Come avevamo previsto, cari amici del blog, il convegno Cane da guardia o da salotto?, organizzato dalla neonata associazione “Giornalismo e Democrazia” il 6 novembre scorso alla Regione Lazio, ha dimostrato come la crisi di identità del giornalismo non sia pregiudizio da bar o un’elitaria percezione da universitari ma una malattia avvertita in modo acuto dagli stessi addetti all’informazione.
La deriva del giornalismo-trash, materia di analisi dei nostri laboratori e del nostro Blog, è l’altra faccia della medaglia rispetto ai temi citati nell’incontro: il condizionamento politico-economico, la commistione con la pubblicità, la scomparsa del giornalismo d’inchiesta, la perdita della vocazione a ricercare la verità e ad informare nell’interesse del cittadino. Tutti vizi all’origine di un giornalismo senza più orgoglio e autonomia, sempre più pronto ad imboccare le scorciatoie dello scandalismo seriale per ottenere effimeri successi di “audience”.
Davanti a professionisti dell’informazione e studenti delle scuole di giornalismo sono intervenute personalità come Mario Morcellini, Roberto Natale, Andrea Vianello, Piero Marrazzo, Mauro Paissan, Raffaele Fiengo, Mimmo Candito, Pino Rea. A fare da padrone di casa il giornalista Vittorio Roidi, uno dei fondatori di Giornalismo e Democrazia.Riportiamo alcuni dei concetti emersi nell’incontro.
Roidi: “La nostra associazione è un osservatorio indipendente sullo studio dell’attività giornalistica che si propone di analizzarne modalità, difficoltà e difetti; di affermare la concezione che tale lavoro va svolto nell’esclusivo interesse del cittadino; di coniugare la libertà di stampa con la protezione dei diritti individuali. Abbiamo scelto per questo primo incontro un titolo forte perché vogliamo andare all’osso del problema in maniera decisa. La deontologia è sempre più estranea al lavoro quotidiano, che scivola verso una dimensione ripetitiva ed impiegatizia. La pubblicità e la notizia, l’informazione e la piaggeria verso il potente si intrecciano in una micidiale miscela. Il cittadino deve pretendere un’assunzione di responsabilità da parte dei giornalisti e quel rispetto per l’opinione pubblica che sta scomparendo. E, anche se leggi in tal senso ci sono state ed un forte appoggio è venuto dall’università, è soprattutto nelle redazioni dei giornali che deve crescere una nuova sensibilità della categoria”.
Morcellini, presidente dei corsi di laurea in Comunicazione: “Il giornalismo è in crisi e sembra non farcela a risalire la china. Ci accorgiamo che tale crisi è favorita dalla riduzione della distanza intellettuale tra chi offre informazione e chi la riceve: i lettori moderni sono più competenti e desiderano fare a meno della mediazione. Ad essere in crisi non è il bisogno di informazione, ma la capacità di fare buona informazione e di mediare i processi di cambiamento. Le condizioni per il rilancio ci sono, ma ci vuole forte autocritica, abbandono della chiusura della professione, riduzione delle distanze con gli interlocutori ed un nuovo rapporto di fiducia reciproca”.
Natale, presidente Fnsi: “Dobbiamo ripensare prima di tutto le regole del sistema, perché viviamo nel paese dei conflitti di interesse e dei condizionamenti. Per questo, agli Stati Generali dell’editoria porteremo il tema dell’indipendenza del giornalismo. Ci stiamo battendo contro la legge Gasparri e se il disegno di legge sulle intercettazioni - che rischiava di imbavagliare la stampa - non è passato, è anche grazie alla nostra opposizione. Per quanto riguarda le regole della professione, l’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha approvato una legge per cui, d’ora in avanti, l’unico iter per accedere alla professione sarà quello universitario, ed i procedimenti disciplinari nei confronti dei giornalisti dovranno essere rapidi. Questi i passi ancora da fare: ridurre fortemente il precariato, valorizzare la multimedialità, eliminare la contaminazione con la pubblicità, ripensare il concetto di par condicio in una prospettiva di minor autocelebrazione dei politici e maggior spirito di indagine dei giornalisti”.
Vianello, conduttore di “Mi manda Rai Tre”: “A chi ci accusa di fare dell’intrattenimento, rispondo che noi siamo soprattutto al servizio del cittadino, ma come ogni contenitore televisivo dobbiamo anche fare ascolto. Non saremo cani da guardia, ma nemmeno assistenti sociali. Il problema è piuttosto l’autoreferenzialità dei politici in tv, che fanno slogan più che dichiarazioni senza un giornalista davanti che gli faccia le domande… Inutile nascondere che esiste in Italia un problema di condizionamento dei media da parte del potere politico ed economico, per cui la distinzione tra controllori e controllati si affievolisce. E’ vero, siamo diventati più cani da salotto che da guardia”.
Marrazzo, presidente della Regione Lazio ed ex giornalista: “Il giornalismo dovrebbe essere sempre al servizio del cittadino. Oggi al contrario abbondano gli opinionisti e sono pochi i cronisti perché si ha poca voglia di andare in strada. Prima c’erano grandi uomini che vivevano la professione giornalistica come una missione. E’ importante recuperare la funzione di controllori al servizio dell’opinione pubblica, una funzione che fa bene anche al politico controllato perché lo pungola; ma bisogna sempre prima verificare attentamente le fonti. I giornalisti hanno il dovere e la responsabilità di raccontare la grande crisi vissuta del Paese, per aiutarlo a guardarsi dentro… Bisogna amare questo mestiere e uscire dai salotti, che sono luoghi chiusi, per scendere in mezzo alla realtà della gente. La democrazia ha ancora un grande bisogno del giornalismo”.
Molta consapevolezza, molte buone intenzioni. Ma quante sono le possibilità che le belle parole non restino parole?