarà in videochat (moderata da Fabio Monti) su www.corriere.it.
CONCETTA ci segnala questo editoriale scritto da CLAUDIO MAGRIS e pubblicato su CorrieredellaSera.it del 26/05/08, con la seguente motivazione:”Alla luce degli ultimi avvenimenti, non è sempre facile parlare con onestà dei problemi sociali cha attanagliano la nostra quotidianità, le nostre strade, le nostre case. Si rischia, in effetti, di apparire o troppo tolleranti o troppo poco. Invece, con questo editoriale, trovo che il giornalista vada dritto alla testa e al cuore delle persone, senza sforzi linguistici eccessivi”.
La nostra vera malattia
Un conoscente della mia famiglia, collega d’ufficio di mio padre, aveva la mania dei raffreddori; stava attento ai giri d’aria e prendeva tutte le precauzioni contro infreddature e bronchiti, convinto che le malattie potessero colpirlo solo da quella parte. Morì di un cancro all’intestino ovvero, come si diceva allora, di un «brutto male». Quel signore faceva benissimo a non trascurare le eventuali minacce alla faringe o ai bronchi, spesso fastidiose e talora perniciose, ma sbagliava a sottovalutare pericoli più gravi. Anche il corpo sociale ha le sue malattie, scatenate o in agguato. La sua salute dipende da come fronteggia, previene, combatte i morbi che lo insidiano; dalla sua capacità di reprimere—tramite le autorità preposte a tale funzione — i reati nella misura stabilita dalla legge, senza indulgenze buoniste o pseudo- umanitarie e senza isterie demagogiche né pregiudizi verso alcuna categoria di persone. In uno Stato liberale e democratico non si sospettano a priori e tantomeno si vessano né i kulaki ossia i contadini proprietari, come un tempo nell’Unione Sovietica, né gli ebrei, i neri, gli immigrati, come tante volte in tanti Stati del mondo. Oggi sono gli zingari ad occupare i titoli cubitali dei giornali, con i reati compiuti da alcuni di loro e altri loro attribuiti, e con i violenti soprusi patiti da alcuni di essi. In entrambi i casi, lo Stato—e solo lo Stato, che ha il monopolio dell’uso della forza — ha da individuare e perseguire gli autori di atti delittuosi, il delinquente che ruba e molesta come il delinquente che getta bombe Molotov, contro la polizia negli anni Settanta o contro i rom oggi. Il nostro codice o meglio la nostra civiltà consentono di punire soltanto individui — rei di delitti accertati, la cui responsabilità è sempre personale — e mai gruppi o comunità, poco importa se etniche, sociali, politiche o religiose. Attentare a questo principio — prendersela con gli zingari, gli ebrei o i padani anziché con un concreto colpevole colto con le mani nel sacco, sia egli nato a Timbuctù o ad Abbiategrasso — mina alla radice l’universalità umana e in particolare la nostra civiltà, l’Occidente. Chi nega questo fondamento dell’umanità e del diritto è il vero barbaro e non ci interessa donde arrivi, dall’orto dietro casa nostra o da lontani deserti. Zingari, norvegesi, triestini o senegalesi sorpresi a delinquere vanno puniti senza riguardo alla loro diversità o povertà. Tifosi bestiali che in nome di una squadra di calcio commettono violenze contro persone o cose — provocando spesso rovinosi danni a onesti esercenti, di cui sfasciano i negozi in una ebbrezza di subumana e delittuosa ebetudine — vanno puniti con tutta la durezza consentita dalla legge e costretti a pagare sino all’ultimo spicciolo i danni arrecati, senza riguardo a chissà quali disagi esistenziali sottostanti alle loro brutalità.
Improvvisati e autonominatisi giustizieri che si dedicano a spedizioni criminose vanno puniti con esemplare severità, perché rappresentano un virus socialmente e moralmente ancor più nocivo dei ladruncoli veri o presunti che si vogliono castigare: il Ku-Klux-Klan, nato si dice alla fine della guerra di Secessione per proteggere i bianchi del Sud americano dalle violenze cui si abbandonavano alcune bande di schiavi appena liberati, è divenuto ben presto la più orrida criminalità. Uno stupratore romeno va punito per il suo ributtante reato, ma non può gettare il discredito indiscriminato sui suoi connazionali, così come i recenti assassini di Verona non possono autorizzare squadracce sguinzagliate alla caccia dei veronesi. L’attuale ministro dell’Interno, che promette pugno duro, sa bene che i pugni distribuiti con disinvoltura talvolta arrivano in testa pure ai galantuomini, perché anni fa, quando non era più e non era ancora di nuovo ministro dell’Interno, alcuni sbrigativi poliziotti gliene hanno dati pure a lui. La cosiddetta piccola criminalità non è un raffreddore, bensì una piaga sociale; gli scippatori di anziani che hanno appena ritirato la pensione mettono intere famiglie in difficoltà di arrivare alla fine del mese. La sicurezza è un bene primario; la sua necessaria e ferma tutela non è certo espressione di biechi sentimenti filistei o di astiosi pregiudizi nei confronti di immigrati ed emarginati, come troppe volte si è detto con sufficienza. Ogni problema umano e sociale non risolto comporta un tasso di devianza e di illegalità, già solo per il fatto che le leggi esistenti non riescono a risolverlo. È la globalizzazione che produce spostamenti crescenti di masse di diseredati nei Paesi più ricchi, con tutte le conseguenze che ne derivano. La globalizzazione nasce dal crollo del comunismo e dalle nuove forme assunte dal capitalismo; non sembra augurabile né possibile restaurare il primo e bloccare lo sviluppo del secondo e d’altronde non si può avere botte piena e moglie ubriaca, come dice il proverbio. L’universalità e le difficoltà di questo fenomeno planetario ci aiutano, ci costringono a toccar con mano l’interdipendenza di tutti gli uomini, l’essenziale unità del genere umano, diversificato ma organicamente unitario come un grande albero con le sue radici, rami e foglie; ci fa sentire fisicamente che ognuno di noi, come dice la Bibbia degli ebrei, è stato straniero in terra d’Egitto e può ancora diventarlo, nel domani sempre più incerto e sempre più globale, e dunque che gli stranieri sono i compagni del nostro destino. Giustamente si ricorda l’emigrazione italiana, la dura e ammirevole odissea dei nostri emigranti, stranieri spesso osteggiati nei Paesi allora più ricchi ed ostili. Ma appunto perciò occorre sapere quanto sia difficile, per tutti, essere stranieri. La retorica della diversità elude sentimentalmente il problema.
Tutti — persone, culture — siamo diversi e proprio perciò è vacuo ripetere come pappagalli questa parola. Inoltre la diversità, la particolarità non è ancora di per sé un valore; è un dato, un’identità (nazionale, politica, culturale, religiosa, sessuale) sulla cui base si possono costruire dei valori, che tuttavia sempre la trascendono, perché essere italiani, africani, buddhisti, omosessuali non è un merito né un demerito, non è cosa di cui avere orgoglio né vergogna; è un dato di fatto che va rispettato e tutelato contro chi non lo rispetta. Certamente ogni diversità arricchisce, perché si cresce uscendo da se stessi e incontrando gli altri; ogni endogamia è asfittica e regressiva, non solo quella sessuale. Ma la diversità diventa una retorica truffaldina quando viene invocata per eludere la consapevolezza dei conflitti reali che talora possono sorgere dal contatto fra culture diverse — ad esempio tra una fondata sull’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna e una che la nega. Pure tali possibili conflitti vanno affrontati con equilibrio responsabile — e non già esacerbati col pathos spettacolare dello scontro di civiltà, che seduce con la sua visione della Storia al technicolor — ma non vanno elusi né sottovalutati. La teppa scatenata contro i campi nomadi e il clamore mediatico che le fa da grancassa rimuovono la consapevolezza di problemi ben più ardui dell’emergenza rom. Le dimensioni numeriche dell’immigrazione potrebbero in futuro aumentare sino a renderla materialmente impossibile, perché, per fare un esempio oggi assurdo, non è fisicamente possibile accogliere milioni di poveri. Si potrebbero creare, con la necessità e l’impossibilità di accoglienza, situazioni oggettivamente tragiche, in cui — come appunto nella tragedia — è comunque impossibile agire senza colpa. Anche per questo il problema non può essere affrontato con criteri diversi nei singoli Stati, ma può essere gestito solo globalmente dall’Europa, perché non è un problema italiano o spagnolo bensì europeo, se non occidentale in generale. È difficile dire se il nuovo capitalismo, che ha innescato questo meccanismo con la globalizzazione, saprà governarlo o ne sarà travolto come un apprendista stregone. È un problema ben presente nel libro di Giulio Tremonti Paura e speranza.
I rom e altri immigrati sembrano oggi la minaccia maggiore alla nostra sicurezza. «Cieca bugia, distrazione di massa dalla realtà complessiva », ha scritto Mariapia Bonanate sul Nostro Tempo. Credo che i commercianti e gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno, l’intimidazione — non di rado la morte — che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo di nomadi. Come ha scritto Riccardo Chiaberge su Il Sole 24 Ore, non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo. Certo, è più rischioso affrontare i guappi che i vu cumprà e qualcuno ci rimetterebbe la pelle, ma ciò non dovrebbe scoraggiare chi vanta i propri attributi virili e trecentomila fucili. La mafia e oggi ancor più la camorra — grazie al possente libro di Roberto Saviano — sono certo intensamente presenti all’opinione pubblica: libri, film, articoli, servizi televisivi, dibattiti. Ma non scuotono veramente l’opinione pubblica; non destano — diversamente dagli extracomunitari — alcun furore, alcuna paura nei cittadini. Sono quasi letteratura, una tragedia esorcizzata dalla sua rappresentazione, dopo la quale si va tranquillamente a casa — tranne chi è minacciato o colpito dalla morte. Come quel mio conoscente, siamo più vigili dinanzi a una tosse fastidiosa che ad un cancro. Il cancro si avverte meno, forse perché ha già occupato gran parte del corpo, si è infiltrato negli organi e nei sensi che sta distruggendo, sicché, almeno sino ad un certo momento del suo lavorìo, è difficile percepirlo, così come non si vede il proprio sguardo. Un impero del crimine i cui profitti sono quelli di una potenza economica mondiale e le cui vittime sono numerose come quelle di una guerra è un cancro infiltrante, che si immedesima con una parte sempre più grande della realtà. È giusto, è doveroso curare severamente scippi, furti, aggressioni, molestie, ogni illegalità anche piccola, ma sapendo quale sia la nostra vera malattia mortale.
CONCETTA ci segnala questo articolo scritto da ELENA LOEWENTHAL e pubblicato su LaStampa.it del 21/05/08 con la seguente motivazione:”Qui il giornalista è riuscito secondo me a dare voce ad un dramma purtroppo non isolato nel nostro Paese, quello degli abusi sulle donne. Un pezzo scritto con decisione, uno stile asciutto per una storia da raccontare senza enfasi o forzature”.
L’ex moglie più perseguitata d’Italia
Sarà davvero la prossima? Speriamo davvero di no, ma il futuro, qualunque faccia avrà per lei, resterà sempre quello di una vittima. E la sua storia, invece, ha il volto di quelle che non finiscono mai e restano sempre eguali a se stesse e a milioni di altre, dentro il buio della violenza. Quella quotidiana che si consuma al riparo degli occhi indiscreti, fra le mura di casa. Per lei, ventitré anni di piccoli e grandi soprusi. Schiaffi, percosse, pentole d’acqua bollente tirate addosso. Minacce continue.
Pinuccia ha trentasette anni, tre figli grandi, novecento euro al mese di stipendio per vivere. Ha al suo attivo (per così dire, ed è un per così dire pieno di significati) ottantadue denunce contro l’ex marito che, dopo averla messa incinta quando aveva quattordici anni, le ha rovinato la vita per quelli che la separavano dal presente. Domenica scorsa lui l’ha aggredita per, si fa per dire ancora, l’ultima volta. Pinuccia dice che si è accorta subito di quanto quell’uomo fosse aggressivo. A quell’epoca, che sembra remota eppure non lo è poi tanto, «non esisteva il rispetto per la donna». Né in Sicilia, dove questa storia è cominciata, e nemmeno all’altro capo dello Stivale, cioè Domodossola, dove è continuata.
Adesso, dopo ottantadue denunce e una vita ammaccata dalle violenze, molti - a cominciare da quelli che dovrebbero proteggerla - consigliano a Pinuccia di andarsene, nascondersi. Come se la colpa fosse sua. Il consiglio, il mite suggerimento, ha piuttosto il tono della minaccia larvata.
Come a dire: guarda che noi, cioè tutto il resto del mondo, non rispondiamo di quel che ti potrà succedere, né oggi né domani. Come a dire che la condanna a una lontananza e magari pure a una falsa identità rappresenta per lei l’unica salvezza. Il messaggio non ha nulla di confortante, né per lei né per tutte noi, l’altra metà del cielo cui, di fronte a questa storia, non resta che guardarsi alle spalle con un briciolo di diffidenza in più. Fors’anche di paura. Perché se questa è davvero l’unica strada per stare alla larga dalla violenza, siamo proprio tutte mal ridotte.
PIERLUIGI ci segnala questo articolo pubblicato su Repubblica.it del 19/05/08 e tratto dal libro “Degenerazioni” (Rubbettino editore) di ALESSANDRO BARBANO, vice direttore de “Il Messaggero”, con la seguente motivazione:”Penso che questo sia un buon articolo, perché affronta la questione di come trattare alcuni importanti argomenti con i giovani. Ritengo che sia un pezzo “asciutto”, privo di colpi ad effetto per il lettore e scritto in maniera elegante”.
“Io, la collega di chimica e il documentario sull’erba” - Un libro-accusa sulla diffusione della droga nelle scuole “Ho visto promuovere la cultura dello spinello”
“Professore - m’hanno chiesto - oggi in palestra proiettiamo un documentario di chimica insieme con la prof. Ti spiace se utilizziamo la prima delle tue ore? Se vuoi, puoi assistere. Lì per lì non ho intuito. E li ho seguiti. La palestra del Liceo classico di Francavilla a mare era gremita. Dalle prime alle quinte sembravano tutti lì. Ho pensato: che cosa mai proietteranno di così trasversale da toccare l’interesse di ragazzi di età tanto diverse? Le prime immagini del filmato hanno esaudito la mia curiosità. Lasciandomi di stucco. Era un documentario sugli effetti benefici della cannabis nella terapia del dolore. Presentata come fosse la scoperta del Dna e proposta a ragazzi di quattordici anni come una sostanza da cui sarebbe derivato il benessere delle generazioni future. Tutto ciò a scuola, durante le ore di lezione. Non volevo crederci. Ma il peggio doveva ancora venire. Poiché, dopo la proiezione, la mia giovane collega di chimica è salita in cattedra a rincarare la dose. E dietro il paravento di un’informazione scientifica, ammiccava a quello che era il reale movente dell’iniziativa. Promuovere la cultura dello spinello, legittimarlo di fronte a degli adolescenti”.
Mentre racconta la sua inattesa avventura, Andrea ha ancora lo stupore di quel giorno. Non riesce a farsi una ragione di ciò che è accaduto. “Anch’io sono giovane - dice -, ma non mi sognerei di proporre ai ragazzi di quindici anni un tema su droga e letteratura negli ultimi due secoli, da Boudelaire a Kerouac. E se pure parlassi con loro degli scrittori dalle vite perdute, certamente eviterei di cadere nella apologia. Invece quei ragazzi hanno assistito a scene in cui si illustravano le tecniche di rullaggio delle canne. L’ho trovata un’azione di cattivo gusto e assolutamente gratuita. Uno studente mi ha detto: Professo’, adesso so come si fa una canna. Prima non ne sapevo nulla!. Complimenti alla scuola. E complimenti alla collega. A cui al termine del pistolotto, in separata sede, ho detto: “Ma ti rendi conto di quello che dici? Il messaggio che dai ai ragazzi deve essere soltanto uno: la droga fa male. Punto”. “Tu non conosci le virtù terapeutiche della cannabis”, mi ha risposto. “No. Ma se anche ce ne fossero, non vedo la necessità di parlarne a ragazzi di 14 anni in assenza di un esperto”.
Ero disgustato. E ho pensato allora di rivolgermi alla preside. Ma ho fatto un buco nell’acqua. Mi ha confessato di non conoscere neanche l’argomento del film. Ma come: lei consente di proiettare qualunque cosa le venga a proporre il rappresentante d’istituto, un diciottenne?
E sulla collega ha aggiunto: “E’ uno spirito un po’ ribelle, bisogna lasciarla fare”. Chiedendomi poi di non alimentare la polemica in classe e di fare silenzio con gli altri docenti. Le ho obbedito solo in parte. Ho intrattenuto i miei studenti su droga e dintorni. Ho spiegato loro che il messaggio permissivista è capzioso. Che l’assunzione di droga è un’anomalia, non la normalità. Gli ho parlato di me, gli ho detto: “Vedete ragazzi, non bevo alcol, non fumo e non mi drogo. Non perché sia salutista, ma semplicemente perché non mi piace e non mi interessa. E nonostante queste mie evidenti lacune, qualche risultato nella vita sono riuscito ad ottenerlo. Il che significa che assumere sostanze stupefacenti non è necessario per rendere a scuola, per stare bene con gli altri, per stringere relazioni.” Mi pare che abbiano recepito il messaggio. Almeno lo spero per loro.”
Il racconto di Andrea non deve stupire. Sono migliaia nella scuola italiana i docenti consumatori di cannabis. Tentati dall’idea che la loro consuetudine con lo sballo, che li accompagna dalla giovinezza, possa legittimarsi nel consenso diffuso attorno a una pratica che essi continuano a ritenere innocua. O, addirittura, benefica. Con tanto di certificazione scientifica. Per cui lo spinello è piacevole, è trendy, e politicamente corretto e, da ultimo, fa bene alla salute…
PIERLUIGI ci segnala questo articolo di DACIA MARAINI pubblicato su CorrieredellaSera.it del 15/05/08 con la seguente motivazione:”Finalmente un articolo che tratta un atroce delitto come quello consumatosi a Niscemi senza forzature o spettacolarizzazioni volte a scioccare il lettore, ma solo per offrirgli un sano spunto di riflessione, il tutto completato da uno stile molto elegante”.
La faccia perbene dei giovani torturatori
È difficile perfino raccontarle certe storie, tanto sono efferate e gratuite. Dimostrano una tale mancanza di sentimento da risultare poco credibili. Una ragazzina dalla faccia triste che frequenta la scuola di una piccola città siciliana, Niscemi. Dei compagni di scuola, giovanissimi amici con cui usciva. Tutto nella norma. Lorena si innamora di uno di loro. Ma il giovanottello preferisce tenersi sui bordi di un erotismo vizioso e sadico.
Un giorno la ragazza scopre di essere incinta. E invece di rivolgersi ai genitori, o alle amiche, affronta con coraggio i suoi amorosi—carnefici. Si apparta con loro per dichiarare «sono incinta di uno di voi». Ma non sa di chi.
Quando Filumena Marturano dice a Domenico Soriano che uno dei figli è suo ma non gli spiega quale, l’uomo si vergogna e capisce di avere agito male. Filumena la coraggiosa sa che, pur di salvare suo figlio, Domenico accetterà gli altri. De Filippo pensava di descrivere il massimo dell’egoismo maschile. Non gli veniva neanche in mente che il guappo Soriano potesse strangolare Filumena e gettarla in una roggia.
Invece a Niscemi, quando Lorena afferma che non sa di chi sia quel figlio che vorrebbe nascere, i tre amici si rivoltano contro di lei come se fosse la peggiore delle nemiche. La picchiano, la legano, la seviziano, la strangolano e poi la gettano in un pozzo. Questo è successo il 30 aprile scorso e nessuno, nella buona tradizione omertosa siciliana, ha visto né sentito niente.
Come mai gli amici del bar tacevano? Per solidarietà? Ma perché tutti provano solidarietà verso i ragazzi e non verso la ragazza? E le amiche di Lorena? Le compagne di scuole? Anche loro solidali coi maschi?
Ma tanta gratuità, perché? Tanta furia, come? In realtà non c’è niente di gratuito. Quando non si capiscono le ragioni di un comportamento vuol dire che non siamo capaci di scendere in profondità. C’è in questo delitto una connotazione culturale che ci sfugge, qualcosa di difficile da interpretare. Sembrerebbe un odio che affonda le radici in zone oscure e taciute del tessuto connettivo del paese. Potrebbe trattarsi dell’antico odio verso la femmina della specie? L’odio verso una diversità sentita come sfuggente e pericolosa? Verso la Eva che ha suggerito ad Adamo di mangiare la mela proibita? Assomiglia anche però stranamente al risentimento che i nazisti provavano nei riguardi degli ebrei. Per i loro occhi accecati dall’acredine il corpo di una ragazza si trasformava nel portatore di una immagine: quella di una razza nemica, da annientare. Ma qui, ciò che inquieta è la rapida mutazione: il modo in cui dei bravi ragazzi si trasformano in furenti macellai.
Da dove viene la paura verso un sesso esposto alla rapina? Difficile dire se siano più devastanti nella loro influenza le antiche abitudini mentali di un paese misogino, oppure se sia l’influenza di quegli stupidi modelli televisivi che si basano sulla esaltazione del più furbo, del più cinico, del più forte, del più ricco. Negando una volta per tutte, in mezzo ai lustrini e alle baldorie, le ragioni dei più deboli, dei più esposti, dei più fiduciosi.
La faccia dagli occhi confidenti della giovanissima Lorena ci guarda oggi dai giornali come chiedendosi sorpresa cosa le sia successo. La sua mente di ragazzina innocente non poteva prevedere la macelleria. Non poteva prevedere la trasformazione di tre giovani, magari un poco perversi, ma certamente bravi figli di papà, in assassini e torturatori.
Per quella faccia, per le tante facce di ragazze fiduciose e vogliose di vivere che vengono continuamente e con brutalità messe a tacere, abbiamo il dovere di riflettere sulla diffusione della violenza che sta diventando nella testa dei più giovani una norma di comportamento.
CARLA ci segnala questo articolo di MONICA RICCI SORGENTINI tratto da CorrieredellaSera.it del 05/05/08, con la seguente motivazione:”Trovo che il seguente articolo tratti molto bene il tema, poiché non si schiera né totalmente a favore e né totalmente a sfavore ed è molto esauriente. Credo che questa sia la giusta via per affrontare tematiche così difficili come l’omosessualità, che nel nostro paese è ancora giudicata un tabù, ed è bersaglio di pregiudizi, a mio avviso, infondati”.
Figli dei gay, centomila in Italia - La legge riconosce solo il genitore biologico «Bimbi discriminati, andiamo in tribunale»
Federico, Joshua e Sara sono bambini come gli altri. Socievoli, sereni, bravi a scuola, pieni di amici, a volte capricciosi, a volte ubbidienti. Ma diverso è il loro certificato anagrafico perché per la legge italiana, a differenza di quanto avviene in molti altri Paesi europei, questi tre minori hanno un solo genitore, la loro mamma biologica. L’altra madre, quella che li ha cresciuti dalla nascita insieme alla sua compagna, non figura da nessuna parte. Loro fanno finta di niente. Quando portano a casa la pagella pretendono che la firmino tutti e due i genitori. E se finiscono in ospedale vogliono averli al fianco entrambi. Ma la verità è che sono «figli di un dio minore», cittadini di serie B, costretti a vivere con la metà delle tutele dei loro coetanei. È il destino che il nostro Paese riserva ai piccoli nati nelle famiglie omosessuali, una possibilità non contemplata dalla nostra legislazione.In Italia si calcola che siano centomila i minori con almeno un genitore gay. Ci sono quelli nati da unioni eterosessuali, poi sfociate in un divorzio, ma molti, sempre di più, sono invece vissuti sin dall’inizio in una casa con due mamme e due papà. Secondo la ricerca Modi.di, condotta nel 2005 da Arcigay con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha prole. Se si considerano tutte le fasce d’età sono genitori un gay o una lesbica ogni 20. E, dato ancor più significativo, il 49% delle coppie omosessuali vorrebbe avere bambini.Per coronare il loro sogno molti vanno all’estero. Le lesbiche in Spagna o nel nord Europa dove possono ricorrere alla fecondazione assistita. Gli uomini in Canada o negli Stati Uniti in cerca di una madre surrogata. Altre coppie, invece, scelgono la strada del fai da te. Le donne ricorrono all’autoinseminazione o cercano un donatore amico. Ma non è rara la famiglia formata da quattro genitori, due uomini e due donne, che si mettono d’accordo per fare un figlio e poi lo allevano insieme. Per tutelare i loro diritti tre anni fa è nata l’associazione Famiglie Arcobaleno (www.famigliearcobaleno. org). All’inizio gli iscritti erano 15, oggi sono 400 di cui circa 170 famiglie e ben 110 bambini. Numeri sicuramente destinati a crescere: «Ogni settimana — dice la presidente Giuseppina La Delfa, accento francese, capelli neri corti e un bel sorriso—accogliamo uno o due nuovi soci. Abbiamo tre gruppi di persone: gli aspiranti genitori, le famiglie costituite in ambito omosessuale e quelli che hanno avuto figli in relazioni eterosessuali e ora vivono in una coppia gay. Questi ultimi soffrono di più psicologicamente, possono avere problemi nella separazione e nel divorzio, a volte non riescono a vedere i loro bambini o ad ottenerne l’affidamento. Le famiglie omogenitoriali, invece, vivono meglio il quotidiano perché sono un nucleo costituito alla luce del sole ma hanno una montagna di problemi legali».Per tutelarsi si va dall’avvocato prima ancora della nascita dei pargoli. «Ma i margini sono molto stretti — spiega Stefania Santilli, legale milanese dello sportello Famiglie Arcobaleno —. Si può fare un accordo di co-genitorialità in cui si dice che la madre o il padre non biologico deve allevare il figlio in caso di decesso dell’altro.Ma sono delle scritture private che non hanno valore giuridico. Si può fare il testamento biologico e ricorrere a un trust, un accordo giudiziario per affidare i propri beni a una terza persona».Molti Paesi europei hanno trovato una soluzione a questi problemi dando un ruolo al genitore sociale attraverso leggi ad hoc che tutelano questi rapporti tra adulti e bambini. «Così si arriva al paradosso—spiega Santilli— che, per esempio, i figli di una coppia italo-tedesca hanno due genitori in Germania e uno solo in Italia». Su questo argomento le Famiglie Arcobaleno stanno preparando quattro cause pilota da presentare nei tribunali italiani perché «l’Europa prevede che un bambino —spiega La Delfa—non possa essere discriminato a seconda di dove vive. È un’incongruenza che diventi orfano passando un confine».Ma come crescono i figli dei genitori omosessuali? Decine e decine di studi, fatti all’estero, dimostrano che non ci sono problemi. «L’orientamento sessuale dei genitori non incide sullo sviluppo del bambino — spiega al Corriere Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, specializzato sui temi dell’infanzia e della famiglia — il quale soprattutto nei primi anni di vita ha bisogno di affetto, presenza costante, attendibilità, armonia dei genitori e capacità di guida. Una famiglia omosessuale, dunque, è in grado di far crescere un bambino al meglio».Nel libro Bambini ai gay? Margherita Bottino, psicologa, e Daniela Danna, sociologa, descrivono i figli degli omosessuali come bambini più tolleranti, meno conformi agli stereotipi di genere, cresciuti da genitori con più alto grado di istruzione e di autoconsapevolezza di quelli eterosessuali. «È chiaro — spiega ancora Scaparro —che un bambino o una bambina che cresce in una famiglia omosessuale è portato a vedere con occhio più favorevole le diversità, ad essere magari meno conformista. Questo non è né un vantaggio né uno svantaggio. Il vero pericolo per questi bambini sono i pregiudizi di una società, la nostra, in cui la famiglia è quella tradizionale, sposata, magari in chiesa. Su questo c’è da combattere ».Elizabeth O’ Connor, americana, madre di due bambine e coautrice con la sua compagna Suzanne M. Johnson di For Lesbian Parents non ha nessuna difficoltà ad ammettere che delle differenze esistono: «Le nostre figlie sono molto androgine, più propense ad entrare in campi tradizionalmente maschili, giocano in modo meno stereotipato per il genere, come può essere negativo tutto ciò? I maschi mostrano una tendenza simile, hanno una propensione molto forte all’accudimento, e anche ciò non può essere negativo. La maggior parte di essi realizza alla fine di essere eterosessuale. Come psicologa penso che sia tutt’altro che negativo poter considerare tutte le possibilità prima di decidere chi si è».
KARMA ci segnala questo articolo di FRANCESCO BATTISTINI tratto da CorrieredellaSera.it del 29/04/08, con la seguente motivazione:”La storia è davvero raccapricciante e sarebbe gioco facile per il giornalista insistere sui particolari che più possono scioccare ed attrarre un pubblico indignato, ma a me sembra che invece il pezzo sia scritto in modo toccante, mi ha emozionata”.
E Natascha adotta i figli dell’incesto - La doppia faccia di Josef Fritzl, osannato dai vicini e orco tra le pareti domestiche
AMSTETTEN (Austria) — La gabbietta degli uccellini si vede dal marciapiede della Dammstrasse. Svetta su un parapetto di legno corroso, sulle piante ben curate d’un terrazzo. Quando non gli toccava fare il bravo marito con la vecchia Rosemarie, o non era troppo indaffarato a fare il nonno buono coi tre figli-nipoti che aveva finto di prendere in affido, «quella disgraziata di mia figlia Elisabeth ce li ha mollati perché lei non può mantenerli!»; quando non si premurava di raccontare barzellette al bar o di radere l’erba o d’andare a pesca o di dare una mano ai vicini, «quant’è bravo ad aggiustare gli elettrodomestici! »; quando non spariva ore nello scantinato a lavorare, «guai a chi va lì dentro!», e in realtà apriva la botola segreta per dar da mangiare ai suoi schiavi; quando la sua doppia faccia non si doveva dividere fra la normalità e l’orrore, allora l’ingegnere Josef Fritzl aveva finalmente il tempo d’occuparsi anche di loro, gli uccellini, povere bestioline.
Dalla Dammstrasse lo vedevano tutti, lassù. A dare miglio e attenzione. A fare l’unica cosa che gli riusciva bene: accudire una gabbia. Josef ha impiegato una vita a ingannare tutti e un giorno solo a confessare tutto. Sì, ha rapito sua figlia. L’ha segregata 24 anni. Ha avuto sette figli-nipoti da lei e uno, neonato e morto, l’ha bruciato nella caldaia. Tre se li è cresciuti al piano di sopra come se niente fosse, assieme alla moglie-moglie Rosemarie. Gli altri li ha sepolti vivi là sotto, con la moglie-figlia Elisabeth… Tutto vero. Peggio del vero.
A capirlo subito è Natascha Kampusch, che si liberò da otto anni di prigionia simile e ora offre i soldi guadagnati con le interviste: «Voglio aiutare questa famiglia». A capirlo bene sono i giornali: «Dopo Natascha ed Elisabeth - scrive Der Standard -, l’Austria deve chiedersi che cosa sta corrodendo questa società ricca e appagata». A capirlo pian piano sono i poliziotti che per una volta violano le regole e pubblicano nome e foto dell’indagato, perché stavolta «la gente deve aiutarci — dice Franz Prucher, ispettore capo —, guardare bene quest’uomo: per esempio, c’è qualcuno che l’abbia mai visto comprare vasetti d’omogeneizzati o vestiti per bambini?».
Ancora qualche dubbio. Sui vicini che cascano dal pero. Sugli assistenti sociali che inciampano nell’affido. Su Rosemarie, ignara del marito e dei suoi stupri, degli schiavi, degl’incesti. «Il caso è chiuso», dice però la polizia. E l’esame del Dna, solo una formalità. «Tutto chiaro»: Elisabeth sparisce nell’agosto 1984, ma il piano della cantina è di due anni prima, quando lei stanca di violenze scappa di casa per qualche giorno. Josef la minaccia, la ragazza torna ma diciottenne, barista in un autogrill, se ne rivà. È lì che il padre passa all’azione: lascia che la fuggiasca rincasi e due settimane dopo è lui, con la moglie, a denunciare costernato l’ennesima fuga. Elisabeth è già drogata e ammanettata in cantina, ma l’Interpol la cerca per mezza Europa. Josef va perfino all’autogrill, ad accusare i responsabili d’avere mobbizzato la ragazza.
«Folle ma solido», dice la psichiatra forense Sigrun Rossmanith, l’uomo ha deciso di crescere la figlia ribelle come una schiava del sesso, «un animale da punire soddisfacendo intanto bisogni animaleschi», e prepara una versione che reggerà un quarto di secolo: Elisabeth che scrive lettere perché nessuno la cerchi più, che lascia i figli davanti a casa, lui che da brav’uomo li manterrà… Incredibile, eppur credibile.
Incredibile come questa prigione di 60 metri quadri, che sembra copiata pari pari dal loculo di Natascha. La porta di cemento armato che sbarra la botola, nascosta dietro una falsa parete dello scantinato e telecomandata da un codice elettronico che solo Josef conosceva. Un corridoio stretto, cinque metri per arrivare a due stanzette con due letti ciascuna, un metro e 70 d’altezza, niente finestre, un malandato angolo cottura, un cesso con lavandino e doccia. Le pareti imbottite, insonorizzate. Un impianto di ventilazione. Qualche poster, un elefantino di gomma. Stelle colorate e disegni di bambini su piastrelle bianche e sozze.
Gli schiavi avevano solo una radiolina, un videoregistratore, una tv. Proprio la tv, li ha salvati: quando Elisabeth ha sentito che la stavano cercando, che sua figlia Kerstin era stata portata in ospedale moribonda e c’era bisogno della madre, non ha resistito e ha convinto il padre aguzzino a portarla là. Lui aveva pronta l’ennesima balla («mia figlia è tornata con i suoi ragazzi!»), ma nessuno dei medici c’è cascato. «La mia famiglia mi fa molta pena, adesso», ha detto Josef in manette. Gli fa pena, adesso che non ha più potere di vita e la pena è finita. Non c’è bisogno di spiegarlo al più piccolo degli schiavi, il bambino: a 5 anni, ha visto il sole ed è salito su una macchina. Felice.
GIOVANNI ci segnala questo articolo di VON REZZORI tratto da CorrieredellaSera.it del 21/04/08, con la seguente motivazione:”Segnalo tra il meglio questo brano perchè è davvero raro leggere della letteratura sulle pagine di un quotidiano. La storia di Von Rezzori è scritta in modo magistrale, una delle poche volte in cui la pagina di un quotidiano appassiona il lettore invece di attrarre brevemente la sua attenzione con notizie trash..”.
Io, un barbaro alle Porte d’Oriente
Oggi non so più dire quanto nei miei libri abbia raccontato di Bucarest come di una mia esperienza o quanto invece me ne sia servito per intessere storie inventate. In questo ambito nel corso della mia vita si è verificato un mutamento radicale: mentre prima tendevo sempre a spacciare per mie esperienze altrui, negli ultimi tre quarti della mia esistenza non ho fatto altro che attribuire a personaggi fittizi esperienze mie, comprese quelle inventate. Sia come sia, ancora oggi la fonte di Bucarest non si è inaridita: basta che chiuda gli occhi perché le immagini prendano vita, e con le immagini le sensazioni. Mai, né prima né dopo di allora, in qualunque luogo la vita mi abbia vissuto, ho ricevuto impressioni tanto profonde e durature; mai più limpide ed eloquenti.
