Archivio di Luglio 2008

Parla la mamma del piccolo Davide: un’intervista da ricordare

Lunedì 28 Luglio 2008

I medici volevano curarlo il più possibile per farlo vivere il più possibile. I genitori volevano che fosse curato ma senza arrivare all’accanimento terapeutico. Il tribunale ha prima sospeso la patria potestà dei genitori, poi gliel’ha ridata a patto che si attenessero alle disposizioni impartite dai medici. Davide, colpito dalla rara sindrome di Potter, è lentamente e inesorabilmente peggiorato sino a quando nemmeno i medici hanno più potuto far nulla. È morto il 18 luglio al policlinico di Bari. Oggi la madre spiega il perché della loro battaglia contro l’accanimento terapeutico”. 

Questo l’esordio del bel articolo di Francesca Savino apparso su Repubblica.it del 25 luglio, che ci regala una splendida intervista alla mamma del piccolo Davide, descrivendo un fatto personalissimo in modo pacato, equilibrato e toccante. Buona lettura… 

I genitori del piccolo nato senza reni “L’inutile accanimento su Davide”  

“Non è rimasto solo il dolore per la perdita del figlio, a Maria Rita Vigilante. La madre di Davide, nato senza reni e uretere per la rarissima sindrome di Potter, a una settimana dalla morte del bimbo vuole ancora lottare: «per evitare che questo accada ancora». “Questo” sono gli ottanta giorni di vita trascorsi da Davide alimentato con un sondino alternato al biberon, con dialisi di sette ore quasi ogni giorno e crisi che lo costringevano alla respirazione assistita, mentre il tribunale per i minori toglieva e poi riaffidava ai genitori, fra polemiche e petizioni, la patria potestà”. (leggi tutto) 

A fronte di tante interviste fatte ai protagonisti di tristi vicende familiari solo allo scopo di spettacolarizzare il dolore ed impietosire il pubblico, ci sono anche casi in cui i giornalisti riescono ad indagare negli stati d’animo dei protagonisti con professionalità, dignità ed umanità, lasciando in chi legge non la sensazione di aver violato ferocemente l’intimità di qualcuno, bensì quella di aver imparato qualcosa in più della vita.. 

Siete d’accordo con noi? Anche voi ritenete che questa sia una bella intervista e che, grazie alla toccante e dignitosa testimonianza di questi genitori, avremo un migliore ricordo della storia del piccolo Davide?  

