Archivio di Aprile 2009

Spegnerla o cambiarla? Come salvarsi dalla tv

Lunedì 27 Aprile 2009

Fra i vicoli della società globale serpeggia un disagio, un malessere crescente. Ogni tanto provoca una fitta più acuta, poi per un po’ si acquieta. Ma eccolo riemergere di nuovo con il pretesto di Michele Santoro, di un grande fratello troppo sboccato, di un titolo sbagliato, di un’intervista-choc.E’ il “mal di tv”. La scatola magica che dagli anni ’50 riempie le nostre case si è dilatata un po’ troppo, e non solo fisicamente. Il mega-schermo può anche fare arredamento, ma i suoi contenuti hanno preso un andazzo che molti giudicano insostenibile. I fiumi di letteratura sull’argomento si possono riassumere in un concetto: è vero che la comunicazione moderna è spettacolo, ma ormai lo spettacolo dilaga anche dove non deve. Se ciò che conta è solo l’audience, non prevale più ciò che interessa o informa: prevale ciò che attrae per un attimo, che stupisce per il tempo di uno spot. E non c’è dubbio che il “trash” attragga. Perché indugia spietatamente sui drammi degli uomini, cerca la lacrima e se può la provoca, rende paradossali le cose serie, elegge a protagonisti non i migliori ma i più vistosi, premia regolarmente non chi parla ma chi grida, non chi partecipa ma chi esagera.In tutto l’Occidente il processo alla tv (e, in essa, ad un certo giornalismo scandalistico) prende forme sempre più ardite. A Londra si è decisa la “Tv Turnoff Week”, la settimana della televisione spenta. In pratica, gli inglesi sono invitati a rinunciare alla tv per sette giorni. L’obiettivo è scoprire com’è bello quel “vuoto” che si crea di sera, con l’improvviso bisogno di sostituire il vocìo della tv con le proprie parole, con giochi e scherzi magari da concedere ai bambini, oppure con una stanza in penombra, la lampada accesa e il silenzio della lettura.(leggi tutto)

di SERGIO TALAMO (24 aprile 2009 

TV…scatola magica o maledetta? Anche questa settimana abbiamo voluto proporvi l’analisi di Sergio Talamo come spunto di riflessione…

A Tortoreto tra gli sfollati, dove rinasce la speranza

Domenica 19 Aprile 2009

A Tortoreto, quieta costa dell’Alto Abruzzo, l’animazione è insolita. In questa stagione la gente è abituata a vedere famiglie che timidamente si affacciano sul lungomare, come ad assaporare il primo sole, il tepore mischiato alle folate di aria fresca, l’estate che fa capolino tiepidamente.
Oggi sul lido c’è un’atmosfera surreale, fra marocchini e cinesi pienamente integrati che fanno jogging e altri abruzzesi dal viso spaesato e mesto, persi in un camminare che pare pesante, forzato. Passeggiano tra le aiuole, mentre gli stabilimenti ancora chiusi promettono bibite e gelati, e la pista ciclabile sembra invitarli a godersi le feste. Ma loro hanno lo sguardo di chi ripensa ad un posto lontano. L’Aquila è a soli
100 chilometri
, ma oggi sembra l’Africa, le Filippine, la Bosnia, la terra magnifica e perduta di una leggenda. Sono immigrati in casa loro. Sono vivi, ma sentono di aver lasciato un pezzo di se stessi. Sono nella terra di mezzo fra un passato già remoto e un futuro che nessuno sa.
Entro nella scuola elementare di Tortoreto con la premura di chi viola la casa dei bambini. Sui muri, tra i disegni di Sara e Matteo, le scritte tipiche dei negozi: “Abbigliamento donna”, “Intimo bambino”, e poi un’immensa distesa di scarpe. La scuola di Tortoreto è una specie di quartier generale. È diventata “il centro di raccolta e di distribuzione di generi di prima necessità”.
Le persone che affollano la scuola sono divise in due categorie. I volontari e gli assistenti sociali non si riconoscono solo dalla pettorina gialla ma dal frenetico accorrere lì dove qualcuno ha bisogno di qualcosa, anche se magari non sa come chiederlo. Si vede che la gente di questo paese fa più che un lavoro. Vive il suo orgoglio di essere utile davvero, di stare dentro alla sua epoca martoriata, di lenire il dramma dell’abruzzese della porta accanto. La seconda categoria è fatta dagli uomini e le donne che si aggirano fra i “reparti”. Nessuno pensi che siano fantasmi o larve umane. Sono persone vere, vitalissime, solo che vagano senza ancora una meta né una bussola. Prendono una camicia, provano un paio di scarpe. Non sono abituati ad essere assistiti, né i poveri né i ricchi, né i professori né i contadini. (leggi tutto)
 

di SERGIO TALAMO (Il Messaggero 16 aprile 2009) 

Il devastante terremoto dell’Abruzzo ha spazzato via vite umane, case, chiese, monumenti, sogni, speranze. Ma non il ricordo di ciò che era, non la volontà di ricostruire e ricominciare, non la dignità di un popolo che, anche se in ginocchio, appare fiero ed orgoglioso.  

Abbiamo voluto proporvi la testimonianza di chi ha potuto guardare negli occhi questi piccoli grandi aquilani…

Un vero giornalista antimafia anche se non è iscritto all’Ordine

Mercoledì 8 Aprile 2009

La MAFIA ti uccide facendoti il vuoto attorno, diceva Giovanni Falcone. Nulla è cambiato dai suoi tempi. La parola è ancora l’arma più spietata. Roberto Saviano racconta in tv che al suo paese, quando fanno fuori qualcuno, poi lo diffamano perché di lui non resti più nulla.
Nessuno sa chi siano don Peppino Diana, prete di 35 anni ucciso in canonica perché parlava troppo, né Salvatore Nuvoletta, carabiniere di 20 anni massacrato davanti al bar solo perché lo si riteneva (peraltro a torto) autore dell’incarcerazione di un boss. Don Peppino e Salvatore sono stati “archiviati” dalle voci messe in giro dai camorristi e rilanciate da una certa stampa locale che parla dei mafiosi come di eroi e chiama infami i pentiti.
Pino Maniaci non è un prete né un carabiniere. È un tipo dall’aspetto poco eroico che parla mangiandosi le parole e fuma sigarette come se le mangiasse. Non si può giurare che sia simpatico, né che tutto ciò che dice sia oro colato. In compenso gestisce da 10 anni Telejato, una tv locale che opera a Partinico (Palermo) e informa senza far sconti alle cosche di Partinico, Alcamo, San Giuseppe Jato, Corleone… Finora Maniaci si è beccato, insieme ad un numero imprecisato di minacce, un pestaggio in piena regola, il rogo della sua auto e 260 querele. Oggi Pino Maniaci è stato rinviato a giudizio. Per qualche inchiesta antimafia? No. Per “esercizio abusivo della professione di giornalista”. Non ha il tesserino, insomma. Lui si giustifica così: «Non ho 10 minuti per farmi la barba, non li posso trovare per fare richiesta all’Ordine». (leggi tutto)

 di SERGIO TALAMO (Il Messaggero 2 aprile 2009)

E’ vero che per risultare legalmente giornalisti bisogna essere iscritti all’Ordine, ma costituisce ciò una garanzia di professionalità, capacità e serietà? A giudicare da quello che spesso si legge sui giornali e si vede in tv, ci sembrerebbe di no. Voi cosa ne pensate?