Ancora oggi potrei ripercorrere a memoria il mio cammino dalla stazione al centro della città. Avevo affidato il bagaglio a uno dei facchini cenciosi, ed era stato un po’ come consegnarlo a uno dei ladroni di Alibabà; ma poiché sul risvolto della giacca il tizio portava un numeretto d’ottone, avevo deciso di fidarmi dell’ordine costituito, peraltro assai ben rappresentato da un gran numero di poliziotti dallo sguardo severo. Misura necessaria visto che la moltitudine che scendeva dai treni e invadeva la stazione era estremamente composita e per nulla rassicurante. Pieno di curiosità uscii sulla Calea Grivitei. Oggi il suo aspetto è molto diverso: nel 1933 il sobborgo aveva ancora il carattere di un insediamento nella steppa, una specie di stetl galiziano tradotto in turco, e prima di arrivare al centro si attraversava un tratto fiancheggiato da casupole rurali. Poi, di colpo, ci si ritrovava nell’edizione tascabile di una metropoli.
Più tardi, quando presi a percorrere Bucarest in lungo e in largo — questa volta non in veste di perdigiorno, bensì per lavoro — imparai a distinguere le stratificazioni storiche della sua crescita. Ma quello che mi saltò immediatamente all’occhio, e subito mi piacque, fu la fusione di Est e Ovest. Io stesso venivo da una zona di confine dove sapevamo bene, senza bisogno che ce lo ricordassero continuamente, come la nostra missione consistesse nella conservazione della civiltà occidentale; per quanto logoro fosse ormai l’assunto, noi consideravamo Czernowitz l’avamposto di quella missione. A Bucarest cominciai a mettere in dubbio la giustificazione storica di questo arroccamento: qui la fusione dell’Occidente con la civiltà dell’Impero ottomano si era compiuta, anche se si trattava di una fusione precaria. Ma ciò che appariva evidente era quanto sarebbe stato più opportuno un arroccamento dall’altra parte. Sempre, infatti, l’Occidente è stato arricchito dall’apporto orientale, mentre, viceversa, la penetrazione della cultura occidentale ha sempre corrotto, e alla fine distrutto, la specificità di quella orientale. Io ero cresciuto nel mito contrario, vivevo ancora nella convinzione che da Est fossero giunti i barbari che avevano distrutto l’Impero romano, gli Unni e quelli prima e dopo di loro. Bucarest mi impartì una lezione che mi fece fare un passo avanti verso la verità storica: eravamo noi occidentali i discendenti dei Goti e dei Sorabi che, peggiori dei Peceneghi e degli Avari, avevano aggredito una civiltà fiorente. Ancora oggi noi occidentali ci presentavamo come i rozzi bevitori d’idromele dalle ruvide casacche, i calzari legati e le corazze a maglie che, dai confini ancor mezzo pagani del regno di Carlo Magno e dei suoi successori, fronteggiavano ostili la raffinata Bisanzio. Sempre, dalle Crociate all’assedio di Vienna, in pace e in guerra, lo scambio ha portato all’Occidente le meraviglie dell’Oriente, così come sempre l’influsso dell’Occidente è stato fatale all’Oriente.
Ai Balcani, che erano stati un avamposto di Bisanzio e, più tardi, della Porta d’Oro, noi ci eravamo avvicinati con l’arroganza dei civilizzatori, portando — per dirla nello spirito di Wilton Park — sciacquoni e tram elettrici, ovvero efficaci strumenti di corruzione dello spirito di una provincia. Di quella corruzione Bucarest era un esempio tipico. Le casupole dei sobborghi, le strade sconnesse, annegate nel fango o bianche di polvere, il traffico caotico, i rudi poliziotti, il popolo cencioso facevano sembrare umana e progredita quell’imitazione di una metropoli occidentale, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di considerare un segno di decadenza, negli anni Trenta, i grattacieli di vetro e cemento che cominciavano a spuntare o le strade improvvisamente inondate da un mare di veicoli a motore.
Invece il mio modo di vedere era improvvisamente mutato: già dopo una settimana guardavo le novità architettoniche, compresi alcuni straordinari edifici art déco, con gli occhi del convertito, e consideravo tutta la Bucarest cosiddetta moderna un bastardo del colonialismo europeo occidentale, una testimonianza della sua missione culturale e colonizzatrice paragonabile a quella del capo vatusso ritratto col cilindro in testa, la penna stilografica infilata di traverso nel naso e i polsini inamidati alle caviglie. Negli anni seguenti, a poco a poco e con emozione crescente, scoprii l’antica Bucarest dei voivodi e dei bojari, la Bucarest anteriore alla fondazione della Grande Romania, non ancora il paesone sulla riva paludosa della Dâmbovita ma l’avamposto della Porta d’Oro, per quanto sporco, insignificante, trascurato fosse tutt’intorno alla sua cattedrale dalla cupola d’oro. Ciò che agli occhi dell’occidentale, fiero della propria civiltà, appariva come immondizia, ai miei era una pàtina. Il popolo che abitava questa Bucarest di antica — per quanto non originaria — civiltà, esprimeva una filosofia e un modo di vivere ai quali noialtri da mille anni opponevamo una sorda incomprensione.
Pur senza rendermene ancora conto, sentivo che stavo tradendo mio padre e con lui l’intera tradizione familiare di fedeltà e devozione all’Austria. Certo, quell’Austria di cui aveva fatto parte anche il Regno delle due Sicilie non esisteva più; al suo posto era subentrato simbolicamente l’Ovest, l’Occidente, ed era a quello che stavo voltando le spalle: alla Giovane lepre di Dürer preferivo i corteggi d’angeli nelle nicchie dei monasteri della Bucovina. Ero davvero il Tschusche che i miei compagni di scuola viennesi avevano visto in me, lo dimostrava la facilità con cui mi andavo ambientando nel mondo balcanico. Appena arrivato trovai un alloggio che corrispondeva alla perfezione a un nuovo e avventuroso inizio, un quartierino ammobiliato in stile orientale tutto legno, tappeti e cimici; sulla soglia dormiva una ragazzina dodicenne che aveva il compito di riordinare e fare commissioni: era lei che mi svegliava ogni mattina con una tazzina di caffè bollente, così denso che mi sembrava di masticarlo piuttosto che berlo.
Uno dei miei amici di Czernowitz mi aveva dato una lettera di raccomandazione per un giornalista: questi mi ricevette con gentilezza, lesse la lettera, scrisse un nome e un indirizzo su un foglio, me lo porse e mi congedò senza cerimonie. Il giorno seguente, il terzo dal mio arrivo a Bucarest, fui assunto come impiegato del settore pubblicità della ditta Lever- Brother-Schicht, rappresentata a Bucarest dalla Fabrica Stella, in Soseaua Mosilor 190.
MARCELLA ci segnala questo articolo di MICHELE SERRA tratto da Repubblica.it del 20/04/08, con la seguente motivazione:” Ho scelto questo articolo da pubblicare nella sezione “il Meglio” perché, a mio avviso, è scritto molto bene e perché, in un certo senso, trovo che in esso sia concentrata la voce del popolo; un popolo, quello italiano, costretto a votare in una soluzione di assoluta incertezza: “destra aggressiva, sinistra confusa” sono le esatte parole del giornalista. Trovo che in questo articolo siano stati toccati punti salienti e tasti dolenti in maniera chiara, elegante e d asciutta e con una serie di interrogativi che credo la maggior parte degli italiani si ponga da tempo”.
I quartieri perduti
ROMA - Due stupri a Milano e Roma, in entrambi i casi ai danni di ragazze straniere venute a studiare in Italia, in entrambi i casi commessi da immigrati clandestini, infiammano gli strascichi dell’eterna campagna elettorale italiana. Pochi - purtroppo - gli elementi di razionalità disponibili. Comprese le cifre (violenze sessuali in diminuzione) inutilmente fornite dal ministro degli Interni uscente, Giuliano Amato.
Si sa, del resto, che ben al di là delle statistiche esiste una “insicurezza percepita”, che questa percezione è in costante crescita, e che (soprattutto) aumenta mano a mano che ci si allontana dai quartieri benestanti, dai ceti meglio protetti e anche meglio informati, e ci si avvicina alla vita di strada, a chi frequenta i mezzi pubblici, le stazioni, le periferie, i luoghi di transito. Avere trascurato questo dato di fatto (il sentimento dell’insicurezza è soprattutto un sentimento “popolare”, un sentimento di strada) è costato carissimo alla sinistra in termini di credibilità politica e in termini elettorali. Ovvio che il candidato della destra al Comune di Roma, Alemanno, soffi sul fuoco dell’allarme sociale, sperando di lucrare qualche voto in più. Altrettanto scontato il repertorio leghista, con Roberto Castelli che invita a “fermare l’orda dei barbari” secondo l’arcinoto repertorio di “difesa etnica” già ampiamente premiato dalle urne. E non per questo meno ripugnante.
Meno netta, e non da ora, è l’intenzione complessiva della sinistra, compresa e anche dispersa in quel vastissimo territorio che va dalla difesa dello stato di diritto alla repressione dei crimini, dall’accoglienza degli stranieri alla necessità di imporre anche a loro il rispetto delle nostre leggi: operazione, quest’ultima, di particolare difficoltà nel caso di popoli e culture che hanno delle donne un concetto sovente “proprietario”, dunque rapinoso e violento.
Al netto di tutto questo, che fa parte di uno scenario davvero trito (destra aggressiva, sinistra confusa), ci si domanda che cosa servirebbe, in sostanza, per migliorare la situazione, o comunque per arginarne gli effetti più cruenti. E la prima cosa che viene da dire è insieme la più ovvia e, probabilmente, la più giusta: maggior controllo del territorio, maggiore presenza delle forze dell’ordine. Elemento di visibile dissuasione (e di altrettanto visibile rassicurazione) del quale si parla da lunghi anni, attraverso diverse legislature e governi di centrodestra e centrosinistra, ma senza risultati apprezzabili. Di “vigili di quartiere”, sul modello inglese, si sente parlare da tempo immemorabile, ma nessuno di noi ha avuto la fortuna di conoscerne uno. Di lamentele sullo spreco di personale negli uffici, di eccesso di mansioni burocratiche, idem. Eppure, non c’è mai stato un tangibile segnale di recupero sul territorio. Manca la percezione concreta di una svolta “di strada” per un problema “di strada”, quello della sicurezza fisica, dell’incolumità personale, che è gravissimo, delicatissimo, e fa parte a pieno titolo dei diritti fondamentali della persona.
La tentazione delle varie “ronde” più o meno spontanee, più o meno manesche, nasce esattamente dal timore che l’arretramento dello Stato, sul terreno tutt’altro che simbolico delle città, dei quartieri, delle periferie, sia anche un arretramento “politico”: cioè il frutto di una inadempienza tecnica, pragmatica, di una incapacità di cambiare marcia. Sotto una fitta cappa di polemiche tra l’altro penosamente sempre identiche, con le stesse parole, gli stessi schemini “ideologici”, gli stessi ruoli, rischia di esserci il vuoto, l’inerzia legislativa, l’assenza di risposte. Il migliore politico, sul terreno della sicurezza, è quello che parla di meno e comincia a contare quante divise ha a disposizione lo Stato, e come sistemarle sul terreno per vincere la guerra del diritto alla sicurezza.
CONCETTA ci segnala questo editoriale di PAOLO MIELI tratto daCorrieredellaSera.it del 20/04/08, con la seguente motivazione:”Lo stile è asciutto ed essenziale pur trattando del complicato mondo della politica. Si tratta di un resoconto sul “vento” elettorale fatto in maniera equilibrata e assolutamente non trash”.
La vera partenza
Sono passati quattordici anni da quando in Italia è stato introdotto il sistema maggioritario, quattordici anni nel corso dei quali due volte (1996, 2006) ha vinto il centrosinistra e tre (1994, 2001 e l’ultima una settimana fa) il centrodestra. Fin qui, in un ritmo di alternanza scandito quasi con il metronomo, a ogni tornata elettorale chi aveva governato nella precedente legislatura è stato mandato all’opposizione e chi aveva perso nella precedente consultazione è tornato al governo. Eppure, a dispetto di questa evidenza, in passato ogni volta i perdenti si sono lasciati andare a mesi e mesi di costernazione e di pianto quasi si trovassero al cospetto di un incipiente regime e di una esclusione definitiva dalle stanze del comando.
Fortunatamente stavolta le cose si stanno mettendo in modo, almeno parzialmente, diverso. E’ come se la stagione 1994-2008 fosse stata un lungo, estenuante periodo di prova del funzionamento di un meccanismo e questa possa essere l’alba di una seconda o terza Repubblica. Appare chiaro a tutti (o quasi) che la vittoria di Silvio Berlusconi non ha niente di occasionale, che i due partiti che ne hanno fatto da architrave sono ben impiantati sul terreno, che la classe politica da essi generata nell’ultimo quattordicennio non ha più niente o ha molto poco di raccogliticcio e che ciò che negli anni scorsi si è detto e scritto per spiegare il successo berlusconiano non era sufficiente. Per quel che riguarda la destra, resteranno di questa campagna elettorale quattro momenti: la fusione immediata e a freddo tra Forza Italia e Alleanza nazionale che chiunque fino a un giorno prima avrebbe giudicato pressoché impraticabile; la vitalità della Lega a dispetto delle condizioni di salute di Umberto Bossi, segno che quel partito non è più da anni un’accozzaglia di protestatari ed è destinato a durare; il divorzio (o la momentanea separazione?) tra Berlusconi e l’Udc di Pier Ferdinando Casini che, sia pure in misura diversa, ha giovato a entrambi i coniugi; il successo del libro di Giulio Tremonti La paura e la speranza, un saggio assai dibattuto che ha scalato le classifiche editoriali e che ha dato grande lustro all’impresa.
Sul fronte opposto resteranno la decisione collettiva di fondere Ds e Margherita in un unico partito e la coraggiosa decisione di Walter Veltroni di avviare quella che si è detta una «separazione consensuale» dall’estrema sinistra nonché la scelta ancor più coraggiosa di «correre da solo». Quella decisione — «consensuale » in quanto voluta anche da Fausto Bertinotti — era frutto più di un giudizio sul fallimento delle due esperienze prodiane (si è ritenuto che così come era la coalizione non poteva ripresentarsi al cospetto degli elettori) che di un’idea strategica. E la pur discutibile decisione di lasciar spazio alla lista di Antonio Di Pietro si è dimo-strata, quantomeno sotto il profilo tattico, azzeccata. Se Veltroni avesse fatto una scelta analoga per i radicali e per i socialisti, è evidente che avrebbe compromesso il senso e l’immagine dell’operazione senza riceverne alcun apprezzabile beneficio.
Tornando poi alla Sinistra Arcobaleno va detto che è immaginabile sarà presto superato il trauma, a nostro avviso benefico, dell’uscita dal Parlamento (benefico perché come insegna la storia degli anni Sessanta è più agevole intercettare le realtà antagoniste da postazioni extraparlamentari); e se la sinistra estrema — anziché dilaniarsi— continuerà a evolversi nel solco non violento tracciato da Bertinotti ritroverà linfa e vita e non è escluso che, tornata a Montecitorio e a Palazzo Madama, giunga tra qualche anno a un ritrovato punto di incontro con quella moderata e riformista.
I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un’attenzione strutturalmente diversa. Ribadisco: strutturalmente diversa.
A causa di ciò il Partito democratico è rimasto fin qui tutto dentro i confini angusti della sinistra e non ha praticamente giocato la partita del centro. Se aveva candidati in grado di parlare all’elettorato centrista li ha tenuti nascosti per timore che entrassero in contraddizione con quelli a carattere più identitario con l’effetto che la torta non ha lievitato. Adesso la sinistra centripeta ha davanti a sé due vie: la prima è quella di provare a fare con Casini quel che nell’estate del 1994 D’Alema fece con Buttiglione, cioè lusingarlo e attrarlo nella propria orbita; la seconda è quella di strutturarsi per occupare da sé il centro. Che dire? Della prima opzione non sapremmo, ma la seconda ci appare in prospettiva assai più redditizia. Ma le due insieme non sono facilmente combinabili perché come accadde nel ‘94 la dimensione tattica prende sempre il sopravvento sul profilo strategico.
Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l’aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo, digerirle e — per quel che riguarda l’opposizione — chi anziché disperdere energie in iniziative avventate, ripetitive sarà in grado di dare senso compiuto all’idea nel nome della quale solo un anno fa fu fondato il Partito democratico.
GIOVANNI ci segnala questo articolo di PIERLUIGI BATTISTA tratto daCorrieredellaSera.it del 19/04/08, con la seguente motivazione:”Segnalo tra il meglio questo pezzo perchè, oltre ad essere ben scritto, fa una riflessione attenta e costruttiva sui moderni rapporti tra tv e politica, senza mai cadere nel luogo comune”.
Schermi vuoti e urne piene: il paradosso della Lega
Non si era mai raggiunta tanta nevrosi da par condicio come in quest’ultima campagna elettorale. Ansie di oscuramento, plateali abbandoni delle tribune televisive per richiamare l’attenzione su presunti trattamenti svantaggiosi, recriminazioni dei piccoli inveleniti per lo spazio concesso ai grandi.
Come se qualche secondo di visibilità in più potesse davvero trasformarsi nel prologo di consensi plebiscitari. Come se una sia pur leggerissima alterazione nel minutaggio potesse compromettere le sorti di partiti disperatamente aggrappati a qualche frazione di punto percentuale. Ha vinto in misura sorprendente il partito meno visto in televisione. Quanti minuti saranno stati dedicati in tv a Umberto Bossi durante la campagna elettorale? Pochi, e certamente meno della messe imponente di consensi che il Carroccio una settimana fa ha mietuto con soddisfazione in tutte le contrade del Nord. La realtà ha consumato la sua vendetta sulla rappresentazione televisiva. Il radicamento e la forza territoriale sulle ossessioni mediatiche e sui simulacri dell’immagine.
Non è una novità: sono almeno vent’anni che con la Lega capita la stessa cosa. Il partito di Bossi nasce e cresce lontano dai riflettori, ignorato dalla televisione, se non addirittura sporadicamente trattato con l’atteggiamento paternalistico dell’etnologo che va a scoprire le bizzarre usanze di qualche tribù primitiva. Quando la Lega si impone nello scenario politico, la tv si sveglia, dedica trasmissioni e programmi alla strana creatura di Bossi.
Per poi, però, interessarsene ogni volta come stravagante manifestazione di folklore, dalle camicie verdi alla mistica consacrazione del «dio Po», dalle sparate di qualche dirigente privo di inibizioni politicamente corrette all’elezione di Miss Padania. Nulla, in confronto al peso televisivo degli altri partiti, al casting consueto mobilitato nei talk-show politici. Nulla soprattutto in confronto alla presenza invisibile ma capillare della talpa leghista che ha scavato per decenni in profondità, nella disattenzione di un ceto politico-intellettuale abbacinato dal mito della «telecrazia».
Un mito che ha avuto e continua ad avere dalla sua più di una ragione per imporsi e diventare luogo comune. Il crollo dei vecchi partiti ha frantumato le più collaudate organizzazioni del consenso, condannando il cittadino alla solitudine politica e rendendolo fatalmente più vulnerabile ai richiami seduttivi della politica trasformata in immaginario televisivo. Il ruolo di protagonista della politica della Seconda Repubblica incarnato dal magnate della televisione privata non ha fatto altro che incendiare l’attenzione pubblica sulla tv, attribuendo al piccolo schermo un potere spropositato, dotato di una pervasività e di una forza coattiva imparagonabilmente superiore a ogni altra esperienza maturata nelle democrazie occidentali, Stati Uniti compresi. Intere campagne elettorali, come quella del 2001, si sono avvitate in uno scontro spietato attorno ad eventi (le polemiche tra Berlusconi da una parte e Biagi, Santoro e Luttazzi dall’altra) nati in televisione e rappresentati come psicodramma collettivo attraverso la televisione. La stessa par condicio si è trasformata in una bandiera, in un feticcio, in una trincea posta a difesa del cittadino esposto al fascino perverso del potere telecratico.
La parabola leghista è però la smentita plastica di questo potentissimo luogo comune. Come un movimento di così ridotta rilevanza televisiva (anche la sua presenza nella torta spartitoria nella Rai non ha sortito effetti memorabili) sia potuto crescere fino ad assumere le dimensioni di massa registrate alle ultime elezioni è un enigma che i teorici della telecrazia dovrebbero essere chiamati a sciogliere. Sempre che si abbia voglia di capire mettendo in discussione la fragilità dei propri schemi.
DANIELA ci segnala questo editoriale di ALBERTO RONCHEY tratto daCorrieredellaSera.it del 19/04/08.
L’indecisionismo.Governare il malessere
Con la vasta maggioranza parlamentare appena eletta, sarà finita l’epoca dell’indecisionismo governativo? Questo non si poteva decidere, contro il volere di corporazioni o sindacati. Quest’altro nemmeno, contro interessi d’affari o rivolte locali e clientelari. Con simili argomenti, le tendenze inerziali hanno vinto spesso nel governo della società italiana, trascurando la manifesta necessità di cambiare leggi, costumi amministrativi e tendenze collettive. Anche se qualche ministro ha tentato di contraddire gli ostacolatori d’ogni spregiudicata innovazione, alla fine ha dovuto più o meno arrendersi.
Eppure, non fu sempre così. Nel dopoguerra il ministro del Commercio estero Ugo La Malfa riuscì a ottenere la liberalizzazione degli scambi contro le resistenze di sindacati e gruppi confindustriali «protezionisti protetti ». Quella scelta d’aprire le frontiere della concorrenza non solo fu presto efficace, ma vitale dopo il Trattato di Roma e il Mec. Fu tra i fattori del boom, insieme con il piano Marshall, quando i tassi di sviluppo economico raggiungevano il 6 e anche l’8 per cento a prezzi stabili, senza inflazione.
Gli alti ritmi di sviluppo, s’intende, non potevano durare a lungo. Ma oggi lo sviluppo è ridotto quasi a zero, minimo in Europa come avvertono le stime Fmi e Ocse. Fra le cause del dissesto, con l’onere aggiuntivo dell’avversa congiuntura internazionale, quali responsabilità si possono attribuire ai governi e ai ceti che rappresentano? E’ mancata, ormai da tempo, una coerente concezione dello sviluppo. Aveva già percepito Guido Carli una diffusa contraddizione, che ormai è tradizionale. La società, politica o extrapolitica, tende a oscillare tra forme di arretratezza primaria, dall’inefficiente apparato dei servizi pubblici alle aree d’assistenzialismo parassitario, e le massime rivendicazioni o pretese. «Una condizione — commentava — che mi permetto di definire schizofrenica ». In seguito, con le crescenti aspettative di consumi e la disperata scarsità di risorse come le fonti energetiche, mentre un kilowattora ci costa il 32 per cento in più della media europea, è ancora mancata la commisurazione tra fini e mezzi. Hanno contribuito a tale profonda incoerenza le discordi e tormentate coalizioni governative, inclini a qualsiasi transazione politica fondata su costosi lassismi e permissivismi.
Persiste così, fra innumerevoli contraddizioni, un debito pubblico esorbitante dovuto agli eccessi di spesa corrente per favorire qualsiasi compromesso, ma infine semiparalizzante. Persistono infatti, con la carenza d’investimenti essenziali, disparate arretratezze, come l’insufficienza delle infrastrutture sul territorio malgrado gli sperperi della burocrazia, l’inefficienza della sanità pubblica, le desolanti condizioni della scuola primaria, mentre l’istruzione universitaria povera di investimenti per la cultura seria e la ricerca moltiplica inconsistenti corsi di studio, futili e inutili.
Ora ci si domanda che cosa possa cambiare per il meglio con il prossimo governo, anche se da tempo quasi ogni cambiamento ha operato al peggio. Si tratta, compito quanto mai arduo, di governare il malessere.
DANIELA ci segnala questo editoriale di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA tratto daCorrieredellaSera.it del 16/04/08, sottolineando come riesca in maniera sintetica ed asciutta, ma allo stesso tempo elegante e d esaustiva, a delineare il nuovo scenario politico italiano all’indomani delle elezioni.
Una storia finita
Ha ragione chi ha notato che il nuovo Parlamento italiano nato dalle elezioni di domenica e lunedì sarà l’unico dei principali parlamenti europei dove non troverà posto alcun partito che nel nome si richiami al socialismo o al comunismo. E questo accade nonostante che, come è noto, partiti con quei nomi abbiano segnato profondamente per decenni la storia della sinistra italiana e, insieme, la storia del Paese. Siamo di fronte, insomma, a una svolta profonda non solo del nostro sistema politico, ma della nostra intera vicenda nazionale, del lungo e tormentato configurarsi delle culture politiche italiane. Svolta tanto più significativa in quanto poi coincide con lo schierarsi elettorale a destra di tutto il Nord, cioè delle regioni più industriose, più ricche e più avanzate della penisola, un tempo, in molte zone, roccaforti della sinistra che aveva il socialismo o il comunismo nella propria insegna. Da questo punto di vista è oltremodo indicativo il sorprendente successo della Lega in una regione come l’Emilia Romagna, con oltre il 7% dei voti alla Camera. In realtà la Prima Repubblica non è finita nel 1994, è finita ieri; e il terremoto che ha colpito la sinistra può essere interpretato come la conseguenza del modo miope e insufficiente con cui proprio la sinistra affrontò 15 anni fa la crisi di quella fase della democrazia italiana, non cogliendone né il significato né le implicazioni. E perciò riducendosi oggettivamente, allora e poi, a un ruolo di puro e semplice freno anziché di spinta e di direzione. Ciò che portò alla fine la Prima Repubblica fu essenzialmente la mancanza di alternativa di governo, il fatto che per svariati decenni a reggere il Paese fossero più o meno sempre le stesse forze. Uno degli effetti ne fu per l’appunto la vasta corruzione (da qui Mani Pulite), insieme alla progressiva decrepitezza dei meccanismi e degli strumenti amministrativi (per primi quelli dell’amministrazione statale) e all’ inamovibilità castale delle élites del Paese in quasi tutti i campi. Inutile dire il motivo della mancanza per tanto tempo di una credibile alternativa di governo: la presenza all’opposizione di un Partito comunista il cui sfondo ideologico e la cui collocazione internazionale, essendo entrambi storicamente contigui alla vicenda bolscevico- sovietica, non lo legittimavano a governare una democrazia occidentale come l’Italia. La fine dei partiti di governo della Prima Repubblica (Dc e Psi) per effetto delle inchieste giudiziarie di Di Pietro non ebbe l’effetto di spingere quelli che erano ormai i reduci del naufragio comunista a una revisione radicale della propria storia. E neppure li indusse a una rivisitazione altrettanto radicale di tutto l’impianto socio- statuale italiano, delle reti d’interesse, dei luoghi di potere accreditati, delle convenzioni bizantine, delle fame posticce di un regime ormai alle corde. Ebbe anzi un effetto paradossalmente pressoché opposto. Indusse gli ex comunisti a considerarsi quasi come i curatori testamentari di questo insieme di lasciti, facendosi catturare dalla tentazione di poterne addirittura diventare agevolmente gli eredi. Ciò che infatti cominciò fin da subito a verificarsi. Con la conseguenza però che abbagliati da questa facile conquista gli scampati al naufragio comunista non sentirono più l’urgente necessità, che invece avrebbero dovuto sentire, di buttare a mare alla svelta il proprio patrimonio ideologico, di ravvedersi senza esitazioni delle loro mille cantonate, di prendere coraggiosamente un nome e un abito nuovi. O, se lo fecero, presero a farlo con tempi politicamente biblici, dell’ordine degli anni. Nel frattempo, come dicevo, orfano della protezione un tempo elargitagli dalla Dc e dal Psi, il potere tradizionale italiano cresciuto e prosperato sotto la Prima Repubblica si apriva volenterosamente a quelli che esso riteneva ormai i nuovi padroni della situazione. In breve tutto l’establisment economico- finanziario del Paese, tutta la cultura, tutta la burocrazia, tutti gli apparati di governo, dalla polizia alla magistratura, gran parte del vecchio cattolicesimo politico divennero o si dissero di sinistra. Ma proprio la massiccia operazione di riciclaggio e di «entrismo» da parte dei vertici della società italiana e dei suoi poteri, nell’area della sinistra ex Pci, insieme all’esasperante lentezza con cui procedeva la revisione ideologica di questa, hanno valso a porre il partito della sinistra ex comunista, nell’ultimo dodicennio, in una posizione sostanzialmente conservatrice. L’hanno reso di fatto il tutore massimo dell’esistente, incapace di comprendere i grandi fatti nuovi che si andavano producendo nel Paese, di rompere incrostazioni e tabù, restio a politiche animate da coraggio e da fantasia, timoroso infine di rompere le vecchie solidarietà frontiste. In vario modo questa parte, invece, se la sono aggiudicata fin dal 1994 le varie destre che allora videro la luce e/o che allora presero a ricomporsi. Le quali, a cominciare da Berlusconi, hanno invece avuto facile gioco, esse sì, ad apparire fino ad oggi (e quale che fosse la realtà) tese al cambiamento, lontane dal potere costituito, prive di troppi pregiudizi ideologici, in sintonia con la pancia e con le esigenze più vere del Paese. Il merito indiscutibile di Walter Veltroni è stato quello di capire che sulla strada iniziata nel lontano 1993-94 la sinistra non poteva più procedere. Prendere le distanze dal governo Prodi ha voluto dire precisamente prendere visibilmente le distanze dalla tradizione. Da quella tradizione italiana che se da un lato era servita a far vivere il nome del socialismo e del comunismo, dall’ altro però aveva reso sempre impossibile— ai partiti che ne portavano i nomi— qualunque autonomo ruolo politico innovativo alla guida del Paese. Veltroni ha capito che bisognava cancellare questa storia, la quale era stata anche tanta parte della storia della prima Prima Repubblica; che era finalmente giunto il momento di porre fine alla Prima Repubblica. Per farlo ha oggi dovuto pagare un prezzo assai alto, certo. Ma i conti veri, come sempre, si potranno fare solo alla fine.
MICHELE ci segnala questo articolo di MARIA LAURA RODOTA’ tratto dal Corriere della Sera del 11/04/08, giustificando così la sua scelta:”Segnalo questo articolo come virtuoso, in quanto la giornalista cerca, col suo pezzo accattivante ed ironico, di criticare questo modo di fare politica, in particolar modo l’ultima volgare campagna elettorale. Altro aspetto, secondo me non secondario, è la critica fatta dalla stessa ad alcuni tipi di giornalisti che hanno come unico scopo, forse spinti dai capi o per cercare attirare l’attenzione di persone solitamente lontane dalla politica, allargando così la loro audience, di andare a ricercare il sensazionalismo, cadendo spesso nel trash puro (di cui fanno parte tutte quelle notizie relative alla sfera intima dei diversi politici). Riassuntiva del suo pensiero è la parte in cui sono citate due stars americane e di come essi stessi, pur essendo attori, non si sbilancino su argomenti ritenuti personali. Siamo arrivati al paradosso, per cui i divi si mettono a parlare di politica, mentre i politici…pensano solo a fare i divi!”.
Dall’astinenza di Gasparri alle battute da caserma della Santanchè. E ci casca anche l’austera Finocchiaro - Slip, boxer, amori nei parchi: la sexy-campagna dei politici
Riassumiamo, alla rinfusa, per cercare di capire e perchè purtroppo fa ridere. Durante questa campagna elettorale, la candidata premier Daniela Santanchè, portatrice innovativa dei tradizionali valori della destra italiana, parla come in un tradizionale bar italiano di Berlusconi, che pare la desideri ma lei non gliela darà (cosa?). L’ex vicepresidente del Senato Cesare Salvi,illustre giurista, candidato nella Sinistra Arcobaleno, parlando di diritti e di libertà sessuale si sente in dovere di informare che lui l’ha fatto in un parco (cosa?). La capogruppo uscente del Pd Anna Finocchiaro, candidato governatore in Sicilia, una delle donne più autorevoli e dignitose della politica italiana, non si sottrae alle domande sul tipo di mutande preferito(slip). L’ex ministro delle Telecomunicazioni Maurizio Gasparri, An ora Pdl, fa sapere che sotto le elezioni niente sesso (dispiace). E così via.
Sappiamo oramai che il leghista Roberto Maroni predilige la mutandina in cotone mentre il neo Pd Matteo Colaninno è classico in boxer. Hanno cercato di coionvolgerci nell’ appassionante dibattito se siano più focose le veltroniane o le berlusconiane, le bertinottiane o le casiniane, ecc.. Itentativi di trasformare questa triste campagna elettorale in un film erotico-casareccio anno settanta sono stati molti; nell’abulia generale, molti sono riusciti. Anche se è difficile (o preoccupante) individuarne le motivazioni profonde. Diversioni mediatiche consapevoli? Tentativi arrischiati di apparire normali e simpatici? Un marginale impazzimento collettivo, provocato da pulsioni di cui si è collettivamente perso il controllo e influenze ormai difficili da evitare e facilissime da introiettare, dalla tv spazzatura al battutismo continuo del Berlusca? I colpevoli sono molti, comunque.
Ovviamente, ci sono i giornalisti e i conduttori che fanno domande demenziali. Alcuni indagano sulle mutande perchè costretti dai capi. Altri vanno sull’ osè per essere citati, visti e visibili. Caso principale della campagna 2008 Klaus Davi, comunicatore, anchor di Klauscondicio, serie su YouTube in cui intervista amichevolmente dei candidati. E’ chez Davi online che Santanchè ha cominciato a parlare di darla per far carriera e ha ripetuto che gli ex amici di An non hanno le palle. E’ sempre lì, l’altro ieri, che il Salvi è stato chiamato a scegliere tra sex appeal di destra e di sinistra. Incalzato da Davi, ha tentato di destreggiarsi e gli è andata malissimo. E’ finito sulle agenzie come sostenitore della superiorità sessuale delle donne di sinistra. In realtà era solo una domanda di Davi, e Salvi stesso aveva fatto melina.
In realtà tutto partiva da una battuta sulle donne di destra. La battuta è di Berlusconi, va da sè. Ormai storico creatore di agende e non-agende politiche, trascinatore del costume nazionale, deve avere occultamente (ma anche non) persuaso altri candidati a parlare di donne e sesso con scioltezza. E poi c’è il fenomeno Santanchè. Donna tosta e scenografica, da settimane pone il dilemma se darla o non darla, al centro del dibattito politico. Se ne sentiva il bisogno. Intanto, di passaggio in Italia per promuovere i loro film, gli attori americani George Clooney e Jodie Foster rifiutavano addirittura domande personali; Clooney addirittura parla di politica (no, non si può votare Clooney, ragazze e ragazzi; è consentito solo farci su battutoni, ma non in pubblico, ognuno nel proprio bar, volendo).
