
Un re dello spettacolo o dello sport fa nella vita un milione di cose, ma ce n’è una che lo definisce, lo descrive fino al fondo dell’anima. Una cosa che lo insegue fino all’ultimo giorno. Per Michael Jackson fu l’ossessione di cambiare pelle, ma non metaforicamente: diventare bianco, dissociando per sempre il suo talento musicale dall’etnia di cui era figlio. Per tanti anni fu questo il marchio della sua fama, la traccia principale del suo divismo, il suo tesserino d’identità nello star system. Una targa da infantile-eccentrico che andava oltre la sua arte, i suoi balli, la musica funambolica che divampava sul palcoscenico come una luce molto più intensa dei riflettori. Diventare bianco a tutti i costi, in una sorta di razzismo esercitato contro se stesso. Un rigurgito psicologico del “grande” che si sente comunque inferiore, comunque estraneo al mondo che lui stesso ha costruito. Diventare bianco per scalare quella “normalità” che neppure il successo mondiale riusciva a garantirgli. Una normalità da vincere, toccare e poi subito profanare con l’altra sua trasgressione estrema, la pedofilia; un peccato imperdonabile per tutti, ma non per l’artista che in tutto il pianeta simboleggia la sindrome di Peter Pan. Michael Jackson è per tre decenni il monarca-bambino cui tutto è permesso. Esagera, distrugge, trascina i suoi eccessi fino all’ultimo respiro. Dicono che sia morto per i troppi farmaci, e anche questo è un simbolo: i farmaci servono a curare chi vuole vivere, lui li ha usati ed abusati in un continuo e spaventoso insulto alla vita. E’ la stessa malattia dell’anima che, una settimana prima di morire, gli fece dire “sono un uomo finito”, mentre la voragine dei debiti lo pretendeva ancora scintillante e saltellante, come un dio che concede se stesso - ciò che resta del suo corpo - ad altri dèi più potenti: i fans. (leggi tutto)
A pochi giorni dalla scomparsa non potevamo non ricordare Michael Jackson, icona del nostro secolo e forse per ciò trattato, anche davanti ad una vicenda umanissima come la morte, come un mito invincibile. Nei telegiornali si rincorrono ossessivamente le immagini dei suoi ultimi giorni di vita tra prove, canzoni e balletti, come a voler sottintendere che non è possibile che, uno così ancora pieno di vitalità, se ne sia andato per un infarto improvviso come capita a molti comuni mortali.
Già, perché Jacko era un mito…e chi meglio dei media può saperlo?