Il dramma di un uomo libero

Venerdì 18 Luglio 2008

“Venticinque anni fa, alle quattro e un quarto del mattino del 17 giugno, bussano alla porta di una camera dell’Hotel Plaza di Roma: spalancato l’armadio, aperta una valigia, sequestrata un’agenda telefonica, guardato dentro i calzini e spaccato un salvadanaio di ceramica a forma di porcellino (non si  sa mai) si portano via un uomo stralunato, che ha appena avuto il tempo di vestirsi e di raccogliere pochi effetti personali in una sacca di tela rossa”.Questo è l’incipit del libro dal significativo titolo Applausi e sputi, di Vittorio Pezzuto, giornalista, pubblicato con cronometrica tempestività dalla Casa editrice Sperling & Kupfer di Milano a 25 anni  esatti dalle vicende giudiziarie di Enzo Tortora.La vicenda è a tutti nota e così la sua tragica conclusione. Ma avercela ricordata è un merito che al suo autore va ascritto indelebilmente; anzi, il volume potrebbe portare come sottotitolo “per non dimenticare”.Secondo la tradizione del giornalismo “impegnato”, quel giornalismo che adopera l’informazione come premessa dell’analisi, dell’interpretazione dei fatti e se necessario della denuncia, Pezzuto ripercorre le vicissitudini giudiziarie di un uomo di spettacolo che vide, impotente, la sua vita ridotta a pretesto per il più drammatico degli “spettacoli”: la cattura, l’accusa, il carcere, la stampa che ti fa a pezzi giorno dopo giorno… L’ineccepibile  documentazione raccolta nel libro non fa che rendere più agghiacciante questo caso di malagiustizia.La cronaca forse non basta. Ci sarebbe voluta la  fantasia surreale di Kafka o quella introversa di Pirandello  per descrivere adeguatamente il clima che si era creato intorno a questo caso. Pezzuto riporta fatti che se non fossero più che documentati sembrerebbero fantasiosi e quasi “romanzati”. I carabinieri che aspettano mezzogiorno, per ordini superiori, pur di tradurlo in carcere alla presenza dei giornalisti. Il cellulare per il trasporto a Regina Coeli parcheggiato dall’altra parte della strada, dove ha sede il Nucleo operativo dei Carabinieri, per consentire agli operatori di riprenderlo più a lungo con belle e suggestive inquadrature. Mandati di cattura emessi senza firma e senza data, interrogatori svolti in un’atmosfera surreale e domande altrettanto surreali fatte con tono inquisitorio senza spiegare le ragioni o i fatti nel cui contesto sarebbero emerse le illegalità. Un impianto accusatorio costruito in base a testimoni inattendibilissimi: detenuti imputati dei peggiori crimini, notoriamente spergiuri, millantatori e truffatori noti a varie questure, megalomani con turbe psichiche.Questa vicenda, nella sua allucinante assurdità, ricorda per molti versi fatti storici relativi a “rese dei conti” all’interno dei regimi comunisti;  ad esempio il processo a Rudolf Slanski, segretario del Partito comunista cecoslovacco che nel 1952 fu processato, condannato a morte e giustiziato dai suoi stessi compagni di partito in base ad accuse come deviazionismo, titoismo e complotto borghese. La differenza è che nel caso Tortora eravamo dentro un sistema ufficialmente liberale e democratico; e che il protagonista non era un politico ma un uomo libero colpevole solo di essere famoso.  Non parliamo poi della stampa e dei giornalisti, presi (salvo lodevoli eccezioni) dalla smania di svolgere un processo mediatico parallelo a quello giudiziario; un’anticipazione di quello che sarebbe diventata certa stampa italiana da mani pulite in poi. Sembrava che l’Italia fosse attraversata da una ventata di follia collettiva, soprattutto da parte di organi o istituzioni  che avrebbero dovuto o dovrebbero garantire l’equilibrio e l’autorevolezza delle procedure e delle garanzie. Nella confusione generale, il caso fu preso in mano dal Partito Radicale che ne fece una battaglia civile fortemente simbolica. Questo piccolo grande partito, vincendo la pavidità, i dubbi e le incertezze delle altre forze politiche, mostrò all’opinione pubblica attraverso manifestazioni, campagne di stampa, interrogazioni parlamentari, candidatura dello stesso Tortora alle elezioni, l’abisso di illegalità in cui era precipitato il Paese. Fece emergere il problema-giustizia, troppo a lungo accantonato da una classe politica sempre alle prese con le contingenze e i giochi di Palazzo, lontana quindi dalle riforme strutturali che dovrebbero, come avrebbe affermato anni dopo un autorevole leader della sinistra, portare l’Italia semplicemente ad essere “un Paese normale”.Sappiamo tutti come è finito il caso di Enzo Tortora, come sia servita a poco la sua morte per un cancro scaturito dal dolore di tanti anni. Nonostante le campagne di sensibilizzazione dei radicali si procedette a qualche timida riforma della giustizia, si introdusse per referendum la responsabilità civile dei giudici per gli errori commessi (ma con il risarcimento a carico dello Stato cioè a carico dei cittadini-contribuenti)… In sostanza, i problemi si rimandarono a data da destinarsi, e non a caso sono ancora tutti vivi e presenti nell’Italia di oggi. E nessuno ha mai pagato per i gravi ed omissivi comportamenti tenuti dai magistrati inquirenti, che anzi hanno fatto la loro “tranquilla” carriera come se fossero bravi funzionari cui lo Stato deve gratitudine. Il libro di Vittorio Pezzuto non parla solo della vicenda giudiziaria, ma ripercorre tutta la vita professionale e privata di Tortora, dagli esordi giovanili presso i teatrini studenteschi nella sua amata Genova fino al tragico epilogo. Anche questa parte dell’opera è documentatissima, e ci consegna il ritratto di un uomo di straordinaria cultura ed intelligenza, dai mille interessi e dalle molteplici attività: spettacolo, giornalismo, scrittura, regia televisiva, politica. Tutte attività svolte con passione e talento, e soprattutto con straordinaria onestà intellettuale. In lui la vivacità, la limpidità degli articoli e nel contempo la vis polemica senza giri di frasi e senza ambiguità, si fondevano con un amore profondo per il pubblico. In questa miscela di virtù c’era probabilmente il segreto del suo successo. Mai, però, né il successo né l’infamia, né gli applausi né gli sputi gli tolsero la dignità e il coraggio di dire ciò che pensava, di dire ciò che era vero. Appunto per questo ci siamo sentiti di titolare questa recensione “Il dramma di un uomo libero”.