MARCELLA ci segnala questo articolo di ANTONINO D’ANNA tratto da Libero.it del 09/04/08, giustificando così la sua scelta:”Un articolo virtuoso e commovente quello proposto sul sito Libero.it. Un articolo forte che rende onore a persone come Paola Breda, un articolo che mostra un enorme rispetto ed una profonda ammirazione per la mamma coraggio di Pieve di Soligo, un articolo che, oltre ad emozionare chi lo legge, fa pensare e riflettere su quelli che sono i veri valori della vita e che, come tali, non vanno mai persi di vista. Tra un articolo di politica ed un avvenimento di gossip non ci vergognamo della lacrima che scende leggendo storie di vita vera toccanti come questa di una mamma “eroina”.
Un fiore per Paola, mamma coraggio
In questi giorni preelettorali in cui la commedia politica ha ormai disgustato un Paese intero, con prese di posizione su questo e quello, lettere e sparate varie, mentre ci si straccia le vesti sulla legge 194 trasformata in feticcio che nessuno deve osare toccare ad alcun costo e gente “pro life” si prende le uova in piazza, c’è una piccola grande storia d’amore per la vita che dovrebbe invitare tutti a riflettere. Perché mai come in questi mesi abbiamo visto un assalto alla dignità ed alla sacralità dei piccoli e dei deboli, senza che qualcuno – salvo il Papa - abbia preso con forza posizione per loro.
Vogliamo allora portare un fiore a “Mamma Coraggio”, Paola Breda. Una donna di Pieve di Soligo (Tv) morta a 38 anni lunedì scorso per un tumore al seno, scoperto al sesto mese di gravidanza, che non aveva voluto curare per salvaguardare la salute del bimbo che aspettava. Lascia altri due figli e un marito, più una lezione di amore per tutti noi. Come Santa Gianna Beretta Molla, canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2004: anche lei, incinta dell’ultimo figlio, non volle curare il tumore all’utero di cui soffriva pur di salvare la vita della figlia, Gianna Emanuela.
Raccontare questo, ricordarlo qui non è fare un’agiografia di queste due madri. Il punto è che il messaggio resta uguale e viene da entrambe: c’è un’Italia, là fuori, che nonostante sondaggi e delicate analisi continua a lavorare duro, amare e difendere la vita. Anche a costo della propria. Un’Italia che non scade nel piagnone “tengo famiglia” ma nella dignità della vita di tutti i giorni che sa farsi eroismo, dai sacrifici per arrivare a fine mese fino alle morti bianche e quella di Paola. È l’Italia di mamme, papà, famiglie e dei bambini che umilmente, ogni giorno, permette a tutti l’esistenza di questa società, gente umile e coraggiosa oltre ogni limite.
È segno che non tutto è perduto, in questo Paese annoiato. E nel dolore di una famiglia, queste poche righe valgano una carezza, se possibile.
ANDREA ci segnala questo articolo di MICHELE SERRA tratto da Repubblica del 9/04/08. L’articolo, per la rubrica “L’amaca”, riguarda la tematica di come i media trattano alcuni avvenimenti.
Al netto di tutta la cagnara mediatica, di anni di lacrime e sospetti, di monumenti retorici rosa e noir, il nocciolo della questione Lady Diana è finalmente sciolto: la signora Spencer e il suo fidanzato Dodi sono morti perché non indossavano la cintura di sicurezza. L’unico dei quattro passeggeri che si era ricordato di questa banale eppure fondamentale incombenza è la guardia del corpo, non a caso il solo superstite del terribile impatto.
Peccato davvero che questo esito così inoppugnabile, già comprovato da infiniti crash-test, da perizie traumatologiche e perfino dai consigli di prudenza che madri e zie dispensano ai giovani scapestrati, non abbia figurato fin dal primo momento nei titoli dì testa di questo interminabile polpettone. Certe volte i media, nell’affanno tra l’altro un po’ macabro di sventolare il cadavere, trascurano il loro umile ruolo di servizio. Il titolo ideale e risolutivo sarebbe stato: Anche se sei ricco e famoso, senza cintura di sicurezza ci rimetti la buccia.
GIOVANNI ci segnala una serie di video tratti dal sito Blogosfere.it del 08/04/08 che si propongono di documentare, in stile inchiesta, la giornata di un candidato alle prossime elezioni, e giustifica così la sua scelta: “Oltre a presentare un linguaggio del tutto innovativo, i video sono girati con un cellulare e postati sul sito in tempo reale, credo che questo lavoro riesca a mostrare il volto “umano” della politica raccontando tutta la mole di impegno necessaria a portare avanti una campagna elettorale che di solito i media ci fanno percepire solo come una serie di accuse, smentite, opinioni prese a caso e finti dibattiti televisivi. Oggi la giornata è dedicata a Barbara Ciabò, candidata alla Camera per La Destra di Storace. Secondo me è un’idea davvero utile per aiutare l´elettore ad orientarsi tra i vari schieramenti”.
Una giornata in diretta web con Barbara Ciabò di La destra
CARLA ci segnala questo articolo di TIZIANA TRICARICO tratto da Il Mattino del 08/04/08, giustificando così la sua scelta:”L’iniziativa mi sembra molto carina ed anche l’articolo la descrive in modo accattivante”.
Startrash, la spazzatura vista da Simona Bassano
Un allestimento accattivante. A guidare i visitatori sono sacchetti di rifiuti dagli occhi sbarrati ed increduli per l’improvvisa popolarità sui media di ogni genere: «Star Trash. Sacchetti in mondovisione» è il titolo della personale di Simona Bassano di Tufillo in corso nello Spazio La Feltrinelli di piazza dei Martiri. Sotto i riflettori fa caldo, ed anche i personaggi di queste esilaranti ed amare vignette - tratte dall’omonimo libro pubblicato da Lavieri Edizioni - sudano i loro umori mortificanti. È un viaggio tra la spazzatura campana quello proposto da Sbadituf - questo lo pseudonimo scelto dall’artista napoletana, laureata in arti visive al Dams e in grafica presso l’Accademia delle Belle arti di Napoli - scandito da ironia, sarcasmo e trovate irriverenti capaci di portare all’attenzione gli aspetti più seri di quella che è vera e propria «trash connection». Simpatici protagonisti, i sacchetti d’immondizia assumono i connotati di personaggi reali, che vivono una vita quasi umana. S’incamminano da soli verso le discariche, nascondono rifiuti tossici immigrati clandestini. Depressi perché nessuno li vuole, emigrano forzatamente nella fredda Milano oppure in Sardegna. Protagonisti di una gara di solidarietà, stufi di vivere per strada, sono costretti a ricorrere allo psicanalista. Occupano per protesta le discariche, sono pronti a difendersi dalle accuse di reati mai commessi oppure a discutere sul modo migliore per «trapassare», terrorizzati dalle fiaccole di chi li vuole bruciare. Inquilini invadenti, cibo indesiderato per ignari animali al pascolo. E con un futuro non tanto remoto che li vede pronti ad annientare l’intero pianeta. I rifiuti di Sbadituf si sentono, però, soprattutto un alibi. Dietro i cumuli di immondizia c’è una civiltà negata e privata dell’informazione: sotto si nasconde invece la vera emergenza, quella dell’irreparabile inquinamento prodotto dai rifiuti industriali tossici, dei terreni agricoli, delle acque, del cibo e della salute. La mostra, inserita nel circuito Comic(on)off e realizzata in collaborazione con Napoli Comicon - Salone internazionale del Fumetto (Castel Sant’Elmo 24-27 aprile), sarà conclusa da un incontro con l’autrice - martedì 22 alle ore 18 - al quale interverranno Riccardo Marassi, Alina di Napoli Comicon e Marcello Buonomo.
DANIELA ci segnala questo editoriale di GIOVANNI SARTORI tratto da CorrieredellaSera.it del 02/04/08:
La strategia del PD - Strane elezioni senza battaglia
In vita mia di elezioni in giro per il mondo ne ho viste parecchie, se non altro per dovere professionale (le studiavo). Eppure la campagna elettorale in corso non cessa di stupirmi: è sicuramente la più strana che io abbia mai visto. Di regola, nelle democrazie «normali» le elezioni sono il momento del combattimento, della guerra senza esclusione di colpi. Ma subito dopo la guerra finisce. Abbastanza spesso chi ha perso «concede» e si rallegra con il vincitore. Dopodiché il leader sconfitto non passa a gestire in Parlamento una «opposizione- rivincita» ma un’opposizione senza barricate che non subordina il bene del Paese al bene della sua parte.
In Italia abbiamo invece capovolto tutte queste regole. Dalla seconda metà degli anni 90 il rapporto tra governo e opposizione è sempre stato di guerra continua; dopodiché a Prodi subentra un Veltroni che combatte un’elezione quasi senza combatterla: nomina il meno possibile il suo principale avversario, non risponde o risponde debolmente (senza contrattaccare) ai suoi attacchi. Diciamo che questa è una strategia irenica (in greco irene è pace). È una strategia vincente? Per chi si trova a dover risalire una china di circa 7 punti percentuali di svantaggio direi proprio di no.
Non so chi abbia suggerito a Veltroni la strategia soft, morbida e in sottotono, che ha perseguito sinora. Forse è Veltroni stesso che l’ha ricavata dai sondaggi, e cioè dall’esistenza di un largo pubblico esasperato e stufo della litigiosità continua dei nostri politici. Questa esasperazione c’è; ma i dati bisogna saperli interpretare. Io, per esempio, li interpreto così: che mentre gli italiani sono stufi della rissosità quotidiana, in tempo di elezioni hanno pur sempre bisogno di un combattimento, di botte e risposte, atte a chiarire le idee. Invece Veltroni batte le piazze illustrando il suo programma. Uno sforzo generoso ma poco redditizio.
Per rendersene conto occorre identificare i criteri del voto. Che può essere: 1) retrospettivo, punisce o premia il già fatto; 2) proiettivo o novitista, il votante spera e crede in un candidato; 3) identificato, il voto fisso di chi sposa una fede o bandiera a vita. Va da sé che il terzo tipo di voto ci interessa poco; così come va da sé che il voto retrospettivo e proiettivo si mescolano anche se in proporzioni diverse.
Ed ecco un’ulteriore stranezza. Veltroni gioca tutte le sue carte sul voto proiettivo, sulla novità. Così scarta il voto punitivo, il consuntivo sul passato. Certo, risvegliare la memoria può essere pericoloso anche per la sinistra. I1 breve governo Prodi non lascia un buon ricordo, e la sinistra al governo è stata troppo di sinistra. Al che Veltroni può rispondere che i l malgoverno e non-governo di Berlusconi per 5 anni di fila è stato molto peggiore, e che lui della sinistra «troppo sinistra » si è liberato. Resta, però, che il voto «in avanti » si impernia sulla credibilità e sull’affidabilità dei candidati. E come si accerta questa credibilità? Ovviamente sulla base delle promesse che in passato hanno mantenuto o tradito. La stranezza è, allora, che Veltroni punta su una fiducia-sfiducia sulla quale si imbavaglia. Regalando così al Cavaliere una verginità che non merita. Temo che ormai sia tardi per rimediare. Ma forse non è tardi per dare più grinta e mordente a una campagna elettorale troppo flaccida.
DANIELA ci segnala questo editoriale di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA tratto da CorrieredellaSera.it del 27/03/08:
Il caso Allam - L’identità della Chiesa
Sono due le questioni al centro della discussione nata dalla conversione al Cattolicesimo di Magdi Allam, nonché dal battesimo in San Pietro impartitogli da Benedetto XVI, che quella conversione ha per così dire ratificato e reso pubblica nel più solenne dei modi. La prima questione riguarda per l’appunto il fortissimo segno pubblico impresso dalla solennità della circostanza. Molti vi hanno visto quasi l’immagine di una «Ecclesia triumphans», di una nuova Chiesa trionfante pronta a lanciarsi in una crociata anti-islamica. Vi hanno visto cioè un più o meno esplicito contenuto politico. Prima però di rispondere se il gesto in questione possa davvero essere interpretato così, sarebbe bene riflettere sul fatto che, come in tutte le istituzioni che hanno alle spalle una tradizione secolare (penso alla monarchia britannica ad esempio), anche nella Chiesa cattolica «pubblico » e «politico» non sono necessariamente due dimensioni sovrapposte e/o sovrapponibili.
Spesso la dimensione pubblica, i riti, le celebrazioni, corrispondono a esigenze che piuttosto che con la politica hanno a che fare con una vicenda storico- identitaria; sono cioè la manifestazione e insieme la rivendicazione della propria natura e della propria storia. Si potrà naturalmente obiettare che tra i due ambiti vi è un certo rapporto, ed è senz’altro vero. Ma è ancor più vero che si tratta di cose assai diverse, le quali implicano intenzioni e prospettive ideali anch’esse assai diverse. Riaffermare pubblicamente chi si è, da quale storia si viene, non vuol dire affatto enunciare per ciò stesso un programma di azione, indicare obiettivi, insomma fare politica nel senso che comunemente si dà a questa parola. È molto probabile insomma che con il battesimo in San Pietro la Chiesa di Benedetto XVI — il cui pontificato sembra particolarmente sensibile proprio a questo tema — abbia voluto soprattutto riaffermare la propria identità, al cui centro sta, precisamente, la conversione. E cioè il battesimo.
Il Cristianesimo, infatti, lungi dal nascere come una religione etnica, cioè legata vocazionalmente a una determinata popolazione, è nato anzi in polemica con una religione siffatta, nel suo caso rappresentata per l’appunto dall’ebraismo. Proprio perciò esso dovette inizialmente affidare le sue sole speranze di successo alla spontanea adesione di migliaia e migliaia di uomini e donne, dovendo a null’altro che a tale adesione la sua prima, decisiva diffusione nel mondo. C’è stato e c’è un evidente, intimo nesso tra tutto questo e alcuni tratti cruciali dell’identità culturale cristiana nel suo complesso, a cominciare da quei tratti fondamentali costituiti dalla centralità della persona e dal primato della coscienza. Il motore storico del Cristianesimo, insomma, così come una delle sue massime dimensioni fondative, è stata la conversione. Ed è plausibile, direi ovvio, che per la Chiesa, la quale della storia cristiana si considera la vera erede, continui a esserlo; e che con il rito in San Pietro essa abbia voluto semplicemente ribadire questo elemento centralissimo della sua identità: a dispetto di ogni opportunismo (questo sì politico!) e di ogni conformismo dei tempi.
Ha senso fargliene una colpa? Tuttavia, si aggiunge —ed è la seconda questione di cui si dibatte—le «bellicose dichiarazioni» rese da Magdi Allam stesso all’indomani del battesimo hanno piegato ad un significato politico la sua conversione, e dunque anche il rito e la partecipazione ad esso del Papa. Certo: bellicose quelle dichiarazioni lo sono state senz’altro. Ma chi punta il dito contro di esse, vedendovi soltanto un clamoroso fraintendimento della natura complessa dell’Islam, e, ancor peggio, una mancanza di carità cristiana, chi fa ciò, non solo, forse, dovrebbe spendere almeno qualche parola sulla terribile condizione personale del dichiarante. Sul fatto, per esempio, che Allam, sua moglie e i suoi figli vivono ormai da anni una vita non vita, una vita priva di un solo momento di vera intimità e tranquillità, dovendo tutto prevedere e programmare, circondati, 24 ore su 24, da uomini con le armi spianate che stanno lì a ricordargli continuamente il pericolo mortale sospeso sulle loro teste.
Non solo; forse dovrebbe anche chiedersi come mai, di fronte alla violenza delle ripetute condanne a morte giunte dall’islamismo «estremista» ad Allam come a Salman Rusdie, come a Robert Redeker e a tanti altri, come mai di fronte alle «aberranti derive fondamentaliste e terroriste» dell’Islam, in nessuna occasione sia arrivata alle nostre orecchie dallo stesso Islam una voce significativa, alta e forte, di condanna; come mai nessun imam di fama, nessun celebre intellettuale, nessuna importante istituzione o assemblea islamica abbia mai pensato di pronunciarsi in maniera irrevocabile contro tale uso barbarico della fede. Dovrebbe chiederselo e, se possibile, anche darsi, e darci, una risposta.
DANIELA ci segnala questo editoriale di GIUSEPPE DE RITA tratto da CorrieredellaSera.it del 21/03/08.
Campagna elettorale - Il narcisismo dei leader
Non c’è da scandalizzarsi se in campagna elettorale la personalizzazione della politica tende a tracimare nel narcisismo dei suoi protagonisti. La loro avventura si fa ogni giorno più solitaria, ed è naturale che essi tendano a caricare la ricerca di consenso sulla propria immagine e sul proprio carisma, compito per il quale una dose di autostima è indispensabile e un po’ di narcisismo giova. Non si sfugge però all’ impressione che si stia un po’ esagerando e che anche presso un popolo di narcisi, quali noi italiani siamo, si possa rischiare qualche contraccolpo negativo. È esagerato infatti che l’autocentratura dei candidati premier si realizzi in un’esasperata coltivazione di se stessi. Certo si deve piacere alla gente, ma attenzione: la cura per il proprio personaggio, l’aspetto esteriore, il modo di vestire, la personale arte retorica, le battute a effetto, il gesto volutamente impressivo, la garanzia personale sulle promesse programmatiche, la propensione a inventarsi ogni giorno qualcosa di valenza mediatica, sono tutte cose importanti, ma portano a una pericolosa collimazione fra autocentratura e pulsioni narcisiste. E la circostanza che i protagonisti siano tutti piacenti appiattisce il panorama complessivo: non si forma cioè una selezione o un’asimmetria competitiva, e resta solo la dubbiosa domanda di cosa ci sia sotto le trionfanti apparenze. Altrettanto esagerato è il fatto che i candidati premier chiedano la scena solo per loro, quasi che i loro partiti o schieramenti non abbiano altri livelli di responsabilità, altri protagonisti, altri talenti da valorizzare, non abbiano cioè una classe dirigente. Votare i leader è cosa obbligata, nell’attuale legge elettorale; ma da sempre le elezioni si fanno per giudicare la qualità delle classi dirigenti. E invece (tranne tre o quattro eccezioni) queste sembrano elezioni di «assenti», di politici che ben che vada sono in attesa di fare i ministri, male che finisca sono in attesa di dissolvimento esistenziale. E sorge allora la domanda se il narcisismo autocentrato non nasconda un deficit di rappresentanza, in quanto non si capisce a quali interessi, bisogni, categorie, gruppi sociali facciano riferimento i nostri protagonisti solitari. Negli annunci programmatici essi cercano di captare grandi tematiche fatalmente generiche (donne, giovani, precari, pensionati, ecc.) mentre per la composizione delle liste essi spigolano qua e là, dall’imprenditore al precario, dall’operaio al generale, tutti comunque scelti per la facciata, e certo inadatti per stabilire una significativa relazione con i mondi di provenienza. E se cade la spinta a fare rappresentanza sociale e politica non deve poi sorprendere che nelle liste abbiano trovato posto segretarie, assistenti e pretoriani, persone cioè vicine e fedeli e adoranti nei confronti del leader autocentrato. Il narcisismo finisce così per essere l’estremo effetto estraniante della personalizzazione della politica sulle esigenze e sui processi della rappresentanza collettiva. E non molti sembrano rendersi conto di quale contributo esso dia alla pericolosa corrosione di quelle che amiamo chiamare «le istituzioni della democrazia rappresentativa».
ANDREA ci segnala questo articolo di NATALIA ASPESI tratto da Repubblica del 21/03/08.
La vergogna, un sentimento scomparso
Quando oggi uno commette un reato più o meno impressionante, e viene scoperto, a) cade dalle nuvole e si dichiara innocente; b) si professa non colpevole in quanto lo fanno tutti; c) si dichiara colpevole ma con moglie solidale a fianco; d) se ne ha il potere, sdogana il reato cancellandolo con apposita legge. Da quel momento la sua vita cambia: non in peggio, ma in meglio. Non c’è responsabile di talk show che non lo voglia per raccontare la sua esperienza di vittima della magistratura e della stampa nemica. Al suo passaggio la folla lo applaude lo fotografa e gli chiede l’autografo. Giovani adottano magliette col suo ritratto o copiano le sue calvizie o i suoi baffi. Un’azienda mette subito in vendita cioccolatini o se si tratta di una signora, biancheria intima, col suo nome. Il ginecologo genovese Ermanno Rossi, che praticava aborti illegali ed è stato scoperto, non si è adeguato alla sfrontatezza e al menefreghismo dei colpevoli alla moda. E ha riportato alla luce un gesto fatale e obsoleto, addirittura primo ‘900: il suicidio per quel sentimento del tutto scomparso che è la vergogna.
ANDREA ci segnala questo articolo di FILIPPO CECCARELLI tratto da Repubblica del 17/03/08.
In quei doppi sensi del Cavaliere il sesso come gerovital della politica
Bisogna capire, bisogna capirlo: in tutti i sensi. Le soubrette c’entrano e non c’entrano, “Silvio fa il circo con le donne anziché con le tigri” ha osato di recente la Santanché. Questo è così vero che il vero “soubretto” come al solito è lui, e ancora di più lo diventa a un mese dalle elezioni.
Il tempo stringe, infatti, e lui fa di tutto per trasformare il voto nel solito referendum sull’unico vero suo programma, e cioè su stesso, sulla sua persona pubblica e privata. Il Cavaliere diverte, si diverte e provoca. Chi ci casca, è perduto.
Forse per questo sarebbe saggio ignorarlo. Ma dopo il pungolo nostalgico del Ciarra e l’incitamento matrimoniale ai precari si capisce che la linea è quella di creare un caso al giorno, e a questo fine il tema bollente delle soubrette, candidate o amanti che siano, funziona perfettamente a puntino e anche questo articolo ne è la prova.
La speranza, tuttavia, sarebbe quella di decontestualizzare, pardòn, quel suo continuo fare il galletto, e perennemente vantarsi sempre proponendosi come un uomo colmo di allegre voglie, collocando tale stato psicoemotivo all’interno di un’autentica strategia politica, o di potere. La premessa è che la campagna elettorale, come del resto l’odierna vita pubblica, non vive più tanto di persuasione, ma di seduzione; e Berlusconi, che viene dal mondo della pubblicità, ci dà dentro senza alcuna vergogna.
Anzi, in taluni momenti sembra che ci prenda anche più gusto. La ciclicità di tali congiunture meriterebbe uno studio a parte. Ma certo, tanto per intenderci e avvicinarsi al tema delle soubrette, la penultima o forse la terzultima occasione fu quando Berlusconi, nell’inverno del 2007, si presentò al gran gala dei Telegatti in una condizione psicoemotiva che una testimone diretta, l’ex modella di Armani Antonia Dell’Atte definì poi in maniera indiscutibilmente cruda, ma efficace: “Ubriaco di fica”.
Quella volta i numeri che il Cavaliere imbastì con la Yespica e la Carfagna, occhiate, inviti, ammiccamenti, euforie, gli guadagnarono la celebre punizione epistolare di Veronica. Ma il punto è che la sua signora non è che può star lì a scrivere tutti i giorni se lui fa lo spiritoso a tutto spiano. E infatti appena due mesi dopo la lettera, nel giorno della Santa Pasqua, con sprezzo del pericolo degli eroici paparazzi riuscirono a violare il segreto di Stato posto su Villa La Certosa e lo immortalarono mano nella mano nel parco, oppure sepolto dalla massa cor¬porea di cinque fra attrici, figuranti e bionde, brune o rosse concorrenti del Grande fratello: “L’harem di Berlusconi” strillò Oggi. “Le badanti del Cavaliere” fu il maligno commento. Ma insomma: una di loro, forse incautamente, disse poi che proprio lui aveva voluto “farsi le foto”.
Ora. Sarebbe difficile dimostrare che in questo genere di exploit il personaggio intravede un decisivo valore promozionale. Eppure, chi si sia occupato con qualche scrupolo, certo degno di miglior causa, della biografia e mitologia carnale di Berlusconi non solo è rimasto sopraffatto dalla quantità di battute, complimenti, confessioni e allusioni, ma soprattutto ha potuto notare come questo flusso intimistico si sia intensificato di pari passo all’avanzamento dell’età. E insomma, senza farla troppo lunga: per quanto azzardata possa suonare, l’ipotesi è che nel gran vuoto delle culture politiche e nel deserto dei progetti Berlusconi abbia individuato nel suo corpo una risorsa fondamentale.
Un corpo ancora giovane, integro e quindi desiderante, altroché. Il Cavaliere non perde occasione per fare il galante, cosa che gli riesce benissimo, ma a un certo punto questa galanteria smette di essere rivolta alle donne per ritornare su se stessa come un valore aggiunto del comando. Inesorabili capricci dell’imperatore, vedi la fantastica telefonata a Saccà, dove si capisce che non gli importa nulla degli equilibri Rai, di Urbani, del Barbarossa e vuole solo stringere sulle attrici. Le soubrette, appunto, definizione generica e addirittura impegnativa perché a volte non sono neanche soubrette, ma ex miss, veline e figurine da reality.
Nel merito, Berlusconi si sminuisce quando dice che non le ha candidate perché in realtà le ha introdotte anche in Parlamento. Sulla sua scia Porta a Porta ha aperto l’uscio alle “gnocche” - detta proprio così, con grazioso garbo. Ma ormai è (anche) questa la politica, o post-politica che sia, non è che ci si possa fare molto. Nel tempo delle apparenze, stracciarsi le vesti sembra superfluo, e illudersi di capire, forse, sembra già moltissimo.
DANIELA ci segnala due editoriali tratti dal Corriere della Sera, il primo del 16/03/08 scritto da ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, il secondo del 06/03/08 scritto da ALBERTO RONCHEY, dando questa giustificazione:”Da questi due bei editoriali emerge il confronto tra due campagne elettorali, ma soprattutto tra due mondi. L’America ottimista e l’Italia eterna indecisa, in balia di se stessa”:
Operazione verità
Dovendosi votare tra poche settimane è naturale che tutta l’attenzione del Paese sia in questo momento per i programmi elettorali. Ma l’Italia di oggi, che per molti segni vede giungere al suo termine la stagione politica apertasi nel 1993-94, oltre che di programmi elettorali, o comunque insieme a essi, ha bisogno di qualcosa in più. E tanto maggiormente in quanto questo tempo di elezioni è più che mai tempo di bilanci. L’Italia ha soprattutto bisogno di verità. Ha un gran bisogno che finalmente si squarci il velo di silenzi, di reticenze, spesso di vere e proprie bugie, che per troppo tempo il Paese ha steso sulla sua effettiva realtà, su che cosa è davvero e come funziona la società italiana, a dispetto di quello che racconta il suo senso comune, prigioniero di un ideologicamente corretto cui partecipano tanto la destra che la sinistra. Quel senso comune che abbiamo costruito noi tutti—e diciamolo pure: a cominciare dai tanti che scrivono sui giornali — quando abbiamo accettato che il discorso pubblico italiano si riempisse di luoghi comuni sempre più menzogneri, di principi dati per scontati ma sempre più inverosimili: il tutto all’insegna di una sovrana noncuranza per come stavano realmente le cose, per il loro vero significato. A lungo, per esempio, ci siamo raccontati che nella scuola o nella pubblica amministrazione la disciplina e la gerarchia non fossero poi così necessarie. Che si può tranquillamente tollerare che cento persone blocchino un’autostrada o una stazione ferroviaria per qualunque ragione ad essi appaia una buona ragione. Abbiamo accettato voltando la testa dall’altra parte che la magistratura italiana si autogovernasse con criteri di lottizzazione politica spietata, o che in prigione andasse solo chi è povero, o che i reati economici godessero in pratica dell’impunità. Che è normale che le decisioni dell’autorità centrale in materia di pubblica utilità (dai trasporti allo stoccaggio dei rifiuti o delle scorie nucleari) siano vanificate o si prolunghino all’infinito per l’opposizione di qualunque minuscolo Comune. Ci siamo raccontati che erano ottime delle privatizzazioni che invece sono state quasi sempre dei veri e propri regali a interessi particolari. Che le Authority servano a qualcosa, mentre perlopiù sono ridotte a emanare gride manzoniane che lasciano il tempo che trovano. Ci siamo obbligati a credere che i soldati italiani debbano per forza assolvere missioni cosiddette di pace anche se si trovano in alcuni dei posti più pericolosi e bellicosi della terra. Siamo ancora oggi pronti a scomunicare chi osi dire che l’esistenza delle Regioni si è risolto in un esborso immane di risorse a fronte di risultati modestissimi; così come fingiamo che sia normale un livello di criminalità organizzata come quella che c’è nel Mezzogiorno, e che la cosa possa andare avanti all’infinito. E così via, così via, in un vortice di conformismo pubblico che è ormai diventato una cappa insopportabile. Per rimettersi in moto l’Italia ha bisogno, prima di qualunque programma, di rompere questa cappa. Ha bisogno di una grande operazione verità. Se non la inizieranno i partiti e i loro esponenti, se non la farà la politica, allora sì l’«antipolitica» monterà come un’ondata inarrestabile.
L’America ottimista
Negli Stati Uniti, le cronache della campagna presidenziale secondo la tradizione si concentrano su immagini, caratteri e linguaggi particolari dei maggiori candidati. Hillary Clinton appare pragmatica e competente, ma non suscita forti suggestioni. Barack Obama si distingue invece per l’influenza del suo linguaggio sull’emotività collettiva, scorciatoia delle comunicazioni di massa. John McCain è visto come un conservatore pacato, ma «roccioso». Può sorprendere che personaggi politici così differenti siano simili per lo strenuo e comune ottimismo, anche ben oltre l’opportunità della retorica elettorale, malgrado i numerosi problemi che investono il governo di Washington. Si tratta, nella sfera politica interna, di superare le tensioni e contraddizioni della massima società multietnica dopo le ultime ondate immigratorie. Nella politica estera, la superpotenza deve ormai sopportare gli oneri assunti come «gendarme internazionale» fino alla superestensione. Da sostenere poi l’enorme debito pubblico, insieme con il passivo del commercio estero, gli eccessivi ribassi del dollaro, le vertiginose quotazioni petrolifere, la congiuntura economica tendente alla recessione. Al di là dell’immediata congiuntura, l’economia degli Stati Uniti all’avanguardia del mondo industriale ora è dinanzi a prospettive quanto mai complesse. Per prima riuscì a superare l’inevitabilità della miseria di massa, la «tradizione della disperazione » di Ricardo e Malthus. La più vasta e intensa capacità produttiva di tutti i tempi fu raggiunta là dove ancora nel 1776 esisteva solo una striscia di colonie agricole o silvo-pastorali, poi rifugio d’ogni miseria del mondo a bastimenti carichi per secoli. E ora? L’espansione continua dell’economia, oggi premessa del capitalismo industriale negli Stati Uniti e in vasti continenti, deve affrontare disparate contraddizioni tra fenomeni d’accrescimento (produzione, popolazione, bisogni, consumi) e fattori limitanti (risorse naturali come fonti energetiche o materie prime, compatibilità ecologiche), insieme con l’ardua governabilità dei sistemi organizzativi e tecnologici complessi, mentre continua la wasteful expenditure dell’iperconsumo. L’inquietudine che affiora negli stati d’animo di alcuni ceti, anzitutto quello intellettuale, non è limitata solo alle perplessità sulle prospettive della civiltà materiale. Si ricorda che la Dichiarazione d’Indipendenza celebrava nozioni come «vita » e «ricerca della felicità ». Eppure, su che cosa propriamente sia «vita» oggi disputano biotecnologi, sociobiologi o «ingegneri genetici», anche oltre le persistenti e accese controversie bioetiche. «Le mie cellule — osserva un ricercatore illustre del Bellevue Medical Center — sono ecosistemi più complessi della baia di Giamaica, non riesco più a sentirmi un’entità distinta come prima di acquisire simili nozioni». E che cosa può essere «felicità »? Il quesito non è di oggi, eppure mai come ora sul modo d’intenderne la nozione indagano psicologi, «ottimisti o pessimisti della conoscenza ». Ma dinanzi a ogni turbamento della psicologia collettiva prevale un tenace ottimismo. E’ il modo americano di raccogliere le sfide o sostenere gli urti dell’esistenza.
ANDREA ci segnala questo articolo di MICHELE SERRA tratto da Repubblica del 13/03/08. L’articolo, per la rubrica “L’amaca” riguarda proprio gli effetti del trash in tv.
Una delle conseguenze più nefaste dell’alluvione di cronaca nera di questi ultimi anni è il tifo da stadio che fa ala ai protagonisti, per osannarli o subissarli di fischi. Il dolore, il mistero, la tragedia suggerirebbero silenzio: se non altro perché sentiamo di non esserne all’altezza. Invece il signore di Gravina in Puglia coinvolto nella morte dei suoi due figli è rientrato a casa dal carcere tra due piccole ali di folla plaudente. Poiché neanche gli inquirenti e la magistratura sanno rigirarsi tra le oscure pieghe di quel terribile evento, è escluso che uno solo dei plaudenti sappia alcunché a proposito della colpevolezza o dell’innocenza di quel signore. Ma non sapere un cavolo di niente ci quanto accadde davvero quella sera, e di quanto è scritto nelle carte dei giudici, non è che un dettaglio di fronte al godimento estremo di sentirsi le rumorose comparse di una diretta televisiva. E così come si applaude si inveisce: odio e amore, ragioni e torti sono separati da un trascurabile diaframma, l’importante è vociare tutti assieme, dare sbocco alle emozioni di pancia, fare parte dello spettacolo. Che sia uno spettacolo ripugnante, messo in scena fifty-fifty dal cinismo dei media e da un popolino che abbocca a qualunque amo, importa ancora a qualcuno?
ANDREA ci segnala questo articolo di GIAMPAOLO VISETTI tratto da Repubblica del 10/03/08.
La violenza dopo Mandela, ecco il nuovo razzismo
Gli studenti bianchi del Reitz College di Bloemfontein dormono immersi in un parco di jacarande. Stormi azzurri di uccelli del paradiso invadono le macchie di fiori viola. Dai prati all’inglese, appena il sole riscalda l’erba scura e bagnata, si alza il vapore che annuncia la fine dell’estate. Il profumo dell’aloe a spirale, avvolge le donne delle pulizie.
Nere, entrano daunaporta laterale. Sono vecchie e scendono dai villaggi abbandonati nel «bush». Davanti ad un bianco, per abitudine o incertezza, si inchinano. Mamphela Cachalia continua a lavare i bagni dell’università, come quando Nelson Mandela era rinchiuso a Robben Island. Si è lasciata convincere: in Sudafrica l’apartheid è finito per sempre. Però i suoi ragazzi, una bella mandria bionda di ventenni, le hanno offerto una birra. Strano. E’ settembre. La fanno bere anche alle tre cuoche e ad Haydn, il giardiniere senza un piede.
Schalkvan der Merwe e Iohnny Roberts ridono: «Negri ubriaconi, vi facciamo licenziare». I ragazzi scortano i prigionieri nel campo da rugby e li fanno correre, fino a vomitare. Sono nonne, mantengono i nipoti rimasti orfani, devono ubbidire. Ricondotte in mensa, trovano un pasto caldo. La carne avariata nuota nell’urina degli studenti bianchi. Sono costrette a mangiare in ginocchio: un boccone di piscio alla salute del razzismo.
Scorre una scritta: «Dell’integrazione, pensiamo questo». Il filmato, per settimane, è circolato con successo tra i bianchi che si oppongono all’apertura del campus agli studenti neri, dal prossimo anno. Mamphela, Haydn e le cuoche avevano mantenuto segreta l’ultima umiliazione. Una ragazza, entusiasta del fidanzato Roelof Malherbe, non ha resistito. Qualche giorno fa ha scaricato «da lezione» su Youtube. A quasi vent’anni dallo smantellamento della segregazione, la superpotenza africana si risveglia oggi sotto choc. Gli studenti di Bloemfontein sono sospesi. I giudici vogliono processarli. Il collegio per soli bianchi rischia di chiudere. I politici esprimono stupore e condanna.
Radio e giornali progressisti, da Johannesburg e Cape Town, sono però invasi da lettere e messaggi di solidarietà. Esaltano l’impresa: «Era ora che qualcuno si decidesse». Allister Sparks, anima della riconciliazione, ammette il fallimento: «Siamo una democrazia, l’economia è robusta. Ma abbiamo perso la battaglia essenziale, contro razzismo e xenofobia».
Una scossa impotente. L’intolleranza si ingrossa e straripa come un fiume in maggio. Sale dalle viscere della nazione. Il secondo video è di ieri. Altri universitari bianchi, in giacca blu e pantaloni avorio, urinano nei loro boccali. Hanno apparecchiato sugli articoli che denunciano «i bianchi che non accettano di considerare i neri esseri umani». Ridono e annunciano: «Attenzione, attenzione, il tè è servito». Mancavano poche ore alla spedizione punitiva di stanotte. Ubriachi, i compagni degli studenti sospesi hanno preso d’assalto Villa Bravado. La residenza ospita 150 alunni neri. Hanno sparato contro porte e finestre: «Prendete i vostri stracci e fottetevi. Non abbiamo bisogni di negri qui». Studenti neri occupano ora l’università. Chiedono invano, ai professori, di sospendere le lezioni. Ventotto sono stati arrestati.
Anche gli afrikaner di Orania, nel Free-State, tornano a rivendicare l’indipendenza e la restaurazione dell’apartheid. La televisione intervista il proprietario di una farm di granoturco. Ricorda quando, quattro anni fa, ha dato i domestici neri in pasto ai leoni: «Rubavano». Monta così la rabbia bianca contro il «Black economie empowerment». La riforma del 2004, risarcimento per l’apartheid, sostiene imprese, lavoratori e disoccupati di colore. Perla prima volta, nelle township, affluisce una nuova generazione di bianchi poveri. A Pretoria centinaia di ville blindate espongono il cartello «vendesi». In dieci anni, nonostante il boom, un milione e mezzo di europei hanno lasciato il Sudafrica. Si sentono assediati. Ne restano meno di cinque milioni. Steven Harper ha dovuto vendere ad un «nero storicamente svantaggiato» i126% della sua concessionaria di Durban. «E’ la fine - dice - ci stanno prendendo tutto». Linda Fourie è preoccupata anche per la figlia: «Frequenta troppi neri». Si è fidanzata con un «black diamond» di Soweto.
Con ventidue milioni di poveri e quattro persone su dieci disoccupate, la «nazione arcobaleno» sognata da Biko rischia di naufragare nell’odio. L’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, lancia l’allarme. «Un quarto della popolazione è analfabeta. Nelle famiglie l’educazione è assente. I bianchi non hanno accettato di rileggere criticamente i crimini dell’apartheid. La sua fine è stata subìta. L’integrazione è naufragata con il fallimento della cultura. I neri restano convinti di aver dato molto e ricevuto niente. Ma lo scontro tra bianchi e neri sta partorendo un mostro ancora più spietato: la guerra tra neri e neri».
Migliaia di immigrati, ogni settimana, sfilano nella capitale. Fuggono da Zimbabwe, Congo, Somalia, Leshoto, Swaziland, Angola, Sudan: fra i tre e i cinque milioni di clandestini, in miseria. Forza-lavoro senza diritti. Nelle baracche di Mamelodi si nasconde oltre un milione di esuli. Il ghetto nero, per soli maschi, era sorto nel 1948. L’ufficio richieste d’asilo, a Cape Town, ha sospeso trecentomila domande. Le miniere di oro e diamanti, a Kimberley, non assorbono più gli schiavi delle guerre. Negli slums neri, con il buio, si combatte. I sudafricani incendiano e saccheggiano le baracche degli stranieri. Li accusano di rubare il lavoro e diffondere 1′Aids. Il terminal dei pullmini collettivi, a Soweto, è il più grande dell’Africa. Scarica disperati da tutto il continente. Lo presidiano bande di neri armati. Una pistola costa cinque dollari. Chi è senza documenti, chi non paga i miliziani, viene pestato, o consegnato alla polizia. Le famiglie degli espulsi, lungo le frontiere, muoiono difame nei container degli aiuti umanitari. E’ questo scontro tra poveri a innescare la più grave crisi sociale e politica da quando, 14 anni fa, il sangue di altri neri ha regalato alla nazione la libertà.
Vuyelwa Keleng ha 26 anni. Per il sesto giorno, uscita dal lavoro, raggiunge piazza Ghandi a Johannesburg. Alza la schiena di uno scatolone. C’è scritto: «Perché ci odiate?». Migliaia di donne protestano contro i taxisti. Un’altra ragazza è stata spogliata, umiliata pubblicamente e violentata in gruppo nella loro stazione.
L’hanno punita perché indossava la minigonna. Capita spesso. Un sondaggio rivela: nel primo Stato africano ad aver riconosciuto il matrimonio tra omosessuali, la maggioranza dei maschi considera la minigonna «provocatoria e immorale». Ogni anno un milione di donne sono vittime di stupro. Per questo, al tramonto, la «marcia delle donne in mini» paralizza il centro.
Amina Maswanganye, dopo uno stupro, si è scoperta sieropositiva. L’unica arma che le resta per protestare è la bellezza. Esibisce le cosce lucide, un abitino elastico giallo, trampoli di lacca rossa. E’ il simbolo delle donne che, prima del buon gusto, chiedono il rispetto. «Milioni di maschi - dice - sfogano su di noi la frustrazione per essere sconfitti. Non lavorano, non hanno una ragione per vivere, restano i negri schiavizzati dall’apartheid». Rapine e furti si trasformano in alcol e droga.
La violenza sui deboli è la tragedia ignorata di una terra straordinaria. La minigonna insanguinata di Amina è lo specchio di una società annebbiata dalla disperazione.
Lena Fong giace rannicchiata sopra un materassino buttato sul pavimento. Da tre anni non esce dallo stanzone nell’ospedale di Baragwanith. Vicino a Regina Mundi, la chiesa della rivolta nera e della repressione, è il più grande del continente. Accoglie i sieropositivi: 4.500 letti. I ricoverati sono il doppio. Dice di avere la tubercolosi. E’ uno scheletro. II marito è morto di Aids.
Non sa dove siano i suoi sette bambini. Quando la tosse glielo concede, cuce la biancheria delle vicine. Per pagare le cure, rammendando, fa compagnia alla notte. E’ l’immagine impresentabile del Sudafrica. Da qui il Paese che produce un terzo della ricchezza africana, con una crescita costante del 5%, non si vede.
Gli affetti dall’Hiv sono poco meno di sei milioni. Un adulto ogni quattro. Muoiono 800 persone al giorno. «Il governo - dice il dottor Ben Williams - nega l’emergenza. Ma la realtà è che possiamo seguire con gli antiretrovirali solo un malato su nove».
Ogni anno si contano 584 mila nuovi infetti, 450 mila colpiti dall’Aids. Nelle township nere i sieropositivi sono il 43% della popolazione. A Soweto, tra oggi e domani, i funerali saranno 364.
L’invasione di immigrati, l’affollamento negli slums, sono la bomba che può distruggere il miracolo del riscatto. Sotto accusa, il vertice dell’African National Congress. Il presidente Thabo Mbeki, negazionista, ha dichiarato: «Non ho mai visto qualcuno morire di Aids». Il nuovo leader lacob Zuma, candidato presidente alle elezioni dell’anno prossimo, è famoso per la terapia suggerita mentre lo processavano per lo stupro di Fezeka Kuzwayo, giovane sieropositiva: «Subito dopo, mi sono fatto una doccia». I vignettisti lo disegnano con il piatto incorporato nel collo, mentre si annaffiala pelata.
Lavi ce ministra della salute, Nozizwe Madlala-Routledge, è stata rimossa. Ha chiesto più investimenti nei farmaci. «Mi sembrava assurdo - dice - insistere con i metodi della ministra Tshabalala Msimang: rape, aglio, olio e limone».
Nell’Africa meridionale si concentrano così 15 milioni di sieropositivi, un terzo di quelli censiti nel mondo. «L’Aids - dice il politologo Frederick van Zyl Slabbert - aiuta a togliere di mezzo i poveri. Il potere sfrutta poi l’effetto nazionalista. Le cure sono prodotte in Occidente: agitano lo spettro delle sperimentazioni sui negri, fingono di lottare contro il neocolonialismo sanitario. Il problema è che l’epidemia moltiplica la povertà: e i miserabili adesso travolgono i capi dell’Anc».
La più grave crisi politica dalla fine dell’apartheid, segna la fine di un’epoca: il tramonto della «generazione Mandela». Il terremoto di dicembre ai vertici dell’Anc, il partito che controlla i173% del parlamento, non fa crollare solo la leadership solitaria di Mbeki. Il congresso di Polokwane boccia un’idea di Sudafrica, la spinta liberista, lo stile di governo dell’ultimo decennio. Spacca, per la prima volta, la «famiglia» di eroi che hanno abbattuto la segregazione razziale. L’èlite xhosa, la tribù di Mandela e di Mbeki, cede il passo agli zulu di Zuma.
Un esempio di democrazia, nel fango dell’autoritarismo ereditario dell’Africa. «Il guaio - dice Mondly Makhanya, direttore del Sunday Times- è Zuma». Il 14 agosto sarà processato per corruzione, riciclaggio, frode ed evasione fiscale. Quattordici capi di imputazione che ridefiniscono il profilo del paladino della povera gente. Con il suo segretario, Schabir Shaik, avrebbe costituito una società specializzata nella pulizia del denaro sporco e nella richiesta di tangenti per l’acquisto di armi dalla francese «Thales». L’excapodel, l’intelligence dell’Anc accusa Mbeki, la procura e i giornali di voler bruciare la sua scalata alla presidenza. Gli «Skorpions», l’unità investigativa speciale che ha scovato le prove contro di lui a Mauritius, rischiano lo smantellamento. Il direttore, Vusi Pikoli, è già stato allontanato. Il parlamento profila una restrizione della libertà di stampa.
«Se mi fanno fuori-avverte Zuma - non cadrò da solo». La minaccia investe tutto il partito. «In quindici anni - dice l’editorialista Fred Khumalo - troppa gente ha capitalizzato privatamente gli ideali della rivoluzione. Zuma è solo la leva per liberarsi di Mbeki «. Il presidente non ha più la fiducia del partito. Il governo è bocciato. L’Anc è squassata dagli attacchi incrociati. Il nuovo leader rischia la galera e minaccia di coinvolgere l’establishment. Il Sudafrica, che difende lo Zimbabwe fallito di Mugabe, annaspa nel vuoto di potere. Norn eramai successo. Le opere per gli storici Mondiali di calcio del 2010, speranza e premio per la sofferenza, naufragano nella corruzione.
Stadi e strade, frenati da blackout e appalti bloccati, non saranno ultimati. Zuma, dipinto come lo Chavez del continente, oggi è stato esplicito: «Mbeki non è più nel direttivo dell’Anc.
La sua guida, non legittimata, è debole. L’attuale autorità è al capolinea». La crisi di governo, elezioni anticipate, potrebbero evitargli la condanna. L’alternativa è Kagalema Motlanthe, vicepresidente comunista.
«Dobbiamo però capire - dice Achmat Dagor, direttore della Fondazione Mandela - come si passa in dieci anni da Mandela a Zuma». II fondatore della nazione, 90 anni il prossimo 18 luglio, tace. Non nasconde di «essere «addolorato» e si appella all’unità dell’Anc. Spera di non assistere, prima di morire, alla liquidazione della sua vita. Desmond Tutu invoca una «ricostruzione morale» del Paese e chiede ai politici di «essere degni della nostra storia». «Senza istruzione - dice la Nobel della letteratura Nadine Gordimer - prima o poi si afferma il demagogo che ti promette il paradiso. Rischiamo di affidare un malato alle cure del sangoma».
E’ lo stregone dei villaggio, spesso un impostore. Dopo aver mangiato la carne marcia e urinata dagli studenti bianchi di Bloemfontein, questa mattina la vecchia Vuyelwa Ngubane è entrata nella casa di quello di Florisbad. Vuole sapere se sono gli spiriti del male a intrecciare ancora sul Sudafrica i fili del razzismo, dell’Aids, della povertà, della violenza, del potere che sacrifica Mandela e le vittime dell’apartheid per una valigia di rands. Esiste una radice segreta per svegliarsi da un incubo? La cuoca nera esce con un foglio nel pugno. Nella lingua dei basotho c’è scritta solo una parola: espiazione. Dice che un bianco non deve confonderla con destino.
DANIELE ci segnala questo articolo di PINO PISICCHIO tratto da Il Tempo.it del 10/03/08, definendo il pezzo “semplicemente bellissimo”.
Il Moro che conta non viene ricordato - Giovanni, il figlio di Aldo Moro, nel suo ultimo libro sugli anni ‘70, scrive della necessità di rintracciare una sintassi nuova per raccontare gli anni che fecero da sfondo al rapimento e all’uccisione del padre
E forse proprio di una sintassi abbiamo bisogno, di una struttura comune del linguaggio che riconnetta parole e immagini all’interno di una trama in cui possiamo riconoscerci tutti. A cominciare dal giudizio sul nostro passato recente. Trent’anni dopo la morte di Moro il ricordo di quei giorni rischia di restare un’orma nella nostra mente (uso ancora espressioni di Giovanni) senza essere però ancora memoria, e vale a dire capacità di collocare il ricordo all’interno di un’esperienza e di farne identità.
Il rischio che si corre nelle scadenze anniversarie, specie quelle epocali, è quello di illanguidire nel rito delle celebrazioni il vero senso di una storia umana e politica. In libreria c’è un’alluvione di saggistica che ripropone il “caso Moro” dal lato delle trame, ennesimo tributo al vezzo para-giallistico dell’”affaire”, e quasi nulla sul pensiero di Moro e sul suo contributo all’avanzamento della democrazia nel nostro paese. Eppure questo trentennale si intreccia con un’altra ricorrenza che ha anche molto da dire a proposito di quella sintassi della memoria da ricomporre: i quattro decenni che ci separano dal ‘68, l’anno in cui prese corpo e anima la questione giovanile, forse la prima moderna esperienza di globalizzazione di pensieri e tendenze. Moro aveva avuto il merito di capire che il ‘68 aveva segnato una frattura irreparabile tra l’Italia dell’emancipazione dai bisogni primari, quella sopravvissuta alla guerra, e l’Italia alfabetizzata e connessa al mondo attraverso l’inedita pervasività dei media, la nuova Italia che vedeva proprio nelle nuove generazioni i protagonisti di una stagione tutta da scrivere.
Del tutto inadeguata veniva giudicata la politica rispetto all’irrompere dei giovani sulla scena pubblica: Moro aveva messo in guardia i vecchi attori della politica italiana di fronte al ‘68, invitando a comprendere e a portare nelle istituzioni la fresca energia giovanile. L’ironia di una storia che spesso ricorre a strane eterogenesi dei fini, volle che ad ucciderlo, dieci anni dopo, fossero proprio i cascami di quel ‘68 che altri, non lui, non avevano compreso, quei giovani che le istituzioni democratiche non erano riusciti a includere, quei figli del proletariato che, come qualche anno prima avrebbe dichiarato, poetando, Pasolini, avevano le stesse facce dei poliziotti contro i quali si scagliavano brandendo le utopie violente di un tempo di piombo.
Rileggere Moro, l’Uomo che credette nella pedagogia democratica dell’agire politico, rileggerlo oggi, in mezzo a una politica volgare, spettacolarizzata, che nega con le sue leggi elettorali la scelta democratica da parte della gente, significa fare un’opera difficile e controcorrente. Un’opera necessaria, però, che giova alla democrazia.
DANIELE ci segnala questo articolo di PIERO OSTELLINO tratto dal Corriere della Sera del 28/02/08, giustificando così la sua scelta:”Ritengo che questo sia un pezzo virtuoso, non solo perchè è scritto bene, ma anche perchè ribadisce la tesi, dal nostro blog sostenuta con forza, del come esista la pessima abitudine dei magistrati, ormai diventati quasi dei divi, di dare in pasto alla stampa i dettagli di casi giudiziari che dovrebbero restare segreti, permettendo così che le sentenze siano emesse dall’opinione pubblica prima di essere scritte dai giudici”.
L’Italia del pregiudizio
Ora che i corpi di Salvatore e Francesco Pappalardi sono stati trovati in un pozzo, dove nessuno era andato a cercarli, emerge un volto della nostra giustizia penale a dir poco discutibile. Da un lato, il padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, in carcere perché indiziato, sulla base solo di un’intercettazione ambientale e della fragile testimonianza (tardiva) di un bambino, di averli uccisi. Inoltre un’ inchiesta che ha cercato Salvatore e Francesco nelle grotte di Matera, nelle campagne delle Murge, persino in Romania, lungo le piste delle sette sataniche e del traffico di organi. Dall’altro, il casuale ritrovamento dei loro corpi in un pozzo nel centro di Gravina, non lontano dalla piazza dove erano stati visti l’ultima volta. Da un lato, dunque, il volto di una giustizia metafisica, che cerca aprioristicamente la verità attraverso la speculazione intellettuale e gli indizi, anche i più inverosimili, costruiti nel laboratorio della mente inquirente. Dall’altra, la scoperta casuale dei corpi dei due bambini morti, ma per fame e per freddo, nella profondità di un pozzo.
Quale verosimiglianza logica si può rintracciare nel gesto di un padre presunto assassino che non avrebbe ucciso i suoi figli, ma li avrebbe gettati vivi in un buco, e non nella sperduta campagna, bensì in un luogo dove qualcuno avrebbe potuto ritrovarli prima della loro morte? Ma il procuratore di Bari, Emilio Marzano, ha detto: «L’impianto accusatorio per ora rimane, non abbiamo elementi per ripensarlo». Sotto il profilo formale, l’affermazione è ineccepibile. Sotto quello sostanziale, appare, però, incauta almeno per due ragioni. La prima: il ritrovamento dei due fratelli nel pozzo dove l’altro giorno è caduto il bambino e l’autopsia dei loro corpi aprono interrogativi nuovi che il dottor Marzano aveva evidentemente sbagliato a escludere a priori. La seconda: per ora, la colpevolezza di Filippo Pappalardi è confermata solo dalla sua carcerazione preventiva, direbbe il filosofo dei diritti civili «per mezzo del castigo», e dal carattere ferocemente arcaico della sua figura.
Forse non è inutile ricordare che l’esposizione prolungata dell’indiziato all’avvenimento minaccia di distruggerne l’immagine e, probabilmente, già l’ha distrutta. La verità mediatica, in questi casi, rischia di apparire più forte di quella vera e non è attraverso la prima che si può ragionevolmente sperare di pervenire alla seconda. Qui non è in discussione la colpevolezza o l’innocenza del Pappalardi. Sono in discussione un pregiudizio giudiziario e la stretta correlazione fra il sistema giudiziario e quello mediatico che sta diventando tale da rendere sempre più difficile capire dove finisca l’uno e incominci l’altro e viceversa. Scrive Daniel Soulez Larivière: «La magistratura scopre con delizia che accanto alle armi terrificanti che esistono già nel codice di procedura penale esiste anche lo strumento mediatico che lo completa efficacemente» («Il circo mediatico- giudiziario», ed. Liberilibri). Eppure, il rimedio a questa confusione dei ruoli che si è imposta in Italia da quindici anni a questa parte e che nuoce sia alla magistratura sia al giornalismo, ci sarebbe: scindere la fase istruttoria e investigativa, rigorosamente coperta da segreto, da quella giurisdizionale e dibattimentale, aperta invece al pubblico.
FRANCESCO ci segnala questo articolo di ELIE WIESEL tratto da Repubblica del 26/02/08:
Quando da piccolo sognavo Israele
Per il bambino ebreo che è in me, Israele rappresenta un irresistibile richiamo alla speranza, e Gerusalemme un potente canto d’amore.
Quando in Romania, passeggiavo per le strade della mia piccola città appollaiata sui Carpazi, spesso mi immaginavo in qualche luogo della Giudea, seduto su una panca ad ascoltare un maestro mentre spiegava il mistero delle parole, la forza delle memorie, l’umana sete di miracoli.
Con mio nonno, fervente hasid, parlavo in yiddish.
Gli piaceva molto insegnarmi i canti hasidici e più ancora vedermi immerso nello studio di un trattato talmudico. Il suo sogno era di vivere abbastanza a lungo per vederci tutti riuniti in terra santa, e lì accogliere il Messia. In realtà io sognavo il Messia assai più di uno Stato politico ebraico. Poi è successo quello che è successo.
Dove ero il 14 maggio 1944? Ancora nel ghetto. Avevo 15 anni. Il Primo trasporto verso l’ignoto, organizzato in fretta si stava preparando a partire o era appena partito.
Per noi il destino portava la maschera della morte, di cui il nemico aveva fatto proprio il Salvatore.
14 maggio 1948. Parigi. Israele stava per nascere. Già da 3 anni vivevo da apolide in Francia. Da Buchenwald, nel 1945, ero stato liberato dall’esercito americano; un ufficiale mi aveva chiesto dove volevo essere rimpatriato. Come la maggior parte dei miei amici, avevo risposto di voler andare in Palestina; ma a quei tempi il mandato britannico sull’immigrazione ci aveva chiuso le porte.
Alla fine grazie ai francesi dell’Ose, una benemerita organizzazione di soccorso sull’infanzia, fummo accolti in 400 dalla Francia.
Il mio pensiero va a mio nonno: lui, molto più di me, avrebbe meritato di vivere questo momento glorioso.
Penso a mio padre, a mia madre…trascinati via dal vortice di fuoco e cenere. Devo dire per loro nel Kaddish dei defunti, parole di gratitudine per il nuovo Stato ebraico? Questo momento fulgido può essere davvero la risposta ai tormenti della nostra notte? Israele come risarcimento per Auschwitz? Non ricordo con precisione cosa pensai in quel momento , ma spero di aver respinto già allora quelle teorie.Che sono crudeli, semplicistiche, assurde. E soprattutto senza alcun valore.
Poi il ragazzo che ero è cresciuto. Sono diventato adulto, e oramai sento tutto il peso degli anni.
Cos’è cambiato? Per di più di vent’anni da Parigi e poi da New York, sono stato corrispondente di Yedioth Ahronot(“Ultime Notizie”), il quotidiano della sera di Israele. Era emozionante seguire gli avvenimenti in Terra Santa.
Per me quella non fu guerra di conquista ma di ritorno, una liberazione. Dopo 2000 anni di travagli, di vite vissute peregrinando da un esilio all’altro, queste vittime della propria debolezza l’avevano infine superata, erano diventati gli autori della propria autodeterminazione , acquistando così un inaspettato potere. Il neonato Stato sovrano era disposto a vivere entro gli stretti confini tracciati dal piano di spartizione delle Nazioni Unite.
Ma poi quella giovane nazione, che mancava di armi e di un apparato militare strutturato, fu aggredita non da uno, ma da cinque Paesi arabi bene armati.
A quei tempi non avevo ancora una chiara coscienza del fatto che nella vita degli uomini e in quella delle nazioni, il sogno di uno può trasformarsi in un istante nell’incubo degli altri. Io non ho problemi con nessuna religione. Ma aborrisco i fanatici di qualsiasi religione.
I terroristi suicidi , che respirano l’odio e praticano il culto della morte sono una piaga per tutte le nazioni. E considero i loro capi responsabili di tutto l’orrore che scatenano.
Naturalmente so bene che gli stessi interrogativi valgono anche nei confronti del leader Israeliani.
Dopo anni e anni di sangue, hanno colto ogni possibile opportunità per porre fine al conflitto?
A livello personale, mi chiedo perché non sono andato a vivere in Israele. Sono passati sessant’anni, ma questa domanda, come tante altre, rimane in sospeso. C’è chi mi accusa di aver fatto troppo, e chi di non aver fatto abbastanza - in particolare perché vivo in America, così lontano da Israele e dai suoi innumerevoli problemi. Quale dovrebbe essere il ruolo dello scrittore, del docente, del testimone, o semplicemente dell’ebreo che io sono? Uno che non vive in Israele, ma che ha verso questo Paese un debito di attaccamento, di lealtà, e forse - perché no - anche di gratitudine, per il semplice fatto di esistere come ebreo?
Ovviamente - al pari di molti ebrei che vivono in diaspora - sento il bisogno di aiutare Israele a rompere, a superare l’isolamento in cui cercano spesso di rinchiuderlo le “nazioni del mondo”, per usare un’espressione talmudica. Molti di noi, parlando di Israele, si sentono tenuti a elevare il dibattito a un livello superiore.
Ma questo comporta forse il silenzio sugli uomini, le donne e i bambini palestinesi - soprattutto i bambini - che vivono nella miseria, nella paura e nell’afflizione, e ne incolpano Israele? Certamente no.
Io so che il governo di Israele, e la maggioranza dei suoi cittadini, pensano che se una soluzione esiste è quella di due stati disposti a vivere fianco a fianco, optando per la pace. Verso la metà degli anni ’70 pubblicai la lettera A un giovane arabo palestinese.
Gli dicevo che in quanto uomo e in quanto ebreo potevo comprenderlo meglio di chiunque altro.
Comprendevo la sua sofferenza, e anche la sua rabbia. Gli dicevo di essere pronto a cercare di aiutarlo a costruire sulle rovine , così come noi ebrei abbiamo fatto tante volte e sempre nuovo.
La differenze è che nell’affrontare le nostre sfide, noi non abbiamo mai scelto la violenza.
Se dovessi riscrivere quella lettera oggi, aggiungerei che se lui rinunciasse alla sua tattica - la violenza assoluta del terrorismo suicida - io non esiterei, al pari di molti altri, a schierarmi dalla sua parte .
Ma come posso sostenere un uomo, o un gruppo, che predica o semplicemente tollera una dottrina il cui scopo dichiarato è l’annientamento di una comunità di 6 milioni di ebrei che vivono nella terra dei loro avi, e dei miei?
Perché sono un cittadino israeliano? Perchè non vivo in Israele? Soprattutto perché, per molti anni, ho pensato, ingenuamente, che sarei stato più utile al mio popolo fuori Israele.
Ma, lo ammetto, perché in realtà non ero pronto .
Mi è difficile tuttora distaccarmi dalla diaspora, dalle sue ansie, dalle sue memorie e dalle sue sfide. Ma se è vero che non vivo in Israele, non potrei più vivere senza Israele.
KARMA ci segnala questo articolo di GIOVANNI BIANCONI tratto dal Corriere della Sera del 26/02/08, giustificando così la sua scelta:”Ritengo che questo sia un pezzo scritto bene perchè descrive i fatti accaduti e la posizione di uno dei protagonisti della vicenda di cronaca in maniera asciutta e chiara, riportando solo quei virgolettati funzionali alla comprensione del caso giudiziario, senza forzature o divagazioni. Direi che riesce ad informare il lettore senza scioccarlo o condizionarlo in alcun modo”.
Il saluto alla fontana e il mistero del padre - Filippo Pappalardi è in carcere, il ritrovamento riapre il caso
C’è la cronaca e c’è il caso giudiziario. C’è la storia di due bambini spariti e — con ogni probabilità — ritrovati cadaveri quasi due anni più tardi e c’è quella di un uomo in carcere, accusato di averli ammazzati: Filippo Pappalardi, padre di Francesco e Salvatore. Padre assassino e, prima, padre-padrone, sostengono i magistrati che il 27 novembre scorso l’hanno arrestato, mentre lui si proclamava innocente e assicurava che entro un paio di giorni sarebbe tornato a casa, libero e scagionato.
Tre mesi dopo lui è ancora in cella, e d’ora in avanti si vedrà se gli indizi che potranno scaturire dalla scoperta dei corpi andranno a rafforzare l’accusa o la difesa, se consolideranno l’ipotesi dell’omicidio o della disgrazia. È intorno a quest’alternativa, prima ancora che sulla colpevolezza dell’unico indagato, che s’avvita l’indagine giudiziaria avviata all’indomani della scomparsa, nel giugno 2006. Perché prima di stabilire chi li abbia eventualmente uccisi, bisogna raggiungere la certezza che i due bambini non siano morti per un incidente. Ipotesi remota, secondo gli investigatori, anche alla luce dell’ultima, drammatica novità di ieri sera. Ma c’è anche chi, dopo il ritrovamento, ha ricominciato a parlare di disgrazia: se in quel buco è caduto accidentalmente il bambino salvato ieri, allo stesso modo possono esserci precipitati anche «Ciccio» e «Tore», com’erano chiamati i due fratelli.
Proprio su questo punto possono venire in soccorso alcuni dei «punti fermi» fissati dalle indagini fino all’arresto del padre dei Pappalardi. Il primo è che poco dopo le ore 21 del 5 giugno 2006 — tra le 21,15 e le 21,20 stabilì la polizia — Francesco e Salvatore erano vivi e «liberi», salutarono gli amici dopo aver giocato intorno alla fontana della piazza di Gravina dove s’erano schizzati e bagnati, e dissero: «Noi ce ne andiamo». Sottinteso a casa, per tutti. Ma a casa non arrivarono mai. Il buio, a quel-l’ora, era sceso quasi del tutto. Possibile che anziché tornare verso l’appartamento dove vivevano col padre e la nuova famiglia abbiano deciso di proseguire nei loro giochi, qualche centinaio di metri più in là, andando a finire in quel precipizio? E tutti e due insieme? Possibile, certo, anche se strano.
Aver fissato l’orario del saluto agli amichetti, già nelle prime fasi delle indagini portò gli inquirenti a escludere l’ipotesi del rapimento (s’era pensato anche su commissione della madre Rosa, che vive in un’altra cittadina e in pessimi rapporti con l’ex marito), che avrebbe potuto compiersi più facilmente prima delle 21. Poi, nel corso di un’indagine «porta a porta » per ricostruire le mosse dei due ragazzini fino a quel saluto alla fontana, saltò fuori un altro testimone, ragazzino anche lui, che aggiunse un ulteriore, inquietante tassello. Disse di aver visto «Ciccio» e «Tore» assieme al padre, sulla macchina di lui. Dichiarazione un po’ traballante, per via della giovane età del testimone e per essere arrivata solo ad alcune settimane dal fatto. Ma fu sufficiente per aprire ufficialmente l’inchiesta a carico di Filippo Pappalardi, dal quel momento iscritto nel registro degli indagati e messo ancor più sotto controllo rispetto ai primi giorni. C’era anche un altro elemento che faceva crescere i sospetti sul padre degli spariti: il fatto che la sera della scomparsa, dopo essere uscito a cercarli, per circa un paio d’ore papà Filippo non abbia mai telefonato a casa per sapere se i figli erano tornati. La polizia ha scandagliato quasi tutte le chiamate dai e ai circa 15.000 cellulari accesi a Gravina il 5 giugno 2006, senza trovare quella che cercavano.
Una «stranezza» che ha alimentato i dubbi sulla versione fornita dall’uomo, finché le intercettazioni carpite in casa sua, nei dialoghi con la convivente, hanno aggiunto il resto. Parole spezzettate, mozziconi di frasi che secondo i pubblici ministeri e il giudice di Bari dimostrerebbero la colpevolezza del padre. «Non lo dire a nessuno… dove stanno i bambini! Non sia mai la Madonna», avrebbe detto un giorno Pappalardi alla sua donna. La quale, in dialetto stretto come lui, avrebbe reagito con un «ma questo è scemo!», prima che Pappalardi minacciasse: «Mi uccido! ». Un brano di conversazione che, scrive il giudice, «lascia pochi margini di dubbio sulle responsabilità di Pappalardi nella scomparsa dei suoi figli e lascia intendere che anche la Ricupero (la convivente, ndr) sapeva il luogo dove si trovavano Francesco e Salvatore». Il giudice, a differenza dei pubblici ministeri, nell’ordine di arresto lasciava aperto uno spiraglio alla possibilità che i due ragazzini fossero ancora vivi, ma altri dialoghi registrati dalle microspie svelerebbero — secondo gli inquirenti — la consapevolezza dell’uomo che i suoi figli sono morti; nonostante lui stesso si dichiarasse convinto del contrario in tutte le interviste e dichiarazioni pubbliche. Un’intercettazione è dell’8 giugno, appena tre giorni dopo la scomparsa: «Mo’ devo portare l’acqua ai cani… che è da sab… domenica che non ci vengo qua… dovessero morire pure i cani…». Una parola scappata, quel «pure», che per il giudice dimostra come il padre sappia già che i suoi figli non sono più in vita.
Ancora, in una conversazione di nove mesi più tardi, il 18 febbraio 2007, Pappalardi disse: «La morte… il fatto mio è grosso… questo è un caso internazionale… mai successa la morte di due fratelli, eh!». Ancora un accenno alla morte, che unito ai pubblici proclami sui figli ancora vivi assume per il giudice «un valore gravemente indiziario ». A contorno di questi e altri elementi, investigatori e inquirenti hanno anche ipotizzato, se non un movente, almeno una giustificazione al duplice omicidio: le passate, ancorché negate dall’indagato, violenze sui figli. E hanno addebitato a Pappalardi perfino un depistaggio (o per lo meno il proposito di alimentarlo) come quello della «pista rumena», o di una alternativa quanto fantomatica «pista bulgara» sulla misteriosa sparizione dei figli. Adesso sono emersi due cadaveri ad alimentare sospetti e dubbi, in un senso e nell’altro; perché bisognerà anche spiegare come abbia fatto, eventualmente, Pappalardi a disfarsi dei due corpi gettandoli in quel precipizio difficilmente accessibile, da solo e senza essere visto. Di sicuro, sia l’accusa che la difesa cercheranno nella tragica scoperta di ieri elementi a sostegno delle rispettive tesi. I due corpi di Francesco e Salvatore restituiti dalle viscere di Gravina rendono più drammatica la cronaca e più aggrovigliato il caso giudiziario.
DANIELA segnala questo editoriale di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA tratto da CorrieredellaSera.it del 12/02/08:
Conformismo ghibellino e Italia con troppa politica - Non c’è la Chiesa dietro alla temuta «ondata neoguelfa»
È una bella immagine quella dell’ «ondata neoguelfa », uscita dalla penna di Aldo Schiavone in un articolo di qualche giorno fa su la Repubblica. A stare al quale nell’Italia di oggi, a causa del degrado della vita politica e dell’etica pubblica, starebbe andando ancora una volta in scena «un’antica tentazione» della nostra storia politica e intellettuale, vale a dire «la rinuncia allo Stato », percepito come qualcosa di fragile che «non ce la può fare», e la sua sostituzione con una sorta di «protettorato super partes» attribuito al Papa: fino al punto di fare del magistero della Chiesa «il custode più alto della stessa unità morale della nazione».