(a cura di M. Rosaria Benanti)

 Abbiamo voluto proporvi questa bella recensione con l’intento di riportarvi alla memoria e di riflettere insieme su una di quelle storie che non andrebbero dimenticate mai, qual’è appunto il dramma vissuto venticinque anni fa da Enzo Tortora, vittima non solo di una giustizia malata, ma anche di un cattivo giornalismo, complice e capace già allora di autentiche atrocità.

Che percezione avete avuto all’epoca o vi resta oggi di quell’assurda vicenda? Quanto peso pensate abbiano avuto i media nella distruzione dell’immagine e della vita di Enzo Tortora? Discutiamone insieme….    

Emanuela Orlandi, quando il giornalismo aiuta la verità

Mercoledì 2 Luglio 2008

In seguito alla pubblicazione da parte dell’AGI dei verbali della testimone Sabrina Minardi - un tempo compagna del boss della banda della Magliana Ernesto De Pedis -, ascoltata nell’ambito dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta per rivelazione del segreto d’ufficio, disponendo anche la perquisizione dell’Agenzia Italia. Motivo del gesto sarebbe il fatto che, la diffusione del contenuto di tali documenti, ha messo a rischio l’incolumità della teste e lo stesso iter degli accertamenti.

Riguardo all’eclatante episodio, il segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, ha dichiarato: “Ci sono momenti in cui viene naturale chiedersi in quale Paese ormai viviamo. La perquisizione disposta nei confronti della collega Rosa Polito dell’Agenzia Italia per aver contribuito a rendere i cittadini consapevoli di quanto potrebbe emergere in una inchiesta che galleggia avvolta dalla nebbia da 25 anni crea una inquietudine che è difficile sottacere. C’è da chiedersi dove, senza la periodica attenzione dei giornalisti, sarebbe finita l’indagine sulla incredibile sparizione di Emanuela Orlandi; da quanto tempo sarebbe stata archiviata togliendo ogni speranza ai familiari.  Non si tratta solo di solidarizzare con la collega Polito e con tutta l’Agenzia Agi. Ma di ringraziare lei e la sua testata per aver tentato di fornire elementi di conoscenza ad una opinione pubblica che continua a chiedersi come vengano condotte le inchieste se dopo 25 anni non si riesce a raggiungere la verità”. (24 giugno 2008)

Noi siamo pienamente d’accordo con le sue parole. In questo caso, l’unico scopo dei giornalisti (vedi per tutti Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera del 25 giugno) è stato quello di far emergere la verità, o quanto meno di allargare la conoscenza su una vicenda che forse nessuno ha mai potuto o voluto capire fino in fondo, il tutto prescindendo da qualsiasi intento scandalistico.

Se essi hanno il preciso compito di cercare le notizie, a maggior ragione devono farlo di fronte a misteri così rilevanti come quello della Orlandi. Ed aver riportato alla ribalta delle cronache dopo 25 anni un caso finora irrisolto, rappresenta un atto doveroso, sia nei confronti dell’opinione pubblica, che ha il diritto di sapere cosa si sia mosso dietro questo inquietante ed inspiegabile delitto, ancora avvolto da una nebbia inaccettabile, sia nei confronti della famiglia di Emanuela, che ancora aspetta di dare un senso all’assurda scomparsa della figlia. 

Qual è la vostra opinione sul tema? Che percezione ne avete da lettori? Discutiamone insieme…