Insomma, un vero meccanismo di supplenza, alimentato dall’illusione che «una religione possa occupare il posto della politica e del suo discorso».
L’analisi di Schiavone ha precedenti illustri. Che la statualità italiana da un lato, e la Chiesa e il cattolicesimo romano dall’altra, siano due termini sostanzialmente antitetici fu opinione corrente durante il nostro Risorgimento. Che non a caso si compiacque di riprendere l’antica esecrazione antichiesastica di Machiavelli e Guicciardini (puntualmente citata anche da Schiavone), additando altresì nella Controriforma una delle massime fonti della rovina d’Italia: «Quando a noi toccò la parrocchia — scrive anche il nostro autore — mentre gli altri, in Europa, costruivano gli Stati». Qualunque sia l’effettiva plausibilità di questa interpretazione della nostra storia, dubito assai che essa possa farci capire quanto sta accadendo nell’Italia attuale. Riportare sempre tutto, anche fenomeni palesemente e radicalmente nuovi (che dimostrano di essere tali, tra l’altro, proprio tendendo a ridisegnare secondo linee inedite gli schieramenti del passato), riportare sempre tutto, dicevo, come ama fare la maggior parte della cultura italiana, nell’ambito tradizionale delle dicotomie Stato-Chiesa, laico-clericale, conservatore-progressista, mostra solo quanto quella cultura sembri interessata più che alla realtà, più che a comprendere la novità dei tempi, a mantenere ad ogni costo saldo e credibile l’antico universo dei suoi valori e dei suoi riferimenti.
Com’è possibile, mi chiedo, non accorgersi che l’intera impalcatura ideologica otto-novecentesca — di cui le dicotomie italiane di cui sopra sono parte — sta oggi diventando un reperto archeologico? Non accorgersi che sotto l’incalzare di due grandi rivoluzioni — e cioè dell’effettivo allargamento per la prima volta dell’economia industriale- capitalistica a tutto il mondo, e dell’estensione della tecnoscienza alla sfera più intima del bios — tutta la nostra vita sociale, a cominciare dalla politica, con le sue confortevoli certezze culturali e i suoi valori, deve essere ripensata e ridefinita?
Come non accorgersi che è per l’appunto questa pervadente crisi di senso, e dunque questo drammatico interrogativo sul futuro, a segnare l’attuale drammatico passaggio tra due epoche storiche? E che sono per l’appunto questi fatti, non altro, che rilegittimano potentemente la dimensione religiosa candidandola a occupare nuovamente, in tutto l’Occidente, uno spazio pubblico? Ma se le cose stanno a questo modo— mi domando ancora — chi potrà mai scandalizzarsi se in un Paese come il nostro, con la sua tradizione, il risveglio della dimensione religiosa implichi immediatamente anche il risveglio della voce e della presenza della Chiesa cattolica? Va bene, si obietta, ma si tratta di una voce e di una presenza assolutamente fuori misura. In realtà a me pare che l’impressione di un che di eccessivo, di strabordante, del discorso religioso specialmente sui temi etici (che poi sono anche politici e viceversa, come troppo spesso i denunciatori dell’«ingerenza » non vogliono vedere) è in grande misura favorita dal carattere intellettualmente pigro e ideologicamente conformista della nostra cultura, diciamo pure dalla sua assenza. Il rilievo non riguarda certo Aldo Schiavone che anzi con il suo Storia e destino (Einaudi 2007) ha rappresentato un caso di riflessione originale e coraggiosa sui grandi temi della rivoluzione tecnoscientifica in atto. Ma un caso raro.
È un fatto che invece la cultura laica italiana si è perlopiù abituata oramai a sposare in modo sostanzialmente acritico tutto ciò che abbia a qualunque titolo il crisma della scienza. Non ne parliamo poi se la novità ha modo di presentarsi come qualcosa che possa rientrare nella sfera di un diritto quale che sia. Una sorta di idolatria della scienza opportunamente insaporita da un libertarismo da cubiste è così divenuto la versione aggiornata e dominante del progressismo e del politicamente corretto nostrani. Invano, da noi, si cercherebbe un Habermas, un Gauchet, un Didier Sicard che animano di dubbi e di domande la discussione in altri Paesi. I fari dello spirito pubblico italiano sono ormai Umberto Veronesi e Piergiorgio Odifreddi. Tutto il resto è silenzio. In questa stupefacente condizione di resa intellettuale ai tempi, non c’è da meravigliarsi se la dimensione religiosa e la Chiesa, rimaste di fatto le sole voci significative a obiettare e a parlare una lingua diversa, raccolgano un’attenzione e un ascolto nuovi da parte di chi pensa che esistano cose ben più importanti della scienza. E che anche per ciò, dunque, esse sembrino assumere contorni di particolare rilievo superiori alla loro effettiva realtà.
Inevitabilmente nel silenzio ogni sussurro sembra un grido. Tutto ciò ha poco a che fare con qualche supposto vuoto di politica e di Stato che caratterizzerebbe l’Italia di oggi, secondo quello che invece mostra di credere Schiavone. Se infatti il punto realmente critico della condizione italiana, come a me pare, è l’assenza da parte della nostra cultura di vera discussione pubblica intorno ai grandi temi del Paese e dell’epoca, nonché l’appiattimento conformistico di quella medesima cultura, ebbene allora una parte non piccola di responsabilità ne porta proprio non già il vuoto, ma l’eccesso di politica, in cui siamo stati fino ad oggi immersi. È stata la crescente, spasmodica, politicizzazione del discorso pubblico, di qualunque discorso pubblico, che ha imprigionato l’intellettualità italiana riducendola oggi, checché se ne dica, a una delle meno vivaci e meno interessanti d’Europa.
Facendone altresì, da sempre, in mille ambiti, e tranne pochissime eccezioni, un’articolazione di fatto del sistema politico e della sua ideologia, e dunque rendendola incapace di alimentare la politica stessa di valori e di punti di vista nuovi. Questo corto circuito politica-cultura viene da lontano. Risale alla nascita stessa dello Stato italiano, alla cui origine vi fu una supplenza decisiva: quella per l’appunto rappresentata dalla necessaria iperpoliticizzazione (allora «rivoluzionaria », ma non solo allora) di alcune minoranze—e tra queste la cultura e gli intellettuali furono come si sa in prima fila — al fine di ovviare ad un vuoto decisivo: l’assenza dell’anima profonda del Paese e del suo consenso generale, l’assenza della nazione. È stata altresì questa iperpoliticizzazione—diciamo così—originaria della compagine statale italiana la responsabile immediata dell’ipertrofia statalista che ci accompagna dal 1861. Per potersi esercitare su una società riluttante e lontana di cos’altro poteva servirsi la politica, infatti, se non dello Stato? Insomma, in un implacabile gioco di rimandi, solo all’apparenza contraddittori, il deficit di Stato nazionale ha reso inevitabile l’ipertrofia dello Stato. Ma di uno Stato che non ha potuto essere, nella sostanza, che uno Stato politico-amministrativo: per giunta quasi sempre monopolio politicamente di una parte e amministrativamente quasi sempre inefficiente.
Tutt’altra cosa cioè dallo Stato della nazione, capace invece di incarnare una dimensione realmente rappresentativa di istanze comuni a tutti i cittadini nonché di un’etica pubblica diffusa. Insomma, appellarsi oggi in astratto, come è tentato di fare Schiavone, allo Stato e alle culture politiche come dimensioni in quanto tali salvifiche — per resistere all’«ondata neoguelfa», così come per qualunque altro scopo — serve solo a nascondere il vero dramma dell’Italia, la quale cela proprio nell’ambito dello Stato e della politica le contraddizioni sempre più paralizzanti della sua storia.
DANIELA segnala questo editoriale di CLAUDIO MAGRIS tratto da CorrieredellaSera.it del 20/01/08:
Il senso del laico - Questo termine non è un sinonimo di ateo o miscredente ma implica rispetto per gli altri e libertà da ogni idolatria
Quando, all’università, con alcuni amici studiavamo tedesco, lingua allora non molto diffusa, e alcuni compagni che l’ignoravano ci chiedevano di insegnar loro qualche dolce parolina romantica con cui attaccar bottone alle ragazze tedesche che venivano in Italia, noi suggerivamo loro un paio di termini tutt’altro che galanti e piuttosto irriferibili, con le immaginabili conseguenze sui loro approcci. Questa goliardata, stupidotta come tutte le goliardate, conteneva in sé il dramma della Torre di Babele: quando gli uomini parlano senza capirsi e credono di dire una cosa usando una parola che ne indica una opposta, nascono equivoci, talora drammatici sino alla violenza. Nel penoso autogol in cui si è risolta la gazzarra contro l’invito del Papa all’università di Roma, l’elemento più pacchiano è stato, per l’ennesima volta, l’uso scorretto, distorto e capovolto del termine «laico», che può giustificare un ennesimo, nel mio caso ripetitivo, tentativo di chiarirne il significato. Laico non vuol dire affatto, come ignorantemente si ripete, l’opposto di credente (o di cattolico) e non indica, di per sé, né un credente né un ateo né un agnostico. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall’adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato. La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura — anche cattolica — se è tale, è sempre laica, così come la logica — di San Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo. Una visione religiosa può muovere l’animo a creare una società più giusta, ma il laico sa che essa non può certo tradursi immediatamente in articoli di legge, come vogliono gli aberranti fondamentalisti di ogni specie. Laico è chi conosce il rapporto ma soprattutto la differenza tra il quinto comandamento, che ingiunge di non ammazzare, e l’articolo del codice penale che punisce l’omicidio. Laico — lo diceva Norberto Bobbio, forse il più grande dei laici italiani — è chi si appassiona ai propri «valori caldi» (amore, amicizia, poesia, fede, generoso progetto politico) ma difende i «valori freddi» (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) che soli permettono a tutti di coltivare i propri valori caldi. Un altro grande laico è stato Arturo Carlo Jemolo, maestro di diritto e libertà, cattolico fervente e religiosissimo, difensore strenuo della distinzione fra Stato e Chiesa e duro avversario dell’inaccettabile finanziamento pubblico alla scuola privata — cattolica, ebraica, islamica o domani magari razzista, se alcuni genitori pretenderanno di educare i loro figli in tale credo delirante. Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili; di non confondere il pensiero e l’autentico sentimento con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi dall’idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato tante volte, anche con feroce violenza, nei secoli e continua talora, anche se più blandamente, ad esserlo) o faziosamente laicista, altrettanto antilaico. I bacchettoni che si scandalizzano dei nudisti sono altrettanto poco laici quanto quei nudisti che, anziché spogliarsi legittimamente per il piacere di prendere il sole, lo fanno con l’enfatica presunzione di battersi contro la repressione, di sentirsi piccoli Galilei davanti all’Inquisizione, mai contenti finché qualche tonto prete non cominci a blaterare contro di loro. Un laico avrebbe diritto di diffidare formalmente la cagnara svoltasi alla Sapienza dal fregiarsi dell’appellativo «laico». È lecito a ciascuno criticare il senato accademico, dire che poteva fare anche scelte migliori: invitare ad esempio il Dalai Lama o Jamaica Kincaid, la grande scrittrice nera di Antigua, ma è al senato, eletto secondo le regole accademiche, che spettava decidere; si possono criticare le sue scelte, come io criticavo le scelte inqualificabili del governo Berlusconi, ma senza pretendere di impedirgliele, visto che purtroppo era stato eletto secondo le regole della democrazia. Si è detto, in un dibattito televisivo, che il Papa non doveva parlare in quanto la Chiesa si affida a un’altra procedura di percorso e di ricerca rispetto a quella della ricerca scientifica, di cui l’università è tempio. Ma non si trattava di istituire una cattedra di Paleontologia cattolica, ovviamente una scemenza perché la paleontologia non è né atea né cattolica o luterana, bensì di ascoltare un discorso, il quale — a seconda del suo livello intellettuale e culturale, che non si poteva giudicare prima di averlo letto o sentito — poteva arricchire di poco, di molto, di moltissimo o di nulla (come tanti discorsi tenuti all’inaugurazione di anni accademici) l’uditorio. Del resto, se si fosse invitato invece il Dalai Lama — contro il quale giustamente nessuno ha né avrebbe sollevato obiezioni, che è giustamente visto con simpatia e stima per le sue opere, alcune delle quali ho letto con grande profitto — anch’egli avrebbe tenuto un discorso ispirato a una logica diversa da quella della ricerca scientifica occidentale. Ma anche a questo proposito il laico sente sorgere qualche dubbio. Così come il Vangelo non è il solo testo religioso dell’umanità, ma ci sono pure il Corano, il Dhammapada buddhista e la Bhagavadgita induista, anche la scienza ha metodologie diverse. C’è la fisica e c’è la letteratura, che è pure oggetto di scienza — Literaturwissenschaft, scienza della letteratura, dicono i tedeschi — e la cui indagine si affida ad altri metodi, non necessariamente meno rigorosi ma diversi; la razionalità che presiede all’interpretazione di una poesia di Leopardi è diversa da quella che regola la dimostrazione di un teorema matematico o l’analisi di un periodo o di un fenomeno storico. E all’università si studiano appunto fisica, letteratura, storia e così via. Anche alcuni grandi filosofi hanno insegnato all’università, proponendo la loro concezione filosofica pure a studenti di altre convinzioni; non per questo è stata loro tolta la parola. Non è il cosa, è il come che fa la musica e anche la libertà e razionalità dell’insegnamento. Ognuno di noi, volente o nolente, anche e soprattutto quando insegna, propone una sua verità, una sua visione delle cose. Come ha scritto un genio laico quale Max Weber, tutto dipende da come presenta la sua verità: è un laico se sa farlo mettendosi in gioco, distinguendo ciò che deriva da dimostrazione o da esperienza verificabile da ciò che è invece solo illazione ancorché convincente, mettendo le carte in tavola, ossia dichiarando a priori le sue convinzioni, scientifiche e filosofiche, affinché gli altri sappiano che forse esse possono influenzare pure inconsciamente la sua ricerca, anche se egli onestamente fa di tutto per evitarlo. Mettere sul tavolo, con questo spirito, un’esperienza e una riflessione teologica può essere un grande arricchimento. Se, invece, si affermano arrogantemente verità date una volta per tutte, si è intolleranti totalitari, clericali.
Non conta se il discorso di Benedetto XVI letto alla Sapienza sia creativo e stimolante oppure rigidamente ingessato oppure — come accade in circostanze ufficiali e retoriche quali le inaugurazioni accademiche — dotto, beneducato e scialbo. So solo che — una volta deciso da chi ne aveva legittimamente la facoltà di invitarlo — un laico poteva anche preferire di andare quel giorno a spasso piuttosto che all’inaugurazione dell’anno accademico (come io ho fatto quasi sempre, ma non per contestare gli oratori), ma non di respingere il discorso prima di ascoltarlo. Nei confronti di Benedetto XVI è scattato infatti un pregiudizio, assai poco scientifico. Si è detto che è inaccettabile l’opposizione della dottrina cattolica alle teorie di Darwin. Sto dalla parte di Darwin (le cui scoperte si pongono su un altro piano rispetto alla fede) e non di chi lo vorrebbe mettere al bando, come tentò un ministro del precedente governo, anche se la contrapposizione fra creazionismo e teoria della selezione non è più posta in termini rozzi e molte voci della Chiesa, in nome di una concezione del creazionismo più credibile e meno mitica, non sono più su quelle posizioni antidarwiniane. Ma Benedetto Croce criticò Darwin in modo molto più grossolano, rifiutando quella che gli pareva una riduzione dello studio dell’umanità alla zoologia e non essendo peraltro in grado, diversamente dalla Chiesa, di offrire una risposta alternativa alle domande sull’origine dell’uomo, pur sapendo che il Pitecantropo era diverso da suo zio filosofo Bertrando Spaventa. Anche alla matematica negava dignità di scienza, definendola «pseudoconcetto». Se l’invitato fosse stato Benedetto Croce, grande filosofo anche se più antiscientista di Benedetto XVI, si sarebbe fatto altrettanto baccano? Perché si fischia il Papa quando nega il matrimonio degli omosessuali e non si fischiano le ambasciate di quei Paesi arabi, filo- o anti-occidentali, in cui si decapitano gli omosessuali e si lapidano le donne incinte fuori dal matrimonio?
In quella trasmissione televisiva Pannella, oltre ad aver infelicemente accostato i professori protestatari della Sapienza ai professori che rifiutarono il giuramento fascista perdendo la cattedra, il posto e lo stipendio, ha fatto una giusta osservazione, denunciando ingerenze della Chiesa e la frequente supina sudditanza da parte dello Stato e degli organi di informazione nei loro riguardi. Se questo è vero, ed in parte è certo vero, è da laici adoperarsi per combattere quest’ingerenza, per dare alle altre confessioni religiose il pieno diritto all’espressione, per respingere ogni invadenza clericale, insomma per dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, principio laico che, come è noto, è proclamato nel Vangelo.
Ma questa doverosa battaglia per la laicità dello Stato non autorizza l’intolleranza in altra sede, come è accaduto alla Sapienza; se il mio vicino fa schiamazzi notturni, posso denunciarlo, ma non ammaccargli per rivalsa l’automobile. Una cosa, in tutta questa vicenda balorda, è preoccupante per chi teme la regressione politica del Paese, i rigurgiti clericali e il possibile ritorno del devastante governo precedente. È preoccupante vedere come persone e forze che si dicono e certo si sentono sinceramente democratiche e dovrebbero dunque razionalmente operare tenendo presente la gravità della situazione politica e il pericolo di una regressione, sembrano colte da una febbre autodistruttiva, da un’allegra irresponsabilità, da una spensierata vocazione a una disastrosa sconfitta.
FELICE segnala questo articolo di MASSIMO A. ALBERIZZI tratto dal Corriere della Sera del 20/01/08:
Banconote da 10 milioni, Zimbabwe al collasso - «Inflazione al 150 mila per cento». E nei supermercati i prezzi salgono lungo il tragitto dallo scaffale alla cassa
HARARE (Zimbabwe) - Tutti milionari in Zimbabwe. Da venerdì la banca centrale del Paese ha messo in circolazione tre nuove banconote: 10 milioni di zim dollars, i dollari locali, la più alta al mondo, 5 milioni e un milione. Un record, ma solo nominale. Infatti il valore reale è di 3,3 euro circa. Così è stato risolto un grande problema: ora non si deve più uscire di casa con la valigia carica di banconote per andare a fare la spesa. Finora il taglio più grosso era da 200 mila. Una vera fatica entrare in un ristorante e alla fine della cena pagare un conto di 53 milioni con quei biglietti. Significava posare il malloppo sul tavolo e mettersi a contare le banconote sotto lo sguardo divertito e sorridente del cameriere, costretto poi a ricontare il tutto per evitare errori.
Usando la carta di credito quel conto sarebbe stato sottoposto al cambio ufficiale (1 dollaro americano, 30 mila zim) e quei 53 milioni di zim sarebbero diventati 1766 dollari, cioè 1261 euro. Un po’ cara quella cena. La stessa Rebecca, che ad Harare, la capitale dello Zimbabwe, ti accoglie alla reception dell’”Hotel Meikles”, una volta uno dei più prestigiosi di tutta l’Africa, mi mette in guardia:”Paga con carta di credito solo il soggiorno, perché è già espresso in dollari. Per il resto usa contanti, altrimenti sei fregato”, invita divertita. E così la cena da 53 milioni, grazie al cambio nero (1 dollaro un milione e mezzo di zim) viene a costare 35 dollari. Un sollievo. Lo Zimbabwe, una volta il Paese dell’Africa nera più sviluppato dopo il Sudafrica, sta precipitando nel baratro. Inflazione alle stelle. Un documento del Fondo Monetario Internazionale parla del 150 mila per cento, lo stesso tasso raggiunto in Germania dalla Repubblica di Weimar negli anni ‘20 dello scorso secolo. Un dollaro che al mercato nero un anno fa valeva 3 mila zim, oggi vale 5 milioni.
La disoccupazione è all’80 per cento, i generi alimentari di prima necessità (pane, latte, uova) sono introvabili, i salari perdono in continuazione di valore e, ovviamente, i prezzi volano. Chi fa la spesa in un supermercato deve correre. Se prende su uno scaffale una bottiglia di birra per un euro e mezzo, quando arriva alla cassa, se non si sbriga, la paga almeno 1,7. E deve nascondere il disappunto. In quello che era considerato il granaio di tutta l’Africa, ora si muore di fame. Al supermercato “Spar” di Victoria Falls gli scaffali sono desolatamente vuoti. ”Non si trova più neanche il latte per i bambini e non c’è sapone” racconta Charles, uno dei numerosi autisti che porta in giro i rari turisti attratti da una delle meraviglie del mondo, le cascate Vittoria sullo Zambesi. Ovvio che anche la benzina scarseggi e viene venduta al mercato nero al doppio o al triplo del prezzo ufficiale, 80 centesimi di euro. In compenso gli scaffali di alcolici, dalla vodka al whisky, dalla birra al vino sono stracolmi. “Vengono prodotti qui -spiega Rick, uno dei commessi che alla “Spar” bighellona tra i corridoi per controllare i rari clienti - Infatti sul meraviglioso ponte costruito alla fine dell’800 sulle gole dello Zambesi, attraverso il quale si passa il confine con lo Zambia e sotto cui scivola l’acqua dopo le cascate, si incontrano decine di persone alla guida di carretti carichi di casse di liquori”. ”Di là - spiega Mary, una donna nerboruta che trascina due enormi borse piene di bottiglie – l’alcool costa molto e così glielo portiamo noi a prezzi più limitati”. E voi cosa portate in Zimbabwe? La risposta è secca, dura e anche un po’ polemica: “Pane”.
Il vecchio dittatore Robert Mugabe, 83 anni al potere da 27, non vuole ficcanaso e così, per entrare nel Paese, i giornalisti sono costretti a mentire le proprie spoglie e ad entrare con un visto turistico. Nel giugno scorso il governo ha deciso di bloccare i prezzi. Per il bene della popolazione? “No di certo - spiega Nelson, il commesso di una catena di grandi magazzini sudafricana - Un bel giorno sono entrati i funzionari e hanno guardato sugli scaffali. Quanto costano queste scarpe? 10 milioni? Mettete la targhetta un milione. Subito dopo sono arrivati i loro amici, parenti e famiglie e hanno spazzato via tutto con quei prezzi ridotti a niente. Ho venduto un televisore da 80 milioni di zim dollars per due milioni”. In questo panorama desolante i quotidiani, controllati dallo Stato, hanno titoli grotteschi: Tutto va bene, Il paese sta uscendo dalla crisi, Distribuiti trattori e sementi ai contadini: rifiorisce la produzione. Non raccontano che chi ha ricevuto i doni se li è andati subito a rivendere. I semi produrranno più in là. “Noi dobbiamo mangiare ora”, si sfoga Martha, un figlio tenuto per mano e l’altro attaccato sulla schiena. Rincara la dose Sam Levy, commesso in un centro commerciale. “Con il mio stipendio, che è buono, non riesco ad arrivare alla fine del mese. Non pago l’affitto dall’anno scorso, ma il padrone di casa non mi butta fuori”.
Nelle banche non c’è denaro, nessuno infatti vuol depositare. Davanti agli istituti di credito file di clienti sono in attesa che qualcuno depositi per poter ritirare. Dove finiscono i contanti nessuno lo sa bene. Certo è che in giro non ce ne sono. Tony Hawkins, professore di economia all’Università di Harare, spiega che proprio la mancanza di contanti ha costretto il governo a lanciare i tagli altissimi. “Attenzione - fa notare mostrando un biglietto - non sono banconote, ma assegni al portatore, con una scadenza ben precisa. Il governo non fa niente per fermare l’inflazione; nessun provvedimento strutturale. Continua solo a stampare denaro”.
La catastrofe è cominciata quando il governo ha deciso di ridistribuire le ricche terre di proprietà dei coloni bianchi ai neri. Un provvedimento che era stato concordato con la Gran Bretagna al momento della decolonizzazione. Londra doveva pagare i risarcimenti. Cosa che ha fatto fino a un certo punto. Quando Tony Blair, allora premier, si è accorto che le terre non andavano ai contadini ma ai dignitari del regime, ai dirigenti del partito di Robert Mugabe, lo Zanu-pf (Zimbabwe African National Union Patriotic Front), ai militari, ai veterani della guerra contro il regime dei colonialisti bianchi e, insomma, a un pugno di amici, tutta gente che non sapeva cosa fosse una zappa o un aratro, ha denunciato l’accordo e ha detto: Non pago più. Mugabe ha reagito con gli espropri forzati, ma i nuovi padroni non hanno saputo far fruttare le terre: il Paese è così collassato. Si pensi solo che i capi di bestiame nel 2000 erano 4 milioni: oggi sono ridotti a 80 mila. Un vero disastro di cui, finora non si vede la fine.
Attenzione. Quando leggerete quest’articolo l’inflazione avrà già fatto lievitare i tassi e, quindi, tutte le cifre espresse qui sopra andrebbero ricalcolate.
FELICE segnala questo articolo di GIAN ANTONIO STELLA tratto dal Corriere della Sera del 18/01/08:
Sanità e tessere, così fan tutti
Dalle intercettazioni su Mastella la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità
«Cercasi radiologo targato Ds». «AAA. Cercasi pediatra vicino An». «AAA. Cercasi neurochirurgo convintamente Udc». Dovrebbero avere l’onestà di pubblicare annunci così, i partiti: sarebbero più trasparenti. Perché questo emerge dalle intercettazioni della «Mastella Dynasty»: la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità. Padiglione per padiglione, reparto per reparto, corsia per corsia. A donna Alessandrina, che oltre a preparare cicatielli con ragù di tracchiole si diletta di spartizione di poltrone, sarebbero servite «due cortesie: una in Neurochirurgia e una in Cardiologia». Il marito invece, a sentire lo sfogo telefonico del consuocero Carlo Camilleri, si sarebbe arrabbiato assai per «l’incarico di primario a ginecologia al fratello di Mino Izzo… Ma ti pare… Proprio il fratello di uno di Forza Italia che è di Benevento ed è contro di me… Ma non teniamo un altro ginecologo a cui dare questo incarico?». Vi chiederete: che se ne fa Clemente d’un ginecologo «suo»? E poi, con nove milioni di processi pendenti e i tagli folli ai bilanci dei tribunali e i giudici che si portano la carta igienica da casa, come faceva il ministro della Giustizia a trovare il tempo di occuparsi della bottega clientelare?
Ecco il punto: è in corso da anni, ma diventa sempre più combattuto e feroce, un vero e proprio assalto dei segretari, dei padroni delle tessere, dei capicorrente al mondo della sanità. Visto come un territorio dove distribuire piaceri per raccogliere consensi. Vale per il Sud, vale per il Nord. Per le regioni d’un colore o di un altro. Nella Vibo Valentia in mano al centrosinistra ardono le polemiche sulla decisione di distribuire 40 primariati (di cui 38 a compaesani vibonesi: evviva l’apertura alle intelligenze mondiali), 85 «primariati junior» e 153 bollini d’«alta specializzazione» in coincidenza con le primarie del Pd e il consolidamento del Partito Democratico Meridionale di Loiero, capace di folgorare un uomo noto in città come il primario del 118 Antonio Talesa, prima con An. Nel Veneto divampano quelle sull’«arroganza» (parola del capogruppo leghista in Regione Franco Manzato) di Giancarlo Galan. Il quale è messo in croce da un paio di settimane dai suoi stessi alleati del centro-destra per le nomine dei direttori generali nelle Asl. «Poltrone per la Lega, una. Per An, zero. Per l’Udc, zero. Per i fedelissimi del presidente, tutte le altre», ha riassunto un giornale non sinistrorso come Libero. «Un sistema feudale», secondo Raffaele Zanon, di An. In pratica, accusa Stefano Biasioli, il segretario della Cimo, la più antica delle sigle sindacali dei medici ospedalieri, additata come vicina ai moderati, «Galan ha nominato 23 fedelissimi su 24 direttori. Tranne che a Bussolengo (lì ha dovuto cederne uno al sindaco di Verona Tosi) sono tutti suoi. Di Forza Italia…».
Ma non diverse sono le accuse, a parti rovesciate, contro la gestione delle Asl «unioniste» toscane, umbre, emiliano-romagnole, «solo che lì il “partito” è così forte che se ne stanno tutti quieti e zitti», rincara Biasioli. Per non dire dei veleni intorno alla distribuzione di cariche nella sanità campana, cuore delle inchieste di oggi. O degli scontri interni alla destra per l’accaparramento dei posti in Sicilia, dove su tutti svetta l’Udc di Totò Cuffaro. Il quale non casualmente è un medico in una terra in cui i medici (compresi quelli legati alla mafia come Michele Navarra o più recentemente Giuseppe Guttadauro) hanno sempre pesato tantissimo. Quanto questo peso sia attuale si è visto, del resto, alle ultime comunali di Messina. Quando tra i candidati c’erano almeno 111 medici. In buona parte ospedalieri. Tra i quali, in particolare, una ventina del «Papardo», la più importante struttura peloritana: il primario di oculistica e quello del laboratorio analisi, il primario di medicina e quello di neurologia, il primario di pneumologia e quelli di chirurgia vascolare, cardiologia, rianimazione. Quasi tutti schierati con An. E indovinate a che partito apparteneva il direttore generale? Esatto: An. «Li hanno militarizzati tutti», accusò indignato Nunzio Romeo, il candidato del Mpa. Peccato che lui stesso fosse medico e presidente dell’Ordine dei Medici e guidasse a nome del medico Raffaele Lombardo una lista con 41 medici.
Pietro Marrazzo, il governatore del Lazio, dice che basta, per quanto lo riguarda è ora di finirla: «Se vogliamo marcare una svolta di sistema io ci sto. Sono qui. Disposto a rinunciare già domani mattina alla facoltà di nominare i direttori generali». Ma quanti colleghi lo seguirebbero? E cosa direbbero i partiti che sostengono la sua giunta all’idea di rinunciare alla possibilità di incidere su un settore chiave come questo? E’ una tentazione comune a tutti, accusa Carlo Lusenti, segretario dell’Anao: «Se non sempre, la politica mette il naso 9 volte su 10. Per carità, non c’è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati… Però…». «E’ un’intrusione massiccia. Capillare», conferma Biasioli, presidente della Società ligure di chirurgia Edoardo Berti Riboli: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata». Capita nell’«azzurra» Lombardia dove la stessa Padania scatenò due anni fa una campagna contro «lo strapotere di Comunione e Liberazione negli ospedali regionali». Arrivando a pubblicare un elenco di «primari ciellini» e un’indimenticabile lettera di Raffaele Pugliese. Lettera in cui il primario del Niguarda ricordava ai «suoi» pazienti quanto fosse fantastica la sanità lombarda. Quindi? «Mi permetto di suggerirLe di sostenere la rielezione dell’attuale presidente della giunta regionale Roberto Formigoni». E torniamo al tema: alcuni saranno bravi, altri geniali, altri straordinari. Ma perché dovremmo affidare la nostra pelle a un medico scelto per la tessera? E se il «mio» chirurgo fosse un fedelissimo trombone?
FELICE segnala questo articolo di MARCO TRAVAGLIO tratto da L’Unità del 18/01/08:
Più che mazzette, scambio di favori. E il bottino dei «corsari» campani
Soltanto in un paese marcio e mitridatizzato dalle fondamenta qualcuno può accogliere l’ordinanza dei giudici di Santa Maria Capua Vetere su Mastella & famiglia con alzate di spalle, «Così fan tutti», «Embè, dove sta il reato?». Passi per Mastella e per la sua corte, passi per il suo avvocato il quale teorizza addirittura che il compito della politica è occupare tutto l’occupabile: imputati e difensori si difendono come possono, hanno persino (almeno in Italia) il diritto di mentire. Ma che pure persone non coinvolte nell’affare liquidino i fatti narrati nell’ordinanza come ordinaria amministrazione rientrante nella «discrezionalità della politica» senza che la magistratura possa mettervi becco, lascia di stucco.
È vero, il clamore suscitato dall’inchiesta faceva pensare a elementi ancor più gravi (in quel caso il gip avrebbe usato la galera, non i domiciliari): ma solo l’assuefazione al peggio può far dire che non c’è nulla di «penalmente rilevante». Mastella ripete di non aver «mai preso tangenti in vita mia», come se questo bastasse a metterlo al riparo dal codice penale.
In realtà esistono, nel codice, svariati reati che non richiedono passaggi di denaro. Le mazzette, nel «sistema» denunciato in Campania, sono superflue: è tutto uno scambio di favori «in natura». Io ti mando in quel posto e ti lascio licenza di rubare: un po’ come i corsari di sir Francis Drake, autorizzati dalla Regina a tenersi il bottino. Insomma un conto sono le esigenze cautelari, giudicate in un modo dal Gip e suscettibili di diversa analisi al Riesame e in Cassazione, un altro la rilevanza penale. L’ordinanza parla di «concorsi pubblici vinti non dai candidati meritevoli, ma esclusivamente da quelli sponsorizzati da Camilleri (Carlo, imprenditore, consuocero di Mastella e presidente dell’Autorità di bacino del Sele, ndr) e dal suo partito», con «falsificazione delle graduatorie». Se la cosa fosse provata, sarebbe abuso d’ufficio, il reato di chi viola leggi o regolamenti per procurare ad altri ingiusto danno o vantaggio.
Nel sistema sannita le tangenti non servono. È tutto uno scambio di favori tra amministratori
Il gip parla di cause «aggiustate» al Tar e al Consiglio di Stato, tramite giudici compiacenti: pure questo, se provato, è reato. La giustizia, anche amministrativa, dev’essere uguale per tutti. Anche per i non-Udeur.
L’ordinanza racconta di primari «nominati dai direttori generali dell’Asl non in base a capacità professionali, ma di indicazioni fomite da esponenti Udeur» («noi non teniamo un ginecologo?», domanda il ministro quando viene nominato il fratello di un forzista). Idem per le nomine di 11 direttori dei parchi e di 5 collaboratori fissi dell’Arpac. Se è così, anche questi sono abusi d’ufficio; leggi e regolamenti stabiliscono che, per fare il primario (o altra funzione pubblica) occorrono requisiti precisi, cioè competenze professionali, dalle quali parrebbe esclusa la tessera dell’Udeur. Il direttore pressato dai Mastella, Luigi Annunziata, spiega che «l’ospedale già sta male e le persone che stanno intorno a Clemente sono tutti peggio di me» e lui non può abbassare ancora il livello dei primari sistemando il neurochirurgo della signora Mastella, «uno sconosciuto che tiene 56 anni».
A Cerreto Sannita, Mastella reclama l’assessorato ai lavori pubblici e, per far pressione sul sindaco, incarica - secondo l’accusa - i suoi uomini in Regione per chiudere il rubinetto dei finanziamenti al piano d’insediamento produttivo nel comune. Se è così, questa potrebbe essere concussione: il reato del pubblico ufficiale che abusa della sua qualità o funzione per costringere o indurre qualcuno a dargli o promettergli «denaro o altra utilità» (un posto chiave, per esempio).
Ma c’è una complicazione, tutta italiana: la giurisprudenza nostrana ha stabilito che, se la contropartita ottenuta dal pubblico ufficiale con le sue minacce è un provvedimento votato in consiglio regionale, i consiglieri che l’han votato non sono punibili (come i parlamentari, immuni per i «voti dati»: una giurisprudenza «domestica» che contrasta con la Convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa, che punisce anche chi vota in un certo modo in cambio di soldi o di favori).
Se invece la contropartita non è frutto di un voto in Regione, ma di una normale azione amministrativa, allora il discorso cambia: se i finanziamenti a Cerreto erano fissati per legge e sono stati bloccati in attesa della nomina dell’assessore, chi li ha bloccati può aver commesso abuso d’ufficio, od omissione di atti d’ufficio, o concussione in caso di minacce.
Più arduo sarà dimostrare la concussione di Mastella ai danni di Bassolino: ti boicotto la giunta se non nomini chi voglio io allo Iacp di Benevento. Il boicottaggio della giunta sarebbe avvenuto tramite assessori e consiglieri che gli votavano contro o disertavano le sedute, cioè con attività che - almeno in Italia - sono ritenute insindacabili, cioè immuni. Se però fosse provato che, per premere, fu addirittura sciolto indebitamente l’Asl di Benevento per far designare a commissario un fan di Mastella, l’abuso e la concussione sarebbero teoricamente configurabili.
Ps. Tutto ciò avveniva nel Casertano, la provincia più avvelenata dall’emergenza rifiuti. Ma non risultano telefonate di Mastella & C. per minacciare qualcuno affinchè rimuovesse il pattume (eppure l’Udeur ha l’assessore regionale all’Ambiente). Tutto rientrava nella «discrezionalità della politica», tranne la monnezza.
DANIELA segnala questo commento di EZIO MAURO tratto da Repubblica.it del 16/01/08:
Un’idea malata
SARA’ un giorno che ricorderemo negli anni, il giorno in cui il Papa non parlò all’Università italiana per la contestazione dei professori e la ribellione degli studenti. Una data spartiacque per i rapporti tra chi crede e chi non crede, tra la fede e la laicità, persino tra lo Stato e la Chiesa. Fino a ieri, questo era un Paese tollerante, dove la forte impronta religiosa, culturale, sociale e politica del cattolicesimo coesisteva con opinioni, pratiche, culture e fedi diverse, garantite dall’autonomia dello Stato repubblicano, secondo la regola della Costituzione.
Qualcosa si è rotto, drammaticamente, sotto gli occhi del mondo. Il Papa deve correggere la sua agenda e cambiare i suoi programmi, per non affrontare la contestazione annunciata di un’Università che lo aveva invitato con il rettore e il senato accademico, ma lo rifiutava con una parte importante di docenti e studenti. Il risultato è un cortocircuito culturale e politico d’impatto mondiale, che si può riassumere in poche parole: il Papa, che è anche vescovo di Roma, non può parlare all’Università della sua città, in questa Italia mediocre del 2008.
Questo risultato, che sa di censura, di rifiuto del dialogo e del confronto, è inaccettabile per un Paese democratico e per tutti coloro che credono nella libertà delle idee e della loro espressione. È tanto più inaccettabile che avvenga in un’Università, anzi nella più importante Università pubblica d’Italia, il luogo della ricerca, del confronto culturale e del sapere, un luogo che di per sé non deve avere barriere né pregiudizi, visto che non predica la Verità ma la scienza e la conoscenza. È come se la Sapienza rinunciasse alla sua missione e ai suoi doveri, chiudendosi in un rifiuto che è insieme un gesto di intolleranza e di paura.
Sbagliata l’occasione, puerili le proteste e le aggressioni, profondamente inadeguate le reazioni. Sbagliata l’occasione: l’inaugurazione solenne non è, in Italia e nell’università di Stato, un momento di severo bilancio dello stato di avanzamento delle conoscenze, un resoconto di ciò che ricercatori e istituzioni hanno fatto per progredire, un richiamo alle leggi sostanziali che sole governano la possibilità di ricercare e di conoscere ciò che non si sa.
Questo accade in altri luoghi; bisogna leggere il report annuale del Mit per avere un’idea della severità della scienza, non certo i documenti elaborati dalle nostre corporazioni accademiche sempre più immiserite e incanaglite.
L’inaugurazione è solo un momento di teatro, un rito di magniloquenza arcaica, di toghe e di ermellini e di alte uniformi, che si presta come pochi alla parodia e allo sberleffo (Totò lo sapeva bene). Un rito che passa per lo più inosservato - a parte gli intasamenti nel traffico e la noia di chi deve parteciparvi d’ufficio - in un paese dove molto si inaugura e poco si costruisce. Si taglia un nastro, si pronunziano parole solenni e poi le autorità se ne vanno e tutto resta come prima: ospedali, strade, ponti e certo anche i promessi istituti di “alta” ricerca, che fioriscono in luoghi diversi a seconda del ministro di turno.
Nelle università statali italiane di cui La Sapienza è sicuramente la più grande e la più nota la solennità del rito si misura dalle autorità che vi intervengono prima e più che dalle sonanti parole e dalle moralità alte che vi si predicano. E allora perché invitare il Papa? Tutti i giorni, spesso più volte al giorno, la parola del Papa è diffusa da tutte le televisioni italiane con una assiduità che non conosce l’eguale nel mondo. E perché non invitarlo? Gli si fa carico di una frase?
Dunque l’Università o una parte di essa si propone oggi come l’istituzione che ha il diritto di togliere la parola, di censurare un’opinione. Ma questo non è certo un risarcimento a Galileo, non è la vendetta postuma - a quanta distanza - del processo del 1632. E un rovesciamento grottesco dei ruoli grazie al quale l’erede dei giudici che allora imposero il silenzio allo scienziato fiorentino potrebbe - potrà - presentarsi da oggi col segno del martirio, come vittima dell’odiosa censura.
Ed è un vero peccato - nel senso banale della parola, beninteso - che nessuno degli attori, nemmeno il Papa, si sia dimostrato capace di andare al di là del canovaccio prevedibile. Perché rifiutarsi all’incontro? Perché non cogliere l’occasione di trasformare finalmente la seriosa noiosità delle inaugurazioni in una vera esperienza di comunicazione, di discussione, di parola libera e liberatrice in cui ciascuno si mette davvero in gioco abbandonando l’ingessata sicurezza della parola solenne e senza interlocutori? Qualcuno ricorderà il comizio di Lama: altri tempi, altri uomini. E non vogliamo comizi. Piuttosto, sarebbe bello se il mondo accademico italiano e tutte le autorità italiche imparassero il gusto dell’ironia, dell’amabile e graffiante intelligenza di chi ha veramente qualcosa da dire e cerca di dirlo pienamente.
Ora, alla contestazione è seguito il rifiuto. Sfrutterà il Papa quest’occasione di una specie di Porta Pia a rovescio? Ci auguriamo che nel suo animo di professore abituato alle vicende universitarie il senso della maestà offesa non prevalga sulla saggezza dello studioso e dell’insegnante obbligato al dovere di parlare, di ascoltare, di capire gli altri, di aprire le porte del dialogo per dare speranza di futuro alla specie umana in un pianeta a rischio.
Ma, se non lui, altri si occuperanno sicuramente di sfruttare questa censura e di amplificarla allo scopo di rendere ancor più salato il conto da presentare alle impaurite compagini governative, agli scalpitanti candidati alla successione del governo in carica. Tutto questo è anche, inevitabilmente, ridicolo, ma è vietato riderne: è, purtroppo, tragico, Appartiene al ciclo dell’implosione italica che dura da troppo tempo e non accenna ad arrestarsi.
Condividiamo tutto il senso di umiliazione di Vittorio Foa, che trova intollerabile, incomprensibile, stupefacente l’immagine di un’”Italia debole e infragilita” vista con uno sguardo che viene da lontano. Ma Foa sa bene che oggi l’arroganza dell’aggressione clericale viene dai pulpiti più imprevedibilmente: “laici” ne abbiamo un esempio nel rotolare di una parola - “moratoria” - dai seggi dell’Onu agli ambulatori ospedalieri una parola che rotolando muta di significato: significava sospensione della pena di morte, oggi diventa moratoria di quella legge 194, che fu a suo tempo esattamente una moratoria: quella della sentenza capitale incombente sull’aborto clandestino.
Dunque, moratoria della moratoria, sospensione della sospensione. Da chi verrà una parola di chiarezza, di conoscenza libera da bandiere e paraocchi, se le università che dovrebbero praticare l’unica ricerca degna di questo nome - la conoscenza di ciò che ci è oscuro e che ancora non sappiamo, una conoscenza quindi che non è né laica né ecclesiastica ma è solo e soprattutto fatta di libertà intellettuale anche dai propri presupposti del ricercatore - se queste università si abbandonano al gioco infantile del fare dispetti ai potenti, se le forze politiche non si decidono a dare alla scuola e all’università italiana i mezzi e gli strumenti per risalire la china della barbarie in cui vengono fatte precipitare da anni? Eppure questo, solo questo sarebbe un bel modo per celebrare coi fatti la memoria di Galileo Galilei.
DANILO segnala questo articolo tratto da Ansa.it del 16/01/08 e giustifica così la sua scelta:”Credo che quest’articolo dell’Ansa ci mostri in maniera analitica la situazione creatasi per la visita del Papa a La Sapienza. L’Ansa si dimostra come al solito ottimo strumento di informazione anche su argomenti di facile fucina per strumentalizzazioni o allarmismi ed il tipo di linguaggio usato dalle agenzie costituisce un buon antidoto al giornalismo trash”.
Papa – Sapienza, Appello di Ruini per manifestazione a San Pietro
Papa Benedetto XVI, dopo la rinuncia ieri a recarsi alla Sapienza, ha ricevuto oggi in Aula Nervi gli applausi e l’affetto dei suoi fedeli. Intanto il cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, ha indetto per domenica 20 gennaio una manifestazione di solidarietà in piazza San Pietro, a cui ha invitato tutti i cittadini romani. Già le adesioni sono cominciare ad arrivare da gruppi e associazioni cattoliche. Durante l’udienza generale di stamane, tra alcune migliaia di persone applaudenti e in piedi all’ingresso di Ratzinger, un gruppo di una trentina di studenti di Cl ha innalzato uno striscione con la scritta “Comunione e Liberazione-Universitari La Sapienza” e ha gridato più volte “Libertà, libertà”. Il Papa, con il sorriso sulle labbra ma il viso tirato, li ha salutati con un cenno della mano e poi, al termine dell’incontro pubblico ha stretto la mano ad alcuni di loro. In molti, tra i presenti ammessi al baciamano personale di onore, gli hanno espresso affetto e vicinanza.
Benedetto XVI non ha però fatto alcun accenno nel discorso pubblico, dedicato peraltro a Sant’Agostino, alla sua decisione di rinunciare a presenziare all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Ateneo romano, dopo le contestazioni di un gruppo di docenti e di studenti. Si è trattato di una vicenda “che colpisce dolorosamente tutta la nostra città”, ha commentato invece il card. Ruini, in una nota diffusa oggi. “La Chiesa di Roma esprime la sua filiale e totale vicinanza al proprio vescovo , il Papa, e dà voce a quell’amore, a quella fiducia, a quell’ammirazione e gratitudine per Benedetto XVI che è nel cuore del popolo di Roma”, ha aggiunto il porporato.
“Per consentire a tutti di manifestare questi sentimenti - ha annunciato - invito i fedeli, ma anche tutti i romani, ad essere presenti in piazza San Pietro per la recita dell’Angelus di domenica prossima 20 gennaio. Sarà un gesto di affetto e di serenità, sarà espressione della gioia che proviamo nell’avere Benedetto XVI come nostro Vescovo e come nostro Papa”. E se mons. Rino Fisichella, rettore Lateranense, in un’intervista al Corriere della Sera, parla di “un oltraggio al Papa, un atto di intolleranza che non si immaginava possibile nella Roma di oggi”, il quotidiano ‘Avvenire’ , nel suo editoriale, si sofferma sulla faccia positiva della medaglia:con la sua rinuncia, il Papa ha in definitiva sconfitto quel “tribunale dell’intolleranza” che altro non è - si legge nell’articolo del giornale di proprietà della Cei - che un’espressione della “sottile astuzia del male”. Tuttavia, osserva Avvenire , la vicenda resta un “fatto grave”, che “non fa onore all’Italia” e che ” rischia d far regredire” il confronto civile e ideale nel Paese.
LUIGI segnala questo articolo di CRISTIANA ZAGARIA tratto da Repubblica del 14/01/08 e giustifica così la sua scelta:”Ho scelto questo articolo perché, nonostante sia breve, attraverso una serie di aggettivi, apposizioni, punteggiatura giusta, la giornalista ci fa proprio vedere cosa sta accadendo”.
A Caserta con i soldati-spazzini. “Grazie, siete venuti a liberarci”
Caserta - Fari accesi e motori al minimo. Una colonna di cinquanta mezzi militari esce dalla caserma Amico. Camion, ruspe, jeep invadono le strade di Caserta. Sono le nove del mattino. Ha appeno smesso di piovere. La città si blocca. Rimane a guardare. Scende in campo l’esercito per la raccolta dei rifiuti…
I bestioni d’acciaio con i colori della guerra, le fiancate corazzate, le ruote cingolate, il rumore ritmico di sirene fanno manovra tra i negozi, il centro storico. Richiamano scenari lontani e inquietanti gli uomini con gli occhiali da sole, le tute mimetiche, le maschere bianche sul volto. Ma appena le ruspe cominciano a triturare, raccolgiere, sversare le montagne di sacchi della spazzatura che invadono le strade, la tensione si allenta. La città reagisce. Accanto ai militari, per strada, scendono centinaia di cittadini. “Scusate se dovete fare questo per noi” dice una donna in bicicletta. “Grazie” ripetono in molti. I bar aperti offrono acqua ai soldati. Un’azienda offre a tutti spremuta d’arancia. E a decine aiutano i militari. “Sono venuti a liberarci. Io sono con loro” dice Francesco Aglione…
MIRKO segnala questo articolo tratto da Repubblica.it dell’11/01/08, sottolineando come il pezzo sia scritto in maniera asciutta ma allo stesso tempo molto esauriente.
Rifiuti, alta tensione a Cagliari e spazzatura nel giardino di Soru - Notte di tregua nel quartiere napoletano di Pianura, non si ferma la mobilitazione contro la riapertura della discarica
ROMA - Nottata di forte tensione a Cagliari: decine di cassonetti sono stati dati alle fiamme e il giardino della villa del presidente della Regione sarda, Renato Soru, è stato cosparso di sacchetti della spazzatura, dopo che ieri nella zona del porto industriale ci sono state cariche delle forze dell’ordine, tafferugli, lancio di pietre e petardi da parte dei manifestanti che protestavano contro lo sbarco di 22 camion con rifiuti giunti da Napoli. E’ stata invece una notte di tregua nel quartiere napoletano di Pianura, anche se la protesta contro la riapertura della discarica continua. Ieri sera è intervenuto l’esercito per sgombrare l’ingresso di una scuola ad Afragola, mentre altri istituti nel Napoletano continuano ad essere circondati da cumuli di rifiuti e rimarranno chiusi anche oggi.
Cagliari, la protesta del sindaco. Gli scontri sono proseguiti fino alla tarda serata. Sono stati 45 i manifestanti identificati da carabinieri e polizia, la maggior parte denunciata per resistenza a pubblico ufficiale. Proprio mentre nel porto la tensione raggiungeva l’apice, il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, si è rivolto al ministro dell’Interno, Giuliano Amato, chiedendo di mediare perché “non si può assistere alle cariche della polizia ogni volta che arriva una nave con rifiuti in Sardegna”. Floris ha aggiunto che il ministro gli ha preannunciato che prenderà provvedimenti e si impegnerà a far sì che le istituzioni locali siano contattate direttamente dal commissario Gianni De Gennaro. Commentando la notte di disordini il sindaco ha parlato di “disinformazione totale”. Ieri sera, ha raccontato Floris, “sono stato al porto Canale e ho visto decine di persone manifestare in maniera assolutamente civile, senza nessun tentativo nè di rissa nè di violenza nei confronti delle forze dell’ordine che, al contrario, hanno reagito in maniera molto più dura”.
Camion scaricati a destinazione. Dopo le proteste nel porto di Cagliari i 22 camion carichi di rifiuti campani sbarcati poco dopo le 23 hanno raggiunto a tarda notte l’inceneritore di Macchiareddu, nella zona industriale del capoluogo. Solo le cariche delle forze dell’ordine contro i manifestanti hanno consentito, poco prima di mezzanotte, alla carovana di mezzi della spazzatura di varcare il cancello del porto per dirigersi nell’impianto del Tecnocasic, a poco più di dieci chilometri da Cagliari, dove si è conclusa regolarmente l’operazione di scarico di 500 tonnellate di rifiuti.
Tregua a Pianura. Una trentina di persone è rimasta tutta la notte a guardia del presidio in contrada Pisani, osservati a distanza dalle forze dell’ordine presenti con una decina di mezzi alla rotonda Russolillo. Tutto tranquillo anche in via Campana, ai confini con il vicino comune di Pozzuoli. Anche lo scenario intorno sembra volgere alla normalità: le strade del quartiere vengono lentamente ripulite e la viabilità è tornata quasi del tutto regolare. Solo una ventina gli interventi dei vigili del fuoco effettuati nella notte per spegnere i roghi appiccati ai cumuli di rifiuti, soprattutto al centro di Napoli, nell’area flegrea e in quella a nord del capoluogo.
Intanto sono già una sessantina i mezzi dell’esercito e circa cento i militari giunti da varie parti d’Italia a Caserta, sede del quartier generale della Brigata Garibaldi, per contribuire a risolvere l’emergenza rifiuti in Campania. Ieri sera sono già intervenuti per liberare dalla spazzatura l’ingresso di una scuola elementare e materna di Afragola. In diversi comuni del Napoletano, Melito, Torre Annunziata, Cercola e Boscoreale, oggi le scuole rimarranno chiuse causa rifiuti.
ENRICA segnala questo articolo tratto da CorrieredellaSera.it del 10/01/08, con il seguente commento:”Probabilmente la presa di coscienza del presidente Usa del male che nasce dalla imposizione del potere, di un pensiero, di un regime, lasciano qualche margine di speranza che le cose cambino veramente, la pace, la convivenza civile tra i popoli. Purtroppo queste restano solo parole, che spero non si trasformino in pura demagogia, perchè i fatti sono altri”.
Bush in lacrime al museo dell’Olocausto - «Questo luogo sarà da ammonimento che il male esiste e che bisogna resistergli»
GERUSALEMME - Lacrime sul volto di Bush davanti al memoriale della Shoah a Gerusalemme. Con una visita molto commossa al memoriale del’Olocausto di Yad Vashem è iniziata l’ultima giornata della prima missione ufficiale di George W. Bush in Israele. Ad accompagnarlo il presidente israeliano Shimon Peres, il primo ministro Ehud Olmert, dal presidente di Yad Vashem Tommy Lapid e i due responsabili degli esteri Condoleezza Rice e Tzipi Livni.
«RESISTERE AL MALE» - Con in testa una kippah, il presidente americano ha ascoltato commosso una poesia scritta da Hanna Senech, paracadutata in Ungheria nel 1944 e fucilata dai nazisti: «Dio mio, dio mio, che questa canzone non finisca mai….». Con il capo chino e gli occhi pieni di lacrime, Bush ha deposto una corona alla fiamma eterna di Yad Vashem e ha commentato: «Spero che se molti nel mondo verranno in questo luogo, sarà da ammonimento che il male esiste e che se il male viene individuato, bisogna resistergli». «Di fronte ai tremendi crimini contro l’umanità - ha continuato - gli animi coraggiosi, giovani e vecchi, devono restare saldi davanti a ciò in cui credono».
Dopo la visita al museo Bush andrà in Galilea per due altre tappe culturali e spirituali: un giro dei resti archeologici di Capernaum e una visita alla Chiesa delle Beatitudini eretta nel luogo dove Gesù avrebbe tenuto il Sermone della Montagna. Nel primo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti lascerà Israele per recarsi in vari paesi del Golfo. Prima tappa il Kuwait.
MELITA segnala questo articolo tratto da CorrieredellaSera.it del 10/01/08:
Ecco l’auto che costa come una bici - Tata lancia la «Lahk Car» in India: 1700 euro, fa gli 80 all’ora e ha 4 porte
MILANO — Costa meno di quanto si spende per un navigatore o per una bici, anche se di lusso. Anzi con i quattrini necessari per un satellitare optional evoluto, tipo Mercedes Benz o Audi, se ne comprano addirittura due. È la nuova macchina del popolo, che oggi viene svelata al Salone di Nuova Delhi.
Si chiama Tata 1 Lahk Car e non rappresenta solo la prima grande novità del 2008 automobilistico. È, finalmente, una vera automobile economica, una vettura progettata per essere venduta a un prezzo bassissimo: 2.500 dollari (equivalenti a 1.705 euro). «Ho realizzato un sogno che avevo fatto dieci anni fa — racconta con orgoglio Ratan Tata —. Era il desiderio di offrire un prodotto indiano agli indiani che allora iniziavano ad essere conquistati dall’automobile e in particolare dalla piccola Suzuki Maruti. Oggi sono fiero di poter offrire anche alla classi meno abbienti la possibilità di passare dalle due alle quattro ruote».
Questa vetturetta, essenziale nella costruzione, poco attenta alla sicurezza e all’ambiente, se raffrontata con gli standard delle Case europee, che, è bene chiarirlo subito, difficilmente si vedrà circolare sulle strade europee, in India potrebbe avere un ruolo strategico. Un ruolo simile a quello che ebbero nella seconda metà degli anni Cinquanta le Fiat 600 e 500 in Italia, che in pochi anni sostituirono la Vespa e la Lambretta nei desideri degli italiani. Già ribattezzata con il nome di People Car (l’auto della gente), offre quattro porte e quattro posti.
Progettata per rispondere prima di tutto alla domanda «Ma di questo aggeggio ne abbiamo davvero bisogno?», non monta le coppe delle ruote, ha un solo tergicristallo e la strumentazione è ridotta all’osso: contachilometri, tachimetro e spia carburante.
Di radio e aria condizionata, di Abs e di controllo stabilità neanche a parlarne. Perché nella prima fase di commercializzazione della vettura da 100 mila rupie (1 Lahk), gli indiani abituati a viaggiare in bicicletta, in motorino o su affollati mezzi pubblici non dovrebbero sentire troppo la mancanza di questi comfort da agiati, incontentabili occidentali. Tutto, dalle sospensioni allo sterzo, è stato studiato all’insegna della leggerezza e del massimo risparmio.
Il motore è un bicilindrico di circa 650 cc, in grado di erogare una potenza tra i 30 e i 35 cavalli, montato in posizione posteriore; al posto del cambio meccanico, una trasmissione variabile continua a cinghia. Del resto, questa microutilitaria non ha ambizioni velocistiche»: raggiunge al massimo una velocità intorno agli 80 km/h. Insomma un’utilitaria essenziale, che se venduta, come previsto, in grandi numeri (per il primo anno è prevista una produzione di 250 mila unità), andrà a congestionare il già caotico traffico delle megalopoli indiane.
SAVINO segnala questo articolo tratto da IlMessaggero.it del 01/01/08:
«McDonald’s, additivi a tutto spiano» - La denuncia di un giornale inglese
LONDRA (1 gennaio) - Da McDonald’s gli additivi artificiali vanno forte: ne sono imbottiti hamburger, pepite di pollo e bevande e in qualche caso si tratta di sostanze potenzialmente nocive alla salute, ha denunciato oggi il quotidiano britannico Independent. Prendete il Big Mac: ce ne sarebbero addirittura 18 di questi ingredienti chimici aggiunti per questioni di colore e di sapore mentre nel cheeseburger sarebbero 17 e nel milkshake otto.
«Gli additivi sono presenti in quasi tutto quello che sta sul menù, compreso il pollo alla griglia e le insalate», sostiene il giornale che ha passato al microscopio il cibo e i liquidi in vendita nella più famosa e grande catena di ristoranti fast food. Le analisi hanno in apparenza indicato che nei suoi ristoranti in Gran Bretagna McDonald’s usa in totale 78 additivi artificiali «in 578 occasioni distinte». In media un prodotto contiene sette sostanze contrassegnate con la lettera iniziale E seguita da un numero a tre cifre. Secondo l’Independent alcuni e-additivi sono tutt’altro che raccomandabili: possono provocare mal di testa e attacchi di asma tra i consumatori mentre nel formaggio dei cheeseburger c’è un conservante che peggiora l’iperattività dei bambini.
Da tempo varie associazioni si battono nel Regno Unito perchè McDonald’s riveda in modo drastico e a fini salutistici la preparazione dei suoi piatti e delle sue bevande ma a detta del giornale britannico durante l’ultimo anno l’uso di additivi sembra essere aumentato e non diminuito. Soltanto 13 prodotti di MacDonald’s come il tè, la frutta fresca e i bastonicini di carota sono risultati senza la minima traccia di additivi. Al contrario il formaggio dei sandwich contiene immancabilmente regolatori di acidità, mentre il bacon rivela addirittura tracce di un nitrato «messo nei fertilizzanti e negli esplosivi».
A quanto sostiene il quotidiano londinese, McDonald’s utilizza quattro dei sette additivi che secondo un recente studio compiuto all’università di Southampton provocano nei bambini iperattività, impulsività e difficoltà di concentrazione mentale. Si tratta di sostanze note con le sigle E104, E110, E124 e E 211.
CHIARA segnala questo articolo di ANTONINO D’ANNA tratto da Affari italiani.it del 29/12/07:
Scuola, il cellulare in classe già all’asilo
Altro che divieto di portare cellulari in classe e pesanti sanzioni per l’uso improprio del telefonino da parte degli studenti delle scuole d’ogni ordine e grado: secondo il rapporto “Minori e Telefonia Mobile”, condotta dal “Centro studi minori e media” nelle scuole elementari, medie e superiori di 20 città in dieci regioni italiane, la stragrande maggioranza degli alunni della scuola elementare possiede un proprio cellulare e alcuni di loro hanno avuto il primo telefonino addirittura a 4 anni. Il paradosso del 2007, lo potremmo definire. Ci piacerebbe sapere un bebé di quattro anni, che a malapena sarà alto un metro, quale uso potrà trarre da un oggetto come il cellulare. Riuscirà a inviare SMS? Scambierà i numeri con gli altri bambini? Riprenderà la plastilina con cui costruisce un aeroplanino, o piuttosto filmerà la maestra? Ma soprattutto: a che cosa diavolo serve un telefonino in mano ad un bimbo di appena quattro anni?
Siamo arrivati a trasformare i bambini in “adulti in miniatura”. Orrendi, peraltro. Perché forse i genitori troppo apprensivi potrebbero stare tranquilli: non è necessario munire un bebé di cellulare (ma poi, i medici non avevano detto che gli avrebbe potuto far male?), negli asili ci sono i telefoni fissi e, se necessario, le maestre sicuramente hanno un cellulare. Visto e considerato, del resto, che ormai in Italia chi va in giro senza l’onnipresente cellulare di ogni forma (cozza, flip, flap, con Tv o meno), peso e misura viene guardato come un povero sfigato. O forse è un privilegiato, visto che il trillo maledetto non lo inseguirà mentre va al bagno, legge un libro, fa l’amore.
Ma torniamo ai bambini. Perché sono stati trasformati in orrendi adulti in miniatura? Perché recitano un ruolo che non appartiene loro. Men che meno con il telefonino, messo lì da genitori iperapprensivi, appunto. O stupidi. Perché, tra l’altro, nelle scuole ormai chi non ha un cellulare diventa un emarginato senza patria né diritti. Non c’è, è out: gli altri sì, lui no. Vengono da rimpiangere le Timberland degli anni ‘80: almeno quelle erano solo delle scarpe per ragazzi, forse più sincere.
Pensateci bene, cari lettori: questi bambini si trovano in mano un cellulare a quattro anni, sono stressati, obesi perché sempre fermi davanti alla Tv a mangiare merendine. Piazze e giardini si svuotano, per non parlare dei campetti da calcio in periferia, mentre i nostri eroi oltre a studiare a scuola e fare i compiti dovranno poi sobbarcarsi lezioni di judo-karate-pianoforte-chitarra-ginnastica-ballo-danza e quant’altro, tornano a casa per le 20 (dopo essere usciti alle 8 del mattino). Che ne dite, diamo un po’ di bromuro ai genitori e facciamo sfogare i bambini con macchinine, bambole, palloni e biciclette?
MIRKO segnala questo articolo tratto da CorrieredellaSera.it del 29/12/07:
Londra: «serpente» in sala operatoria - Si chiama i-Snake, e aprirà la strada alla chirurgia mini-invasiva di domani
LONDRA- Oltre due milioni di sterline (più di 2,7 milioni di euro) per «fabbricare» un «serpente meccanico». E’ questa la somma messa disposizione di un team di ricercatori dell’Imperial College di Londra dal Wellcome Trust, perchè portino a compimento il loro progetto e lo rendano operativo entro pochi anni. E «operativo» è proprio termine adatto, visto che il «serpente» in questione, chiamato i-Snake, è un particolare robot chirurgico, che dovrebbe permettere un salto di qualità alla chirurgia mini-invasiva. Il nuovo strumento consiste in un lungo tubo flessibile, dello spessore poco superiore a quello di una cannuccia, dotato di motori, sensori e telecamere. Uno dei suoi primi impieghi, sostengono i ricercatori, potrebbe essere negli interventi che richiedono di effettuare bypass cardiaci. I-Snake potrà essere utilizzato anche per diagnosi nell’apparato digerente e agirà al posto del chirurgo in molte parti del corpo difficilmente raggiungibili senza interventi molto invasivi. «Le capacità di trasmettere immagini accoppiata alla precisione nel movimento permetteranno procedure mai effettuate prima - sostiene Ara Darzi, capo del team di ricercatori e ministro della Salute inglese. Lo sviluppo della chirurgia mini-invasiva grazie a questo strumento- ha proseguito Aea Darzi- dovrebbe consentire anche una riduzione nei costi operatori. CHIRURGIA TRANSLUMINALE - Non solo, i-Snake potrà probabilmente contribuire alla diffusione di interventi che appartengono alla ulteriore frontiera della chirurgia, quella transluminale. Mentre infatti la chirurgia mini-invasiva attuale riesce a evitare l’incisione col bisturi sfruttando tre piccoli fori praticati nel corpo del paziente attraverso cui vengono fatti passare gli strumenti chirurgici, la chirurgia transluminale si prefigge di risparmiare anche questo minimo trauma, utilizzando per l’accesso agli organi interni «vie» naturali, come per esempio l’esofago o l’intestino, attraverso cui guidare «attrezzi» e telecamera operatoria.
MIRKO segnala questo articolo tratto da CorrieredellaSera.it del 29/12/07, sottolineando come la notizia, seppur riportata in poche righe, sia esaustiva e completa:
Orgosolo: ucciso ex-sindacalista - Peppino Marotta, 82 anni, freddato con sei colpi di pistola in pieno centro
ORGOSOLO (NUORO) - E’ stato ucciso sabato mattina alle 10 in pieno centro a Orgosolo (Nuoro) Peppino Marotto, 82 anni, persona molto nota in paese e anche nel resto della Sardegna per il suo impegno come sindacalista della Cgil e come poeta dialettale.. L’uomo è stato freddato con sei colpi di pistola sparati alle spalle mentre entrava in un’edicola, come faceva ogni giorno, poco distante dalla sua abitazione. Il killer è fuggito a piedi facendo perdere le tracce nei vicoli del paese.
Marotto, responsabile dello sportello pensionati del patronato Inca della Cgil, era benvoluto in paese ed era noto per il suo impegno sociale nonostante, fanno notare gli inquirenti, avesse alcuni precedenti penali. Al momento la polizia sta sentendo alcune persone che potrebbero aver visto o sentito qualcosa. Le indagini sull’omicidio dell’anziano sindacalista, il cui corpo senza vita non è stato ancora rimosso, appaiono sin da ora molto complicate.
FRANCESCO segnala questo articolo di FRANCO LOI tratto da Il Sole 24 ore del 28/12/07:
La poesia è vita - Non è solo un esercizio letterario, ma un modo per capire ed arrivare alla verità per intuizione
Lo sappiamo tutti, dall’Illuminismo in poi la strada imboccata dall’Europa è stata quella della razionalità. E’ stata una grande esperienza per tutti: lo sviluppo della filosofia, della scienza, il rapporto più consapevole con i fenomeni. Ma ormai la mente è diventata tiranna e il pericolo è la “religione dell’astratto”. Una strana religio, che tanto più ideologizza il pensiero tanto più idolatra il il corpo e il successo sociale, e tanto più costringe le masse alla servitù e all’assenza di pensiero. Ma ci accorgiamo ancora di come è fatta la vita? Guardiamo, parliamo e ascoltiamo, tocchiamo, gustiamo. I nostri sensi sollecitano la nostra presenza nel mondo e noi attraversiamo la vita cogliendo in noi qualcosa che si chiama esperienza. Non allo stesso modo, non proiettando lo stesso film, ma comunque certi di sperimentare qualcosa di comune.
Quanto più intenso il nostro rapporto con le cose e con gli uomini, quanto più forte la nostra consapevolezza, tanto più ricco e molteplice il nostro impregnarci di vita. Molti poeti per questa inclinazione dell’uomo ad assorbire vita hanno parlato di amore. A cominciare dal nostro insostituibile Dante.
E qui c’è subito qualcosa da rilevare: Io divento uno a me stesso. Non è il mio Io mentale, ma il mio Essere intero a essere percorso da Amore. E così il poeta si lascia dire.
Ma si può dire esperienza? può significarla, cioè renderla atta a significare, a dar segno della sua sostanza, e ciò possibile in un assenso di tutto l’essere all’atto del vivere e del dire. La poesia, la musica, tutte le arti si adoperano a questo dare segno, dell’esperienza di tutti gli uomini attraverso la rappresentazione che ne da un individuo. E’ stato già ripetuto più volte nella storia: mentre le scienze e le filosofie - e naturalmente le politiche – prendono in considerazione le quantità del fenomeno vitale o sociale le arti cercano di trasmettere la qualità, mantenere memoria agli uomini della loro esperienza più profonda, della sostanza del loro vivere. Ma come la parola può dire ciò che è impossibile? Anche per questo molti poeti hanno parlato dell’importanza e del ritmo dei suoni in quella sequenza che chiamiamo verso. Scrive Yeats: (…)questa qualità dei suoni la sperimentiamo tutti. Se infatti ascoltiamo un rock o un jazz , il corpo è indotto a muoversi. E’ un tipo di suono che sollecita i centri nervosi – ed è certo per questo che si sono propinati alle masse questi tipi di suoni - se invece si ascolta Bach o Mozart o altri grandi musicisti, tutto il nostro Essere vibra ed entra in un movimento di recupero del nostro sentire più profondo: il pensiero, anche inconscio, le sensazioni corporee, le memorie, i sentimenti. Non occorre essere musicisti, basta la capacità di ascolto. Qual’è dunque l’utilità della poesia? In un tempo come questo in cui l’utilità sembra ridursi all’economia e alle scienze , come parlare dell’utilità delle arti?Non è una domanda nuova. Nel passato si sono ripetute in modo diverso le medesime valutazioni e gli stessi ostracismi. Platone non ha escluso la poesia dalla sua Repubblica? Ancora nel Trecento si tendeva a sottomettere la poesia alle 3 materie primarie: la medicina, il diritto, la teologia. Interessante la replica del Tetrarca, mentre nel Novecento Ungaretti ha sostenuto la qualità di preghiera di ogni vera poesia. Non per niente i Greci hanno preposto Mnemosine alla cura dei poeti e della poesia e hanno definito il movimento poetico “fare”. Dunque un esercizio letterario o il racconto mentale di un’esperienza o la disordinata sequenza di parole, ma l’immissione dell’uomo in un processo di rivisitazione dell’esperienza. Persino uno scienziato, Albert Einstein, ha scritto in tal proposito. Proprio come aveva già compreso Jung, aggiunge che essa è possibile nel rapporto simpatetico con l’esperienza. Ancora una volta l’amore. E questo fa pensare che quel movimento poetico non riguarda soltanto una forma espressiva, ma è comune a tutte le arti e persino alla scienza. Per riassumere , la poesia recupera la memoria, i moti segreti del vivere, e forse anche l’inconscio collettivo, oltre a offrire un’immagine vibrante di ciò che l’esperienza politica e filosofica non riesce a cogliere, deformata com’è dagli schemi ideologici o mentali in cui si colloca. Anche per questo Carl Marx nelle sue note sull’arte scrive che i politici dovrebbero ascoltare gli artisti (e i poeti) perché sono il termometro del tempo e ancora Dante asserisce nella lettera a Cangrande della Scala che ha scritto la Commedia per allontanare i viventi, durante la loro esistenza, dallo stato di miseria spiritale per condurli alla salvezza. Ecco quindi un’altra utilità della poesia: richiamare gli uomini all’attenzione di sé e al compito della propria crescita interiore. Lo dice bene la russa Marina Cvetaeva:”La mia esperienza della poesia….(…) mi ha fatto sentire qualcosa o Qualcuno che dentro di me vuole disperatamente essere”.
E non solo chi opera, ma anche chi ascolta viene coinvolto in questo processo di mutamento, e perciò è duplice il “fare” della parola poetica: agisce sul poeta e sull’ascoltatore. Ed è ancora in forza della poesia che Stazio nel XXII del Purgatorio rende grazie a Virgilio.
E, a proposito di quanto annotato da Marx, voglio aggiungere che da sempre compito della vera politica è stato quello di cogliere sia la testimonianza della quantità che quella della qualità. Perciò attenzione all’economia e al bene corporale, e però anche alle arti e al bene spirituale dell’uomo. Naturalmente l’uomo di potere è per sua stessa natura più consonante alle esigenze del corpo che a quelle dello spirito. Ma, come scrive Richelieu nel suo diario, è d’obbligo all’uomo di stato recepire la condizione spirituale della Nazione. Se non altro per impostare le forme dell’ esercizio del potere.
DAVIDE segnala questo articolo tratto dal CorrieredellaSera.it del 27/12/07, allegando questo commento:”Ho scelto questo pezzo perché penso si attagli al blog nella sua dichiarata lotta al trash. Severgnini, l’autore del pezzo, pone una riflessione avendo come riferimento particolare il TG1. Egli si chiede quanto e fino a quando sarà fruttuoso il confezionamento di telegiornali fatti in maggior parte di atrocità, sangue e crimine (ecco spiegata la preferenza del pubblico per i prodotti trash icasticamente riassunti nel titolo del pezzo). E il giornalista suggerisce di provare a raccontare il bene, pur non dovendo nascondere il male. Il mea culpa dell’ autore, allargato alla classe dei giornalisti tutti, sui limiti del newsmaking nostrano, mi sembra un interessante elemento di riflessione anche per i non addetti ai lavori”.
In Italia tg ansiogeni: meglio pupi, pupazzi e poppe
Un uomo su un furgone entra nel notiziario Abc di Chicago: in diretta, sfondando una vetrina. Non un esempio da imitare; forse una discreta metafora. Come farsi ascoltare dai Tg? Molti, in Italia, trovano ansiogeni i telegiornali. Risposta standard di noi giornalisti: «Le cose brutte accadono, inutile far finta di niente». Ma siamo sicuri che la somma delle tragedie sia il modo corretto di rappresentare la realtà?
Prendiamo il Tg1. A cavallo di Natale ha raccontato di morti sulle strade, agguati, stragi familiari, rapine e omicidi, rapimenti e smembramenti, un paio di roghi, intossicazioni, bambine cadute dai balconi, contagi e possibili epidemie, polemiche su mafia, ‘ndrangheta e camorra. Ho scelto il Tg1 per questi motivi: è il principale telegiornale italiano, lo guardo, non ci lavoro, conosco bene il direttore. Non solo: so che s’è posto il problema. Alla vigilia di Natale la conduttrice del Tg delle 20, Monica Maggioni, è sembrata imbarazzata. Al momento di iniziare la litania delle tragedie, ha detto, occhi nella telecamera: «Dobbiamo raccontare la vita nella sua gioia e nella sua ferocia» (cito a memoria, ma il senso è quello). Be’, parliamone.
Prima cosa da dire: compensare il catalogo degli orrori con storie di buon cuore non serve. Lo fanno i media di tutto il mondo, da sempre: funziona (forse) a Natale, e funziona sempre meno. Le mense dei poveri, bravi frati in prima serata, calciatori e attori che fanno buone azioni in rotta verso l’aeroporto e la Florida: tutto già visto, tutto un po’ effimero. La domanda che faccio - a me stesso e al mestiere, prima che al Tg1 e a Gianni Riotta - è questa: siamo ancora capaci di impaginare la realtà? Siamo sicuri che un pasto amaro, col dolce in fondo, sia il menu giusto per i notiziari del XXI secolo? Qualcuno dirà: sarà così finché la cronaca nera avrà milioni di appassionati, contenti di vedere che qualcuno se la passa peggio di loro. Ma è così? La serializzazione di Cogne, Erba, Garlasco e Perugia sembra possedere un grande fascino; ma credo che, alla lunga, allontani più gente di quanta ne attira.
Non dobbiamo nascondere il male; ma dovremmo provare a raccontare il bene. Le eccezioni sono importanti; ma la norma lo è di più. Lo so, non è facile portarla in TV. Ma bisogna tentare: rappresentare la vita di un Paese attraverso dieci tragedie quotidiane è oggettivamente, statisticamente, narrativamente, moralmente, civicamente, politicamente e praticamente sbagliato. Molte famiglie stanno rinunciando ai telegiornali e, siamo onesti, anche ai giornali: preferiscono pupi, pupazzi e poppe, che in Italia certo non mancano. Colpa nostra: siamo ansiogeni (sempre) e morbosi (spesso). Ci sono orrori che è giusto approfondire, per capirli e impedirli. Altri potremmo evitarli. Entrate nella libreria di un aeroporto internazionale e avvicinatevi all’immensa sezione CRIME (crimine): l’impressione che l’umanità sia rimbecillita è forte. Ma, almeno, quella è letteratura (?). Un telegiornale ha altri compiti e responsabilità. La realtà non è solo un compromesso tra orrore quotidiano e melassa natalizia. Ma come raccontarla, Gianni?
MIRKO segnala questo video tratto da Repubblica.it del 27/12/07:
La morte di Benazir Bhutto
MIRKO segnala questo articolo tratto da CorrieredellaSera.it del 27/12/07:
Strage di Natale Seattle, sterminata un’intera famiglia: 2 bimbi fra le vittime
WASHINGTON - Strage di Natale in un’abitazione di Seattle dove sono stati trovati, il giorno di Santo Stefano, sei cadaveri tutti appartenenti alla stessa famiglia, in un’area nella zona rurale di Carnation, una trentina di chilometri a est della città. I morti, che attraversano tre generazioni di una stessa famiglia, sono un bambino di tre anni, una bambina di sei, uno uomo e una donna sulla cinquantina e un’altra coppia sulla trentina. I corpi sono stati trovati all’interno della casa e nel giardino. Per il plurimo omicidio sono stati arrestati una donna , che secondo quanto riporta New York Times online sarebbe la figlia del padrone di casa, e il suo fidanzato.
FERMATA LA FIGLIA DEL PADRONE DI CASA UCCISO - «Non abbiamo ancora un movente, ma le persone sospettate conoscevano le vittime», ha spiegato John Urquhart, portavoce dello sceriffo della contea di King, che ha aggiunto che la donna arrestata viveva probabilmente nella casa dov’è avvenuto il massacro. Secondo il New York Times, che cita l’agenzia Ap, un funzionario di polizia ha rivelato che i sospettati arrestati sono Michele Anderson, 29 anni, figlia del padrone di casa ucciso nella strage, un ingegnere della Boeing, e il suo fidanzato Joseph McEnroe. I due, che secondo la Cnn non hanno confessato, sono stati fermati per essere tornati mercoledì sulla scena del delitto mentre si stavano compiendo gli accertamenti: «Non so cosa li abbia portati lì», ha detto il portavoce dello sceriffo, Urquhart. La strage scoperta il giorno di Santo Stefano, risalirebbe al 24 dicembre. Secondo quanto rivela la Cnn a trovare i sei cadaveri è stato un collega del padrone di casa, venuto a controllare perchè l’uomo non si fosse presentato al lavoro e perché fosse impossibile rintracciarlo.
MIRKO segnala questo articolo tratto da CorrieredellaSera.it del 27/12/07:
Barron «Hilton»: eredità in beneficenza - Il nonno di Paris lascerà a un ente benefico il 97% del suo patrimonio, pari a 2,3 miliardi di dollari
NEW YORK - Paris Hilton potrebbe vedersi costretta a «tirare la cinghia» Suo nonno Barron, infatti, ha annunciato di avere intenzione di donare il 97% della sua fortuna da 2,3 miliardi di dollari a un ente di beneficenza. La cifra comprende 1,2 miliardi di dollari che Barron Hilton guadagnerà dalla recente vendita di Hilton Hotels Corp. — società fondata dal padre Conrad nel 1919 quando comprò un piccolo albergo a Cisco, in Texas — e dalla attesa vendita della più grande compagnia mondiale di casinò, Harrah’s Entertainment. Il ricavato sarà messo in un fondo di beneficenza di cui alla fine farà uso la Conrad N. Hilton Foundation, portando il valore totale a 4,5 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dalla fondazione in una dichiarazione. Barron Hilton, presidente della fondazione, intende «contribuire col 97% delle sue proprietà, stimate oggi a 2,3 miliardi di dollari». Paris Hilton non è stata immediatamente raggiungibile per commentare i progetti del nonno. Jerry Oppenheimer, che nel 2006 ha scritto la biografia della famiglia «House of Hilton», ha scritto che Barron Hilton è imbarazzato dal comportamento della nipote ed è convinto che abbia infangato il nome della famiglia.
MIRKO segnala questo articolo tratto dal sito Ansa.it del 27/12/07, sottolineando come la notizia sia riportata nei suoi tratti essenziali, senza sbavature nè distorsione:
Rifiuti: in Campania è ancora emergenza
NAPOLI - Tra roghi e proteste non ha sosta l’emergenza rifiuti in Campania. La città di Napoli è sempre meno nella morsa dell’immondizia, mentre in provincia tonnellate di rifiuti sono in strada e i roghi continuano: oltre trenta, la scorsa notte, soprattutto nell’area vesuviana e flegrea.
Nel Napoletano non si ferma neanche la protesta davanti al sito di stoccaggio di Taverna del Re, a Giugliano, riaperto dopo che il commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti ne aveva stabilito la chiusura. I camion stanno sversando nonostante il presidio dei cittadini. Oggi, davanti al sito, padre Alex Zanontelli celebrerà la Santa Messa.
Gli impianti di Cdr lavorano, anche se a rilento: negli ultimi tre giorni, a Giugliano e Caivano, sono state conferite 1600 tonnellate in meno rispetto alle quantità autorizzate. La situazione è, comunque, quanto mai instabile: un minimo intoppo potrebbe far bloccare di nuovo tutto.
Intanto a Napoli, grazie soprattutto ai siti di stoccaggio provvisori, c’é meno immondizia in strada: 1200, oggi, le tonnellate giacenti. Rispetto a quattro giorni fa, in tutti i quartieri della città, le quantità di rifiuti in strada sono state dimezzate se non azzerate.
BARBARA segnala questo articolo di ILVO DIAMANTI tratto da Repubblica.it del 23/12/07:
L’eclissi della bontà
ALLA VIGILIA del Santo Natale dobbiamo denunciare la scomparsa di un ospite atteso, soprattutto in questi giorni. La Bontà. Da anni, ormai, le sue visite erano divenute saltuarie. Sporadiche. Ma quest’anno non l’abbiamo proprio vista. Forse si è nascosta. Inibita da qualche cartello, che, alle porte della città, la invitava a girare al largo. Su Google, nonostante la stagione propizia, digitando “bontà”, la ricerca propone 1.200.000 risultati (link). Poco più di “egoismo”. Mentre la parola “inganno” ne restituisce 100.000 in più. Essere o apparire “buoni”, d’altronde, non è più considerato un fattore di successo. Ammesso che lo sia mai stato. Oggi, semmai, è un segno di debolezza. In politica, al governo, nell’amministrazione e nella società.
Prodi: ha dovuto contraddire il suo aspetto pacifico e morbido. E se non gli riesce di sembrare cattivo, oggi, almeno, tutti gli riconoscono il merito della “caparbietà”. Della testardaggine. Deciso a resistere resistere e resistere. A ogni costo. Veltroni. Ha rinnegato l’invenzione del “buonismo”. Dottrina, linguaggio e, al tempo stesso, fisiognomica. Oggi, Walter Veltroni prosegue nella via del “dialogo”, che riconosce l’esistenza e la legittimità dell’altro - avversario e non più nemico. Ma è ben deciso a decidere. A spingere il Pd oltre l’Unione. Oltre la mediazione. Perché, in politica e nella vita, oggi non si è credibili senza fare i “duri”.
Come Gianfranco Fini. Agevolato dalla biografia politica personale. Oggi è in “guerra”: non solo con gli avversari, ma anche con gli alleati. Sopra tutti: Silvio Berlusconi. Il Cavaliere. L’eterno sorriso dell’uomo a cui piace piacere. Protagonista del romanzo popolare della Seconda Repubblica. Una fiction trasmessa senza soluzione di continuità e a reti unificate. Da qualche tempo si sposta da una piazza all’altra agghindato come un esistenzialista degli anni Cinquanta. Un personaggio di Beckett. O, meglio, un rivoluzionario, come l’ha definito, con affetto e ironia, il fedele Confalonieri: “Le immagini di piazza San Babila stracolma di gente che lo circonda, e lui che sale sul predellino dell’auto per salutare, mi ricordano l’arrivo di Lenin in Russia a bordo del treno piombato”.
Ma più dei politici nazionali, di governo e di opposizione, a stigmatizzare la “bontà” - come un vizio più che una virtù - sono i sindaci. Definiti, talora, “sceriffi”. Formula coniata, anni fa, da Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso per dieci anni (e oggi “sindaco aggiunto”). Nemico giurato di mendicanti, zingari e immigrati. Al cui indirizzo ha lanciato iniziative e invettive dal forte impatto simbolico. Anche se, nei fatti, ha fatto molte cose “buone” (guai a dirglielo, però; la prenderebbe come un’offesa), visto che il grado di integrazione della sua città, certificato dalla Caritas (meritoria organizzazione dal nome fuori moda), è tra i più elevati d’Italia.
Il suo esempio, però, è stato seguito dai sindaci di altre città. Di destra e di sinistra. Da Verona a Bologna, passando per Cittadella e Firenze. Perfino a Roma. Tutti impegnati ad assumere iniziative “emblematiche” contro accattoni, lavavetri, rom, romeni, immigrati-con-meno-di-500-euro-di-reddito-al-mese. I sindaci, d’altronde, più delle altre autorità pubbliche, sono incalzati ogni giorno dalle pressioni dirette ed esplicite dei cittadini. Tuttavia, alcune loro scelte (le più clamorose), più che alla soluzione del problema, sembrano finalizzate a “rassicurare”. Esibendo la “tolleranza zero”. Insomma: meglio sceriffi che missionari.
L’eclissi della bontà, d’altronde, oggi si riflette in tutte le parole della stessa “famiglia” semantica. Lo dimostra l’impopolarità delle formule che evocano dialogo, mediazione, condivisione. Per esempio: la “concertazione”. Per non parlare della “cooperazione”. Offuscata da dispute che intrecciano politica e finanza. Per la stessa ragione, è cambiato perfino il significato della “sicurezza”. Fino a vent’anni fa era, per definizione, “sociale”. E riguardava la salute, la previdenza, il lavoro. Il futuro delle persone e delle famiglie. Oggi, invece, (come mostra una recente ricerca di Demos per la Fondazione UniPolis, ottobre 2007) evoca, per riflesso pavloviano, paura dell’altro. La criminalità comune, ma anche gli immigrati. Le minacce all’incolumità e al domicilio personale. Di conseguenza, alimenta la richiesta di militarizzare il territorio. Di sindaci sceriffi. Appunto.
La bontà si è eclissata anche nelle relazioni di vita quotidiana. D’altronde, 7 persone su 10, in Italia, ritengono che “gli altri, se ne avessero l’occasione, approfitterebbero della mia buona fede” (Demos, novembre 2007). Per questo, anche se si è buoni, conviene dissimularsi. Non rivelarsi come tali. Ma dimostrarsi ostici, spigolosi, furbi. Quantomeno a fini preventivi.
Il linguaggio “pubblico” si è evoluto (si fa per dire…) di conseguenza. Il turpiloquio non è più tale da tempo. Non per caso, la manifestazione, forse, più clamorosa contro la classe politica è stata promossa da Beppe Grillo al grido “Vaffa…”. D’altronde, la rissa e l’aggressione (non solo) verbale fanno parte del repertorio di ogni programma tivù, in onda su ogni rete, a qualsiasi ora.
La bontà, invece, è neutralizzata nello “spettacolo”. Disciolta nelle diverse varianti del format di Telethon (iniziativa, in sé, meritoria), che scivola da una trasmissione all’altra, da una rete all’altra. Così vediamo le stesse figure che, fino al giorno (e a un’ora) prima, si occupavano dei delitti più efferati e morbosi del momento, cambiare improvvisamente personaggio. Indossare una sciarpa, un nastro, un distintivo. Raccogliere fondi per una “buona” causa. Per tornare, subito dopo, allo stile e al linguaggio di sempre. Così lo stimolo sociale della bontà viene risvegliato, ma a distanza. Ciascuno reagisce individualmente, da solo. Un sms e via. Lo spettacolo continua.
Naturalmente, la “bontà” non è scomparsa. Anzi si sviluppa. È un bisogno biologico. Una pratica diffusa, che si traduce in mille attività solidali e volontarie. Cui partecipa una quota estesa, e crescente, di popolazione. In modo nascosto. Io buono? Per carità! Buono sarà lei!
Tuttavia, la pretesa contraria resta, appunto, una pretesa. L’ascesa di una classe politica inflessibile e muscolare è una leggenda. Un artifizio retorico. In questo Paese dove i governi non riescono a decidere. Prima Berlusconi, abile a deliberare soprattutto sulle questioni che lo riguardavano direttamente. Oggi Prodi, in difficoltà nel contrastare la sfida di categorie professionali piccole ma agguerrite: camionisti, tassisti, controllori di volo. Mentre i sindaci dichiarano guerre che poi non combattono. (Perché non ne hanno i mezzi). Contro pericoli il cui peso emotivo è molto superiore a quello reale. I furti in appartamento, ad esempio, percepiti come una minaccia concreta dal 23% degli italiani (Demos per UniPolis). Mentre l’effettiva incidenza del reato è lo 0,2%.
Insomma, la “cattiveria”, più che un volto, è una maschera. Così si spiega il bagno di folla riservato a Sarkozy, a Roma. Lui sì capace di decidere, anche a costo di scatenare conflitti e fratture sociali. In aperto contrasto con tutti. Lavoratori dei trasporti, studenti, operai, bande delle banlieues e intellettuali “da caffè”. Senza arretrare. Incrociando, semmai, la spada e il glamour: gli scioperi, Cecilia e Carla Bruni.
In Italia, invece, la fermezza appare, principalmente, uno stile esibito in pubblico. Cui non corrispondono comportamenti coerenti. L’eclissi della bontà, per questo, non è il prodotto di un diverso e opposto codice etico. Né, tanto meno, di un diverso e opposto modello di azione. È, invece, la maschera di un Paese impotente e indeciso. Un Paese in penombra, dove non si intravedono valori e uomini “forti”. E, se anche emergessero, sarebbe difficile riconoscerli. Perché il Bambino, se oggi nascesse in Italia, non troverebbe ad attenderlo i tre re Magi. Ma Vespa, Mentana e Cucuzza. La vita in diretta. L’eterno presente. Dove non c’è spazio per la “buona” novella. Ma neppure per quella cattiva.
MIRKO segnala questo articolo tratto da Repubblica.it del 20/12/07:
Natale, pochi regali e cenone più caro, povera una famiglia su cinque
Cittadini più poveri, alle prese con i rincari dei generi alimentari e con la necessità di risparmiare sui regali. Secondo un’indagine, in media per fare i regali di Natale si è speso il 10% in meno rispetto allo scorso anno. Il consumatore del 2007 punta sulla qualità mentre taglia sulla quantità. Di cali si parla per il settore dell´abbigliamento: golf, cappotti e scarpe si regalano meno. «Il settore è fermo - spiega lo studio - a fronte di una situazione che resta delicata, per la contrazione dei consumi che da anni colpisce il comparto: -15%. E complicata ancora di più per l´anticipo dei saldi al 5 gennaio».
Anche per gli alimentari - complici i rincari - le stime parlano di una diminuzione delle vendite del 5%. Al mercato la verdura è salita in alcuni casi (melanzane e pomodori) anche del 36%. I dolci natalizi, rispetto al 2006, hanno subito aumenti intorno al 10%. Facendo una media, fa sapere l’Adoc, il cenone è costato il 5% in più.
Niente Natale da nababbi, anzi: i romani devo essere stati cattivi quest’anno visto che la Befana gli porterà tanto carbone, sotto le sembianze di conti in banca sempre più vuoti. I dati del Cnr parlano chiaro: una famiglia su cinque vive sotto la soglia di sussistenza. Il limite è stabilito in 576 euro al mese per un single, 1276 per una famiglia di tre persone, 1824 per un nucleo composto da padre, madre e tre figli. E sono molti di più i romani che pensano di essere in affanno: sono il 54,3%, con una punta del 66% per chi vive da solo.
DAVIDE segnala questo articolo di BEPPE SEVERGNINI tratto dal Corriere della Sera del 20/12/07, allegando questo commento:”La bellezza del pezzo sta nel messaggio che veicola (bellissima rievocazione dell’attualità delle opere di Cesare Pavese) e nella capacità di incuriosire senza facili trucchi giornalistici (mi riferisco alle tecniche discorsive oggi tanto di moda per insaporire la notizia). Prova che non tutto il giornalismo è trash nauseabondo”.
Cuore caldo e lingua fresca
I media italiani si comportano in modo curioso con gli anniversari: o li ignorano, o li anticipano. Scegliendo il secondo di questi difetti, vorrei parlarvi di un signore nato nel 1908, morto presto, pianto molto, citato spesso, letto poco.
Diranno cose belle, dotte e affettuose di Pavese, nei prossimi mesi: è il modo in cui l’Italia letteraria, di solito, cerca di lavarsi la coscienza. Per carità: alcuni l’hanno conosciuto, molti gli hanno voluto bene, alcuni sono riusciti a fare le due cose insieme (Bobbio, Mondo, Pivano, Calvino). Ma l’impressione è che Pavese venga visto, oggi, come l’autore di un’epoca e di un luogo: il fascismo, l’antifascismo, la guerra, il Piemonte, Torino, l’Einaudi.
Invece Pavese è un autore da mettere in mano ai ragazzi: perché è un classico, uno che riesce a dire cose nuove a ogni generazione, senza cambiare voce. L’ho scoperto a diciott’anni e mi ha folgorato: spiegava quello che sentivo. Non solo: mi avvertiva che l’avrebbe fatto (”Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma” (”Il Mestiere di vivere”, 3.12.1938).
Non cominciate da “La luna e i falò”. Cominciate da una raccolta come “Feria d’agosto” dove Pavese si dimostra capace di intuizioni mozzafiato. Leggete il racconto “Il tempo”, dove spiega l’importanza della notte, il piacere di indugiare con gli amici nei cambi di stagione, “quando l’aria è percorsa da brividi di passato”. “L’amico taceva, e io pensavo già al piacere che avrei provato l’indomani portando in me sotto il sole la certezza che anche la notte è viva”. Devo girarla a Ligabue, questa: certe notti le sanno descrivere in pochi.
“Feria d’agosto” é meraviglioso: un manuale di sensibilità per giovani non cretini. Soprattutto per quelli - come me allora, come tanti oggi - sospesi tra campagna e città, e decisi a non rinunciare né a una né all’altra. Ho ripreso il volume - Einaudi, copertina grigia - e l’ho trovato sporco di crema solare. Buon segno, bei ricordi. Era la mia guida all’estate croccante del 1975 (esami e traghetti, frontiere e scoperte, cuori pieni e città vuote). Una bella estate. Ognuno ha la sua.
Non basta. Pavese usa una lingua stupefacente. I pensieri del 1937 sembrano scritti ieri: mai un vocabolo obsoleto, niente sintassi barocca, periodi puliti come gli orizzonti del Piemonte d’inverno. Neppure il coetaneo Montanelli - un altro dotato d’un italiano a lunga conservazione - era tanto abile, allora. La sua scrittura, dagli anni Cinquanta, è diventata fulminante. Ma negli anni Trenta risentiva ancora della retorica del periodo.
Credo che Pavese sia stato, in questo, bravo e fortunato. Durante l’università ha scoperto - poi tradotto - gli autori americani (Melville, Hemingway, Anderson, Lee Masters, Dos Passos). Erano i migliori antidoti alla prosopopea - sintattica, lessicale, psicologica - del fascismo. E il giovane Cesare ne ha fatto tesoro.
Riassumendo: Pavese, aveva idee nuove, un cuore caldo e una lingua fresca. Leggetelo, ragazzi, e sappiatemi dire.
GIANLUCA ci segnala e descrive brevemente un articolo letto su Repubblica del 19/12/07, alla pagina 47 :” Si tratta di un articolo a mio avviso fantastico della scrittrice e psichiatra egiziana NAWAL EL SAADAWI, la stessa che rischia la condanna per aver criticato l’ortodossia. L’intellettuale denuncia le discriminazioni patriarcali dei libri sacri e l’oppressione dell’Islam nei confronti delle donne senza temere la censura, che in verità le è stata imposta svariate volte, chiedendo democrazia per tutte quelle forme di violenza contro i più deboli che contraddistinguono la suddetta religione”.
MIRKO segnala un video tratto da You Tube il 19/12/07:
L’assassinio di John Lennon (8 dicembre 1980)
BARBARA segnala questo articolo tratto da Repubblica.it del 19/12/07:
Clima, verità e speranza nella morsa di media e politica - Ormai quasi nessuno nega i pericoli del riscaldamento globale. Crescono però i dubbi sui toni ipercatastrofisti usati nella divulgazione
ROMA - Fosse stato un Nobel per la fisica o la medicina, non sarebbe potuto accadere. Non avrebbero mai potuto essere premiati insieme due scienziati che dicono cose diverse tra loro. Il Nobel per la pace invece è tutta un’altra storia e nessuno si è meravigliato che il riconoscimento sia andato contemporaneamente ad Al Gore e all’Ipcc. Eppure l’ex vicepresidente statunitense e il comitato scientifico messo insieme dall’Onu per studiare i cambiamenti climatici affermano cose molto differenti.
Le iperboli dei premier. A sottolineare la contraddizione è stato recentemente David Henderson, ex economista capo dell’Ocse, in un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Limes. Henderson se la prende in particolare con tutti quei leader politici che come Gore hanno alzato eccessivamente i toni nel grido di allarme per i cambiamenti climatici. Si va da Tony Blair, che nel 2006 afferma “abbiamo solo 10-15 anni per adottare le misure necessarie per scongiurare la catastrofe”, a Nicolas Sarkozy che nel maggio scorso, poco prima di insediarsi all’Eliseo, dichiara: “Ad essere in gioco è il destino stesso dell’umanità”.
Dichiarazioni davanti alle quali Henderson scuote la testa: “Non è ai rapporti dell’Ipcc che queste affermazioni si rifanno, si tratta, in realtà, di audaci estrapolazioni, con una forte connotazione congetturale. Esse sono però in sintonia con il pensiero di buona parte dell’opinione pubblica”.
“Minaccia seria, ma non è la fine del mondo”. Un’osservazione che Vincenzo Artale, fisico oceanografo dell’Enea e uno dei pochi climatologi italiani presenti nell’Ipcc, sottoscrive. “Il riscaldamento globale - dice - è un problema serio, che rischia di innescare in futuro dinamiche molto pericolose, ma parlare di civiltà umana sull’orlo dell’estinzione e di rischi per la sopravvivenza del genere umano, come sento dire da più parti, al momento è assolutamente prematuro. Bisogna intraprendere tutte le strade indicate dall’Ipcc per contrastare i cambiamenti climatici, anche perché si tratta di provvedimenti dalle molteplici ricadute positive su ambiente, occupazione, democrazia, distensione internazionale. Inoltre dobbiamo finanziare più generosamente la ricerca scientifica per capire sempre meglio come funziona il clima e anticiparne l’evoluzione. Parlare di catastrofe imminente non solo è fuorviante, ma non fa bene alla causa di chi vuole davvero cambiare il corso delle cose”.
La deriva del “climate porn”. L’Ippr (Institute for Public Policy Research), una fondazione britannica di orientamento laburista, si è spinta ancora più in la, utilizzando addirittura il termine climate porn, pornografia climatica, non per negare l’esistenza del problema, ma per denunciare l’esagerato catastrofismo dei media. Ma allora come si è arrivati a questo punto, come è stato possibile che un severo e circostanziato allarme lanciato da un migliaio di scienziati si sia trasformato in qualcosa di molto diverso? Le risposte possibili sono diverse e riguardano tutti gli attori interessati dalla vicenda: mondo scientifico, mass media, politica e movimento ambientalista, anche se in pochi sono disposti a riconoscere le proprie responsabilità.
L’autodifesa della scienza. Sul mondo accademico pesa ad esempio il sospetto di aver contribuito all’equivoco cercando di bucare con i toni iperallarmisti il muro di omertà che ha circondato a lungo le problematiche del riscaldamento globale e ottenere così più fondi per la ricerca. Artale però non è d’accordo. “In Italia questa colpa la scienza sicuramente non ce l’ha, per il semplice fatto che è mancato l’oggetto del contendere: non ci sono fondi per il clima, tranne quelli del Piano Nazionale del 2000, che certo sono stati distribuiti non in base agli strilli catastrofisti. Ma credo che questo non sia accaduto neppure all’estero”. Lo scienziato italiano gira quindi la palla ai mass media. “Il dibattito - denuncia - soprattutto in Italia dovrebbe essere portato su livelli più tecnici a non a quelli da soap opera a cui stiamo assistendo”.
Il futuro rubato dalla tv. Un problema che Antonio Scurati, scrittore e docente di Teorie e tecniche del linguaggio televisivo all’Università di Bergamo, ha posto al centro di un articolo comparso ad ottobre su Internazionale. “Spesso - ha scritto - si sente dire che l’umanità non ha più un futuro perché ha perso la capacità di immaginarselo. Viviamo con lo sguardo a terra, schiacciato sul presente, indifferenti al passato e all’avvenire. Forse è vero. È vero perché il nostro futuro appartiene ai signori dei media e a quelli della guerra, che l’hanno già immaginato per noi. È vero non perché il futuro non accadrà, ma perché, qualunque esso sia, sarà già accaduto. E tutto ciò che potrà avvenire in questo tempo che ha smesso di muoversi in avanti sarà la guerra o la catastrofe”.
L’allarme che produce inerzia. A ispirare l’editoriale erano i venti gelidi che soffiavano sulla crisi con l’Iran, ma Scurati è convinto che la dinamica sia la stessa per quanto riguarda la crisi ambientale. “Il moltiplicarsi di scenari catastrofici - spiega - fanno sì che ogni previsione finisca per essere messa sullo stesso piano. C’è un invalidamento preventivo che ci consente di pre digerire il problema, impedendo una risposta e un’assunzione di responsabilità. Questa disposizione a premediare un ipotetico futuro, senza necessariamente arrivare alla teoria del complotto, induce l’opinione pubblica a passività e fatalismo. Un atteggiamento che oggettivamente avvantaggia chi ha un interesse fortissimo a non intervenire, come gli Stati Uniti. L’allarme produce inerzia anziché azione, è paradossale ma è così”.
La tentazione catastrofista. E sempre restando nel campo del paradossale, è possibile che a contribuire a questa situazione siano stati anche gli ambientalisti, attraverso il facile ricorso, soprattutto in passato, a toni catastrofisti? Ermete Realacci, uno dei leader storici dell’ecologismo italiano, la pensa diversamente. “Il ricorso a toni apocalittici - risponde - è stata una tentazione presente nella crescita dell’ambientalismo, ma non è un atteggiamento efficace e io non vi ho mai fatto ricorso. Credo che il catastrofismo di oggi abbia altre origini”.
Tanto rumore per nulla. Realacci, che oggi è nel vertice del Partito democratico, punta quindi il dito contro la politica. “Con l’innalzamento dei toni si cerca soprattutto di coprire l’inadeguatezza della risposta politica. In Italia poi, dove figure di primissimo piano come Berlusconi hanno assunto a lungo posizioni negazioniste, il problema è ancora più serio. Abbiamo una politica che oscilla tra proclami alti e un’azione scarsa, come quest’ultima legge finanziaria che non è certo segnata da un’adeguata tensione sul contrasto ai cambiamenti climatici”.
Il futuro che non si vede. Il catastrofismo come un rumore di fondo che mette quasi completamente a tacere qualsiasi spunto per l’ottimismo. E in questo caso la scienza, da possibile carnefice si trasforma in vittima, con il suo potenziale di speranza ridotto nel migliore dei casi a fare da contorno marginale. Se il riscaldamento globale è una minaccia gravissima a benessere, salute e stabilità, la scienza ha appena imboccato due strade come bioingegneria e nanotecnologie che promettono potenzialità enormi per trovare soluzioni alle nuove sfide.
La scienza che fa paura. Eppure di questo potenziale positivo nel dibattito non c’è quasi traccia e spesso i progressi della ricerca vengono vissuti come ulteriori motivi di angoscia. “E’ vero, prevalgono i toni apocalittici”, dice Enrico Bellone, docente di Storia della scienza all’Università di Milano e direttore del mensile Le Scienze. “Sui grandi canali di comunicazione - aggiunge - è più facile la vita per le notizie a fortissime tinte, rispetto alle informazioni e ai dati di matrice scientifica. Sul piano delle notizie rende di più, in un paese scientificamente denutrito come il nostro, parlare con enfasi sui pericoli (immaginari) connessi agli Ogm”. Un atteggiamento, prosegue Bellone, “che ha le proprie radici nell’evoluzione della cultura italiana durante l’ultimo secolo, che ha sempre più spiccatamente visto, nella razionalità scientifica, non una forma di cultura, ma una miscela di servizi pratici e di paure”.
MIRKO segnala questo articolo tratto da CorrieredellaSera.it del 18/12/07:
Strage Duisburg: 4 arresti ma sfugge killer - Due mandati eseguiti in Calabria e due in Germania, dove avvenne la mattanza di Ferragosto
REGGIO CALABRIA - Svolta nelle indagini sulla strage di Duisburg avvenuta la notte Ferragosto in cui vennero uccise sei persone. Le forze dell’ordine hanno eseguito due ordini di arresto in Calabria e due in Germania (a Kaarst, un sobborgo di Neuss, e a Oberhausen) nei confronti di appartenenti alla cosca Nirta-Strangio ma è sfuggito il presunto killer: Giovanni Strangio. I reati contestati a vario titolo sono strage e associazione di stampo mafioso in Italia e Germania finalizzata al traffico di armi e alla commissione di omicidi. ARRESTI - Gli arrestati in Italia sono Domenico Nirta, 24 anni, e Domenico Pizzata, 30. In Germania sono finiti in manette Luca Liotino, 35, e Antonio Rechini, 21, tutti considerati fiancheggiatori di Giovanni Strangio, ritenuto dagli inquirenti l’autore della strage e non ancora catturato. I quattro sono stati arrestati alla squadra italo-tedesca anticriminalità nata solo sei giorni fa a Berlino. A Neuss Giovanni Strangio gestiva una pizzeria da cui partì il commando responsabile della mattanza di Ferragosto. LA FAIDA - La faida di San Luca tra le famiglie dei Nirta-Strangio da una parte e dei Pelle-Vottari dall’altra, iniziò nel giorno della festa di carnevale del 1991. All’origine dello scontro tra i due gruppi ci fu un banale lancio di uova avvenuto a San Luca tra un gruppo di giovani del luogo. L’episodio provocò un violento litigio tra esponenti dei due gruppi che portò a un agguato, compiuto il 14 febbraio del 1991, nel quale furono uccise due persone e altre due rimasero ferite. Con il passare degli anni però, secondo polizia e carabinieri, lo scontro tra i due gruppi avrebbe abbandonato l’episodio iniziale e avrebbe mutato i suoi obiettivi guardando in modo particolare al traffico di droga e all’infiltrazione negli appalti pubblici. Dopo un lungo periodo di pausa la faida è ripresa il giorno di Natale del 2006 quando fu uccisa Maria Strangio e ferite tre persone tra cui un bambino. Subito dopo l’omicidio della donna si sono susseguiti altri delitti fino poi a giungere alla strage di Duisburg compiuta il giorno di ferragosto scorso. A metà settembre i boss delle cosche di San Luca, secondo le ipotesi investigative, avrebbero deciso di imporre una tregua forzata.
DANIELA segnala questo articolo di NATALIA ASPESI tratto da Repubblica.it del 18/12/07 e giustifica così la sua scelta:”Il pezzo non è mai morboso. Non scade nel torbido, nonostante un piccolo compendio degli amori passati dei protagonisti. Qualche nota di colore, ma sostanzialmente sobrio nello stile nonostante i contenuti”.
Sarkò e Carla, se i politici esibiscono gli amori
Un tempo gli uomini famosi esibivano vite coniugali integerrime, e se avevano una lacrimosa ed eroica amante, anche con prole, la tenevano nascosta almeno sin dopo le loro fastose esequie, come capitò a Mitterrand. Poi certi sbandamenti anche dei meno romantici divennero affari di stato: cosa ne ha passate il povero Clinton per una cosina in ufficio lo sa il mondo intero, e fanno di lui il primo eroe della distrazione coniugale, e di Hillary la più vendicativa delle mogli. Non lo ha lasciato e si fa aiutare a prendere il suo posto.
Oggi gli uomini famosi, per esserlo di più, devono sbandierare il cosiddetto privato, esibendo baruffe coniugali, riappacificazioni, annunciando e portando a termine divorzi, facendo finta di tenere nascoste nuove ragazze già pronte a farli papà o invece facendosi sorprendere come usa oggi, cioè radunando i fotografi, con delle belle sconosciute in modo da assicurarsi vasti servizi fotografici non solo sui siti e sui giornali di gossip, ma anche sulla stampa di massimo impegno che ormai non può più negarsi al rosa.
Ma le mode corrono veloci e l’ultima è questa, per le celebrità della politica: mettersi insieme a un’altra celebrità, naturalmente non della politica. L’importante è saperla scegliere con la massima oculatezza, in modo che il fermento mediatico sia tale da rendere privi di interesse le gaffe, gli errori, i pasticci e le cattive notizie attorno al politico, che del resto interessano sempre meno.
Prima qualità della nuova innamorata è offuscare la vecchia, che magari a molti pareva divina, fin troppo per lui. In questo modo, se qualcuno aveva pensato che era stata la prima signora a lasciare l’uomo importante avendone trovato uno meglio, tutti sono costretti a pensare che invece a dire basta sia stato lui: gli uomini, anche se di alto livello e potere, sono fatti così, non sono per niente sportivi, non accettano di essere lasciati.
In questo senso il colpo più intelligente l’ha fatto Nicolas Sarkozy, sorpreso, si fa per dire, con una signora molto più celebre, quanto a fascino, di lui: Carla Bruni, 40 anni tra pochi giorni, la conoscono tutti, da quando lui non era ancora qualcuno. Famosa per essere stata tra le top model più belle degli Anni ‘90, famosa per venire da una raffinata e ricca famiglia di origine italiana e per una sorella attrice e regista; famosa da qualche anno come cantante di sue canzoni poetiche molto sensuali: famosa per aver sconvolto cuori e famiglie in vari settori del vippismo internazionale.
Musica rock: Eric Clapton che nella sua autobiografia appena uscita racconta della sua disperazione quando la stupenda signora cominciò a tradirlo platealmente con Mick Jagger che per lei aveva lasciato la bella moglie Jerry Hall. Immobiliare: Donald Trump, certo un errore di gusto, ma chissà. Intellò: una geniale e torbida scorribanda, passando dall’anziano filosofo Jean Paul Enthoven, al di lui figlio Raphael, soprattutto perché genero del notissimo Bernard-Henry Levy. La cui figlia Justine, abbandonata, sputtanandola nel suo romanzo “Niente di grave” pubblicato anche in Italia, ne ha immortalato il fascino funesto.
Da Cécilia a Carla, il presidente mira sempre in alto, anche se, a parte una notevole se pur diversa bellezza, la statura e un passato di modella, per Cécilia senza rilievo, le due signore non sembrano avere molto in comune. L’ex moglie ha quell’aria sbrigativa e forte delle donne che potrebbero vivere sole se non si ritrovassero spesso innamorate. Ha avuto due mariti, vissuto con cinque figli, due suoi, due di Sarkozy, uno di entrambi, si veste firmata ma minimale, se intervistata parla con intelligenza e schiettezza.
La nuova possibile innamorata è languida e apparentemente fragile, la sua voce roca, anche quando chiede un caffè è di quelle che fanno subito pensare al letto, ha un solo piccino avuto dal giovane Enthoven, non si è mai sposata. Cécilia forse non ha un buon ricordo del marito presidente, ma sa tacere, Carla ha l’abitudine di scrivere canzoni sui suoi amanti, anche sbeffeggiandoli. Comunque, per Carla Sarkozy sarebbe il primo, ma forse non l’ultimo, innamorato di un settore, quello politico da lei, pare, non ancora battuto.
BARBARA segnala questo articolo tratto dal sito del Tgcom del 17/12/07:
Treviso, compra voti con merendine - Brogli a elezioni sindaco di una scuola
“Scandalo” in una scuola di Pieve di Soligo (Treviso), dove era stata promossa l’iniziativa di istituire il consiglio comunale dei ragazzi. Ma le elezioni per decidere il “sindaco” sono state annullate per brogli. Durante lo scrutinio delle schede si è scoperto che il ragazzo che ha ottenuto più consensi, ha comprato i voti dei suoi compagni promettendo ricariche telefoniche, merendine e soldi. E in tanti si sono fatti comprare.
Alla fine le elezioni sono state annullate e rinviate di una settimana, mentre il giovane è stato escluso dalla corsa alla poltrona di sindaco.
Questa la vicenda. L’amministrazione comunale pievigina in piena sintonia con i due istituti scolastici presenti nel territorio, il Toniolo, istituto pubblico, e il Balbi Valier, collegio vescovile privato, promuove l’iniziativa di istituire il consiglio comunale dei ragazzi.
Vengono create sette liste al Toniolo e tre al Balbi, con tanto di campagna elettorale per l’elezione del sindaco dei ragazzi, ovvero colui che, con la sua lista, si aggiudicherà il maggior numero di voti in assoluto tra i due istituti.
Il risultato dello spglio è chiaro: vince le elezioni del primo consiglio dei ragazzi un alunno del collegio privato. Qualcuno, però, grida all’imbroglio, tanto che la commissione elettorale, creata ad hoc per le elezioni dei ragazzi, non può far finta di niente.
Si scopre così la verità. Che non è certo di buon auspicio per il futuro…
CLEMENTINA segnala questo articolo tratto da Alice.it del 30/11/07 poichè, contrariamente alla maggior parte di quelli riguardanti il delitto di Perugia, è scritto in modo asciutto e si limita a riportare i fatti:
Amanda e Raffaele Sollecito al Tribunale del Riesame.Oggi si decide la scarcerazione o meno dei due fidanzati
Perugia, 30 nov. (Apcom) - Amanda Knox e Raffaele Sollecito, indagati per l’omicidio di Meredith Kercher, sono arrivati al Tribunale del riesame perugino che dovrà decidere entro oggi se convalidare o meno la custodia cautelare in carcere decisa dal Gip Claudia Matteini.
I due sono stati fatti entrare da un ingresso secondario eludendo così la folta schiera di giornalisti che aspettano davanti all’entrata principale in piazza Matteotti. Gli avvocati delle due parti Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova per la studentessa americana e Luca Maori, Marco Brusco e Tiziano Tedeschi per lo studente barese sono entrati in Tribunale senza rilasciare alcuna dichiarazione. Poco dopo è entrato anche l’avvocato Giuseppe Sereni, difensore di Patrick Lumumba Diya anch’esso indagato per l’omicidio della studentessa inglese ma già scarcerato per mancanza di gravi indizi.
La decisione del Tribunale del riesame è attesa entro le 24 di oggi in quanto scadono i termini previsti per la custodia cautelare. Raffaele e Amanda sono nel carcere perugino di Capanne dal 6 novembre.
BARBARA segnala un articolo tratto dal CorrieredellaSera.it del 30/11/07 e giustifica così la sua scelta: “Finalmente si parla delle sanzioni che verranno applicate a chi diffonda video o immagini non autorizzate, sia in ambito scolastico che non. Obiettivo della direttiva del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni è quello di applicare multe salate per chi assuma questo tipo di atteggiamento in modo da salvaguardare in primis gli istituti scolastici. Penso di far rientrare questo articolo nella sezione “Il meglio” perchè in questo caso si parla delle conseguenze e non si gira intorno al fatto nei suoi risvolti scandalistici, ma si invita indirettamente a riflettere sulle possibili cause che questo tipo di comportamenti determina”.
Videofonini a scuola, l’alt di Fioroni. Chi diffonde immagini altrui non autorizzate rischia le multe del Garante e le sanzioni dell’Istituto
ROMA - Dire “stop” al Far West dei videofonini a scuola. È questo l’obiettivo della direttiva che il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, ha inviato a tutti gli istituiti con il parere favorevole del Garante della Privacy. Chi diffonde immagini altrui non autorizzate, tramite Internet o Mms, rischia grosso, anche a scuola: multe da 3 a 18 mila euro o da 5 a 30 mila euro nei casi più gravi (che possono essere comminate dall’Autorità garante della privacy), ma anche sanzioni comminate dai propri Istituti scolastici.
«PERCHE’ GLI STUDENTI SIANO PIU’ CONSAPEVOLI» - «Questo provvedimento - ha spiegato Fioroni in una conferenza stampa dopo aver ricordato un lunghissimo elenco di episodi di uso improprio di telefonini e affini - non serve ad aggiungere un divieto, ma a render consapevoli e informati studenti insegnanti, dirigenti scolastici e a prevenire azioni che possono violare la privacy e provocare danni rilevanti anche sul piano giuridico». «È una circolare - ha aggiunto il presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti - che mette al centro il dovere della scuola di informarsi per informare, di studiare per insegnare».
DANIELE segnala un piccolo articolo tratto dal Corriere della Sera del 30/11/07, giustificando così la sua scelta:”Ho riscontrato in questo pezzo un antitodo al trash importante elencato dal professor Talamo durante il laboratorio sul giornalismo antitrash: il modello Ansa con scenografie non aggettivate”.
La famiglia Riina chiede i danni - I legali del capo mafia hanno presentato una richiesta di risarcimento agli autori della fiction «Il capo dei capi»
PALERMO - La famiglia del boss mafioso Salvatore Riina, attraverso i legali del capo mafia, ha presentato una richiesta di risarcimento danni agli autori della fiction «Il capo dei capi», andata in onda su Canale 5. Secondo il parere della famiglia, la fiction avrebbe rappresentato «una lesione all’immagine» del boss arrestato nel gennaio del ‘93 dopo anni di latitanza. La famiglia Riina è rappresentata dagli avvocati Luca Cianferoni, Riccardo Donzelli e Antonio Malagò.
DANIELE segnala questo articolo tratto da L’Unità del 29/11/07 e scritto da MARIA NOVELLA OPPO:
L’assassino in tv
Sullo straripare della cronaca nera nei tg e nei pomeriggi dell’intrattenimento televisivo più efferato, è già stato detto molto e, quasi quasi, tocca essere grati a Bruno Vespa per aver reso così evidente e spettacolare l’abuso da averci avvertiti del suo uso politico. Come dire che il male, quando supera il livello di guardia, in qualche modo diventa creditore del bene. E tutto questo lo diciamo dopo aver saputo dai notiziari dell’arresto del padre dei fratellini di Gravina, due bambini che sono stati ormai «iconizzati» nei programmi dedicati alla loro scomparsa. Li conosciamo attraverso i filmini delle feste in famiglia e le riprese delle telecamere per strada, durante la loro ultima passeggiata. Così come abbiamo visto tante volte con commozione il padre fare appelli dal video, mostrando le foto dei figli e supplicando notizie utili per la loro salvezza. Perché ormai anche gli assassini più brutali, dopo tanta scuola, hanno imparato a usare la tv come strumento «politico». La potenza del mezzo è tale da oscurare il fine per il quale viene usato.
GIUSEPPE segnala un articolo tratto da Il Tempo.it del 27/11/07 e giustifica così la sua scelta: “L’articolo si inserisce bene, a mio avviso, nella sezione IL MEGLIO in quanto affronta, con tono pacati ed evitando scandalismo, moralismo, retorica ed insinuazioni facili, una vicenda di per sè “pecoreccia”. Una prostituta che usa una cappella del cimitero come alcova per le proprie prestazioni ed un bassissimo mondo di sorveglianti compiacenti e, probabilmente, fruitori dei servizi della riconoscente professionista… Gli ingredienti per il trash c’erano tutti ma l’autore ha evidentemente preferito evitare la descrizione dei soliti “brutti, sporchi e cattivi”!”.
Si prostituiva al Verano. Implicati dipendenti Ama
E’ quanto emerge dalle indagini avviate all’interno del cimitero monumentale della Capitale. “Chiunque si sia reso responsabile di una circostanza del genere -ha detto il sindaco- dovrà pagare il prezzo che è giusto che paghi. A verbale della Giunta è stata messa la richiesta formale di Ama e Trambus di operare per individuare e prendere provvedimenti contro i responsabili di questa odiosa vicenda, di una gravità assoluta”. Alle due aziende, in particolare al servizio cimiteriale Ama, toccherà, secondo le richieste del primo cittadino e della Giunta, “procedre ad individuare anche chi ha fatto entrare la donna nel cimitero e le ha consentito di svolgere l’attività. L’amministrazione comunale si costituirà parte civile”. Sdegno è stato espresso dai laici del Don Orione:”Al peggio non c’è mai fine, ma che si arrivi al totale disprezzo di un luogo di assoluto rispetto come il cimitero è assurdo. Chiediamo che venga celebrata, proprio nel Verano, una messa riparatrice per l’oltraggio perpetrato ai danni di tutti i nostri defunti di ogni religione e cultura.
FELICE segnala questo articolo di MARCO TRAVAGLIO tratto da L’Unità del 15/11/07 (omettendo purtroppo il titolo):
Fervono a Milano i festeggiamenti per il centesimo compleanno dell’Arnoldo Mondadori Editore. Tra un convegno, una mostra e un vernissage, il centro di Milano (Scala, Galleria, Palazzo Reale) è stato per l’occasione privatizzato e trasformato dalla giunta Moratti in un gigantesco set per celebrare degnamente l’anniversario. Un libro, Album Mondadori 1907-2007, ricostruisce il primo secolo di vita del glorioso marchio. Purtroppo nell’indice dei nomi ne mancano due fondamentali: Metta Vittorio e Previti Cesare. Il primo è il giudice della Corte d’appello di Roma che il 24 gennaio 1991 annullò il lodo Mondadori e consegnò la casa editrice a Berlusconi, sottraendola al legittimo proprietario De Benedetti. Il secondo è l’avvocato occulto di Berlusconi che, insieme ai colleghi Pacifico e Acampora, fece recapitare a Metta almeno 400 milioni di lire in contanti, messi gentilmente a disposizione della Fininvest. Una storia così torbida e avvincente meriterebbe un Giallo Mondadori tutto per sé, o almeno un capitolo dell’Album encomiastico. Invece niente. Silenzio assoluto. Fra i rulli di tamburo e gli squilli di trombone delle celebrazioni, nessuno ricorda che da 16 anni Berlusconi possiede un gruppo editoriale, il primo d’Italia, che non gli appartiene. E come si chiama, dizionario alla mano, chi possiede una cosa che non gli appartiene? Ladro, se l’ha rubata lui. Ricettatore, se l’ha rubata un altro per lui. Per carità, parlare di furti o di ricettazioni avrebbe rovinato la festa. Ma qualcuno, almeno fra le righe, avrebbe potuto scriverlo che la prima casa editrice italiana fu sottratta 16 anni fa al legittimo proprietario dall’attuale capo dell’opposizione, che fra l’altro non l’ha ancora restituita. Non c’è nemmeno bisogno dei verbi al condizionale o dell’aggettivo «presunto», per raccontare questa storia: la sentenza di condanna di Previti, Metta & C. è definitiva da qualche mese, proprio come la prescrizione di Berlusconi. Per dire: forse Salman Rushdie e David Grossman, anch’essi l’altra sera alla Scala, non hanno mai saputo che i loro libri in Italia vengono pubblicati da un abusivo, che comprava giudici e sentenze. Sarebbe il caso di farglielo sapere. Ma non c’è pericolo: anche questa volta lasceranno l’Italia senza sospettare nulla. Leggendo i giornali di ieri han trovato molti particolari sull’abbigliamento di Marina Berlusconi, sulla pettinatura di Piersilvio, sulla lacca della Moratti (pare che il buco dell’ozono, che si stava restringendo, abbia ricominciato ad allargarsi), sulla leggendaria simpatia di Vespa e Confalonieri, ma nemmeno una parola sulla sentenza della Cassazione che ha definitivamente sancito l’illiceità del passaggio della sentenza che annullò il lodo Mondadori e sconvolse gli equilibri editoriali (e anche politici) dell’Italia. Visto che alla cerimonia ha preso parte l’Ingegnere (che nella causa civile da lui intentata ai berluscones attende la restituzione del maltolto, quantificato in un milione di euro), sarebbe stato facile ricordare, in due righe, com’è finita la faccenda. Invece niente, nemmeno una parola. Esemplare la paraculaggine della Stampa, che nella didascalia sotto la foto dell’Ingegnere scrive: “Lo sconfitto: De Benedetti battuto nel 1991 nella guerra per il possesso della casa editrice”. Ecco, secondo La Stampa le sentenze comprate si chiamano “guerre”, tant’è che Marina auspica la pace. Uno deruba un altro, poi i giornali scrivono che i due erano in guerra, ma ora faranno la pace. Strepitoso. Più pudicamente, il Corriere evita di ricordare chi controlli oggi la Mondadori e come se la sia procurata. Sul Giornale della ditta, Mario Giordano Bruno Guerri infrange il muro della decenza, e scrive testuale: «La fine del 1984 era il periodo della grande crisi della casa editrice, messa in pericolo dall’investimento televisivo e dall’assalto di De Benedetti». Ecco: il pericolo era De Benedetti che comprò il gruppo, non Previti che comprò i giudici. E tutti vissero felici e contenti.
Ps. L’unico a ricordare la storia più recente della Mondadori è stato Piero Ricca, che ha tentato di volantinare stralci della sentenza in piazza Scala. Ma la Questura ha pensato bene di farlo prelevare con la forza e rinchiudere in commissariato per tutta la durata della cerimonia. Sarebbe interessante sapere dal questore e dal Viminale quale reato commetta un cittadino incensurato distribuendo sentenze della Cassazione e se Milano sia ancora una città libera o sia stata invece annessa a Milano-2. Attendiamo fiduciosi risposte.
ALESSANDRO segnala un video inedito tratto da You Tube contenente un servizio giornalistico su un’intervista fatta a Paolo Borsellino un paio di giorni prima della morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, giustificando così la sua scelta: “Questo è un ottimo servizio giornalistico (suo malgrado “sommerso” e tremendamente sempre attuale) andato in onda durante fasce orarie discutibili e oscurato dai vari canali pubblici e privati (ma trasmesso dalle testate francesi e dal direttore di rai news 24), che si colloca a mio avviso tra quelli di miglior fattura, poichè dà un ruolo centrale alla notizia pervenuta peraltro da un’autorevole fonte pubblica”.
Intervista a Paolo Borsellino del 21 maggio 1992
FRANCESCO segnala un articolo (omettendo purtroppo titolo, data e fonte) scritto da ENRICO MAIDA, motivando così la sua scelta: “A mio avviso il giornalista lascia grande spazio alla suggestione emotiva nel suo scritto, poiché si sofferma ad evidenziare tre situazioni che fanno scorgere il lato umano, positivo e goliardico del mondo calcistico. La sua partecipazione è struggente, descrive goal e personaggi con i toni di un vero appassionato. Non si lascia mai però sopraffare dall’emotività; con lucidità descrive la situazione di Prandelli e il suo abbandono della Roma, dimostrando rispetto e stima per un professionista del suo calibro. Verso la conclusione dell’articolo possono leggersi fra le righe delle allusioni agli episodi più infelici del calcio; ma la soluzione per il Maida è sempre la stessa: il cuore e la passione”.
Ecco il testo:
Quello che molti politici non riescono a comprendere è che il calcio ha una forte componente sentimentale che non è mai negoziabile. I soldi naturalmente sono importanti e in qualche caso pericolosamente devianti, ma è la parte passionale che sostiene tutto il movimento e ne spiega non solo la popolarità, ma anche la resistenza davanti a traumi apparentemente irreversibili. Ci sono tre immagini nelle ultime ore a segnare una specie di linea di demarcazione tra le storture e le bellezze di un mondo particolare. I bambini a San Siro durante Inter-Atalanta, per cominciare, facevano un tifo allegro, quasi scanzonato, così lontano da quello becero di tanti stadi italiani. Certo, si tratta di un’immagine un po’ artificiosa perché i bambini erano stati messi lì proprio per questo, per sostituirsi ai tifosi «cattivi», ma si trattava comunque di una speranza e di un esperimento da ripetere. All’Olimpico, intanto, si realizzava una favola straordinaria che non avrebbe potuto essere scritta con parole così struggenti dal migliore dei romanzieri. Il gol di Fabio Firmani, unico romano nonché tifoso laziale, alla fine di Lazio-Parma assumeva un significato quasi simbolico. Proprio sotto la Nord, la curva del tifo laziale più acceso, quella che all’inizio aveva disertato salvo poi occupare il settore con una gigantografia di Gabriele Sandri. Quella foto di Firmani che bacia Gabbo è un poster di lazialità purissima che trasmette un’emozione forte anche in chi non è coinvolto. E quel gol, arrivato in circostanze davvero romanzesche con il pallone che sembrava guidato dal Cielo, è qualcosa che sarà difficile dimenticare per i tifosi della Lazio. Sarà forse una delle tante cose da raccontare ai nipoti. La terza immagine è quella di Manuela, la dolcissima moglie dell’allenatore della Fiorentina Cesare Prandelli, che si è arresa ieri a un male terribile. Non è un caso che da Totti alla Juve, dall’Inter al Milan, tutti abbiano voluto condividere il dolore di Prandelli. Che per stare vicino alla moglie malata, aveva scelto tre anni fa di abbandonare il calcio e la Roma che l’aveva appena ingaggiato affidandogli una difficile ricostruzione. «Io sono fortunato, posso permettermelo» aveva spiegato con incredibile serenità Prandelli senza imbarazzarsi per aver accostato la fortuna al dolore. Da quel giorno Cesare era diventato uno di noi. Ma soprattutto un uomo da rispettare e ammirare ogni settimana per i suoi atteggiamenti sobri, mai sopra le righe. Un professionista esemplare, una persona per bene, un marito innamorato. Gabbo, Manuela e i bambini non hanno nulla in comune se non il fatto di avere rappresentato insieme, in poche ore, disperazione, passione, amore e speranza in un mondo, quello del calcio, che è molto più sentimentale di quanto sembri. E il cuore, alla fine, vince sempre.
GIULIO segnala un articolo tratto da La Repubblica del 14/09/01, di cui purtroppo omette il titolo e giustifica così la sua scelta: “Credo che questo articolo, uscito a pochi giorni di distanza dai tragici eventi dell’ 11/9, si sia distinto positivamente dal resto della produzione mediale. Ci leggo una precisa volontà di andare oltre la radicale divisione in due del mondo: noi i buoni, loro i cattivi.Senza mai scadere in facili moralismi, cercando di distinguersi dalle altre voci del coro, fornendo un’interpretazione “alternativa” allo “scontro tra Civiltà”, l’autore mostra una lucidità interpretativa che molti(se non moltissimi)altri non hanno avuto”.
Tutti a dire: siamo in guerra. Sarà. Ma certo è una guerra strana. A me colpisce una cosa: è una guerra senza confini. Non nel senso che è dappertutto: nel senso che, fisicamente, non ci sono confini da difendere, o da attaccare, o dove mandare le truppe, o da fortificare. Togliete al concetto di guerra il concetto di confine e vi trovate tra le mani poco più di un nome che significa poco, forse niente. Sono mai esistite guerre senza confini? Quando proprio due nemici non avevano la possibilità di avere un confine in comune dove scannarsi, se lo andavano a cercare: Vietnam, per dire. Ma dove sono i confini di questa guerra, dov’è la prima linea, dov’è attestato il nemico? Il fatto che non ci sia un risposta certa, dovrebbe far pensare: è un anomalia che ha qualcosa da insegnarci. Vorrei provare a semplificare. Dove cade l’idea di confine, cade l’idea che il nemico sia altro da te.
Se non c’è un confine tra te e lui, tu e lui siete, in qualche modo, la stessa cosa. Il nemico è dentro di te. Psicologicamente, e non solo, è una prospettiva terrificante. E infatti, nonostante la palese assenza di confini, anche in questa guerra tutto il pianeta sta cedendo all’istinito di andarli a cercare: si incomincia con l’identificare il nemico in Bin Laden, ma poichè il terrorismo è per sua costituzione nomade e non offre confini stabili, si va al di là tracciando un’immaginaria linea tra mondo islamico e mondo occidentale che sarebbe uno splendido confine se non fosse che, appunto, è immaginario: è una linea che separa due civiltà, d’accordo, ma fa acqua da tutte le parti e non è certo un compatto, lineare fronte di guerra. Così, abbastanza comicamente, si finisce per guardare all’Afghanistan e al Pakistan con la speranza di trovare almeno lì la nettezza di confini, la pulizia di Stati limpidamente nemici, la vecchia rassicurante realtà di frontiere da attaccare o al di là delle quali bombardare qualcosa. Si guarda da quella parte perché gli indizi portano lì, ma anche perché da quella parte troviamo la guerra come la conosciamo, come abbiamo imparato a combatterla, come la possiamo sopportare. L’alternativa, quella sì, sarebbe vertiginosamente terrificante: non ci sono confini, il nemico non è più davanti a noi, ma dentro. E’ quell’alternativa che, a ragione, ci rifiutiamo di prendere in esame. Ed è paradossale: perché, a rigor di logica, quella alternativa disegna la possibilità più verosimile. Provo a spiegare. Sarà un’osservazione banale, ma se uno pensa agli anni dalla seconda guerra mondiale a oggi e ricorda i diversi scontri tra l’Occidente e l’impero del male di turno, non può non notare come, fisicamente, i chilometri di confine coinvolti in quelle guerre, si riducano progressivamente fino all’assurdo: dai fronti della Seconda Guerra ai pochi chilometri di fronte israelianopalestinese, passando per la Corea, il Vietnam, l’Iraq e la Serbia, quello a cui si assiste è un restringersi vertiginoso degli spazi fisici in cui l’Occidente è riuscito a trovare un confine in cui combattere. La cosa non è casuale. Deriva da una scelta tattica ben nota: quella, praticata in quei decenni, di metabolizzare il nemico piuttosto che schiantarlo, di comprarlo invece che distruggerlo, di invischiarlo nel propri mercati al posto di distruggerlo. Decenni di una simile tattica (alcuni la chiamano globalizzazione), perseguita con genio e inossidabile costanza, hanno in effetti ottenuto di togliere al nemico la terra sotto ai piedi, riducendo drasticamente i confini a rischio: oggi, di fatto, la parte del pianeta che può dirsi realmente indipendente dai soldi dell’Occidente, e che quindi potrebbe permettersi il lusso di diventarne un nemico, è significativamente esigua: se poi si tolgono i Paesi sottosviluppati (senza la forza di fare la guerra) e quelli in cui la resistenza è legata alla mitomania di un despota (Gheddafi o Saddam), le parti di pianeta realmente ostili si riducono al lumicino. Detto in termini sintetici, l’Occidente è molto vicino ad essere tutto. Che significa: confini, zero. La guerra scoppiata l’11 settembre sembra, con simbolica e accecante esattezza, l’apoteosi di questo processo. Definitivo azzeramento dei confini e unanimità pressoché globale nella condanna dell’attacco agli Usa. Fino a pochi anni fa sarebbe stata fantascienza, ma adesso è il mondo com’è, realmente, in questo momento. Un unico sistema, indubbiamente molto fragile, ancora abbozzato, ma sterminato, che ha quasi ridotto a zero l’altro da sé. Per un sistema come quello, cosa può mai essere la guerra? Lo scontro con qualcosa che viene da fuori? Difficile. E allora: il cedimento o la ribellione di una parte di sé. Ciò che sarebbe logico pensare è: il nemico è dentro al sistema, non fuori. Per quanto sgradevole ci sembri, la cosa più logica sarebbe pensare: il nemico è dentro. Cercatelo lì. La sento già la domanda: e allora chi è stato? Un lobbysta repubblicano, un businessman asiatico rimasto fuori dal giro, un miliardario svedese afflitto da crisi religiosa? Mi rendo conto che messa giù così è grottesca. Ma ho una cosa da dire. Nel modo più semplice: siamo proprio sicuri che Bin Laden sia definibile come qualcosa di altro dall’Occidente? Da dove arrivano i suoi soldi? Perché è miliardario? Con chi ha fatto affari per diventarlo? Trovava oro in una valle segreta fuori dal mondo globalizzato? Quanto denaro gli abbiamo messo in tasca? E quanto denaro ci ha messo in tasca lui mettendolo in circolo nel sistema sanguigno della ricchezza occidentale in tutti questi anni? Provate per un attimo a resettare tutto e immaginarlo così: un uomo d’affari come tanti che a un certo punto però si rivolta contro il sistema. Non è poi tanto inverosimile, no? Ci rassicura pensarlo come un nemico che viene da fuori e basta. Ma se lo pensiamo come una cellula del sistema, in tutto uguale alle altre, che a un certo punto impazzisce e inizia a divorare l’organismo dall’interno, non è che siamo poi così lontani dalla realtà. Certo che non preme ai confini: scava da dentro. Si inghiotte le Twin Towers: e lo può fare, perché lui è qui, non è là fuori, è dentro, non al di là di confini che non esistono più. Posso sbagliarmi, ma a me l’11 settembre sembra il crudele prototipo di quello che può diventare il futuro. Non credo che sarà mai possibile attribuire quell’attacco a qualcuno o qualcosa di integralmente altro dall’attaccato. Penso che lì si sia inaugurata una nuova epoca possibile, in cui guerra sarà sempre o per lo più scontro tra il sistema e parti di sé che, fisiologicamente, degenerano e sfuggono al suo controllo. Penso che vedere tutto il mondo schierato al fianco degli americani non deve indurci a pensare che il nemico è debole o isolato, ma che il nemico non verrà mai più dalla parte da cui è sempre arrivato. Penso che l’ambizione a essere un pianeta unito e pacifico - meravigliosa ambizione - non otterrà mai un mondo perfetto, ma un mondo in cui la parola guerra significherà qualcosa a cui non siamo abituati. Penso che i confini, spariti dalla superificie degli atlanti, sopravviveranno nel tessuto del sistema, come linee che lo attraverseranno verticalmente invece di disegnare, orizzontalmente, sulla superficie della terra, le geometrie di una guerra. Penso che Bin Laden, così come il ragazzo del Black blok che sfascia vetrine con le Nike ai piedi, sta al di là del confine, ma di un confine verticale, non più orizzontale, che non c’entra più niente coi vecchi confini e che non siamo ancora capaci a leggere. Penso che il sogno di diventare un unico Paese globale - meraviglioso sogno - si realizzerà soltanto attraverso la violenza, la sofferenza collettiva, e una sostanziale sospensione della difesa dei più deboli e dei vinti: e penso che tutto questo non sarà cancellato ma sopravviverà come ferita destinata a infettare dall’interno il sistema, in una guerra logorante che non siamo ancora capaci a combattere, ma che non sarà meno inevitabile delle vecchie guerre che abbiamo combattuto per secoli. Penso che tutto questo assomiglia molto a una storia di fantascienza. Ma ho visto un Boeing sventrare le mura di Manhattan. E so che, da quel momento, immaginare il futuro è diventato un gesto da compiere senza prudenza e senza vergogna.



